Giovani, social e nuove tecnologie: la Commissione parlamentare denuncia i crescenti disagi psicologici e sociali

Dall’indagine della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza emerge un quadro preoccupante: il 21% dei quattordicenni trascorre oltre quattro ore al giorno online, il 23% soffre di disagio psicologico e il 5,9% vive condizioni di ritiro sociale

L’iperconnessione digitale tra bambini e adolescenti assume dimensioni sempre più preoccupanti, con conseguenze che non riguardano soltanto il tempo trascorso davanti agli schermi, ma investono direttamente la salute mentale, i comportamenti sociali e la costruzione dell’identità personale. A soli otto anni, il 20% dei bambini fa già un uso intensivo dei social media e il 30% dei videogiochi. Tra i quattordicenni, oltre uno su cinque trascorre più di quattro ore al giorno online, mentre quasi uno su quattro manifesta sintomi di disagio psicologico associati ad ansia e depressione. È il quadro emerso durante le audizioni della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza, presieduta dall’onorevole Michela Vittoria Brambilla, nell’ambito dell’indagine dedicata all’impatto di internet e delle nuove tecnologie sulla salute psicofisica dei minori. Davanti alla Commissione sono intervenuti lo psichiatra Federico Tonioni e il ricercatore del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) Antonio Tintori, coordinatore di un’approfondita ricerca sugli adolescenti e preadolescenti italiani. Quest’ultimo ha anticipato alcuni risultati dell’indagine, delineando una trasformazione che coinvolge le relazioni interpersonali, la percezione di sé e la capacità dei più giovani di costruire il proprio ruolo all’interno della società.

Bambini e smartphone, l’iperconnessione inizia già a otto anni

Uno degli aspetti più significativi riguarda la precocità con cui bambini e ragazzi entrano in contatto con un utilizzo intensivo delle tecnologie digitali. Secondo i dati illustrati da Antonio Tintori, già all’età di otto anni un bambino su cinque utilizza intensivamente i social media, mentre tre su dieci fanno un uso intensivo dei videogiochi. Il fenomeno assume proporzioni ancora più rilevanti con l’avanzare dell’età. Tra i quattordicenni, la quota di soggetti iperconnessi, cioè che trascorrono più di quattro ore al giorno online, è passata dal 12% del 2019 al 21% del 2023. Una crescita particolarmente rapida, che evidenzia quanto profondamente le abitudini digitali siano cambiate nell’arco di pochi anni. A rendere ancora più significativo il fenomeno è il rapporto che gli adolescenti sviluppano con la continuità della propria presenza online. Il 60% dei ragazzi iperconnessi non gradisce essere interrotto mentre utilizza internet, un dato che mette in evidenza la centralità assunta dalle attività digitali nella vita quotidiana. L’indagine richiama quindi l’attenzione non soltanto sulla quantità di tempo trascorso davanti agli schermi, ma anche sulle modalità con cui l’esperienza virtuale si intreccia con la dimensione personale e relazionale dei minori.

Ansia, depressione e aggressività: i segnali di disagio tra gli adolescenti

Le conseguenze dell’eccessiva esposizione alle tecnologie digitali emergono anche nell’analisi della salute psicologica degli adolescenti. Secondo i risultati anticipati alla Commissione, il 23% dei quattordicenni soffre di distress, una condizione di disagio psicologico che associa manifestazioni di ansia e depressione. Un altro elemento riguarda l’aggressività, che risulta elevata in tre ragazzi su dieci. Il fenomeno interessa in particolare le ragazze, che, secondo quanto illustrato dal ricercatore, sembrano risentire maggiormente delle conseguenze di un utilizzo eccessivo degli strumenti digitali. Il quadro comprende anche una serie di comportamenti antisociali, tra cui bullismo, razzismo, omofobia e transfobia, che vengono collegati alle trasformazioni delle dinamiche relazionali e sociali prodotte dall’esposizione alle tecnologie virtuali. L’allarme lanciato durante le audizioni riguarda dunque una dimensione più ampia rispetto alla semplice dipendenza dagli schermi: l’attenzione degli studiosi si concentra sui cambiamenti nei comportamenti, nei rapporti con gli altri e nella capacità di riconoscere e rispettare le differenze.

Ritiro sociale e hikikomori: il 5,9% dei quattordicenni vive una condizione preoccupante

Tra gli aspetti più delicati dell’indagine figura il ritiro sociale degli adolescenti, un fenomeno che può portare i più giovani ad allontanarsi progressivamente dalle relazioni dirette e dalla vita sociale. Secondo i dati presentati dal ricercatore del CNR, il 5,9% dei quattordicenni si trova da diversi mesi in una condizione di ritiro sociale, avvicinandosi o avendo già superato la soglia temporale dei sei mesi che, nei casi più gravi, caratterizza il fenomeno comunemente definito hikikomori. Si tratta di un dato particolarmente significativo perché colloca il problema già nella prima adolescenza, una fase fondamentale per lo sviluppo delle competenze relazionali e la costruzione dell’identità sociale. Il ritiro prolungato rappresenta uno degli elementi più allarmanti del quadro illustrato alla Commissione, anche per il legame individuato dagli studiosi tra l’evoluzione delle abitudini digitali e le difficoltà che possono manifestarsi nella relazione con il mondo esterno.

L’allarme del CNR: “i ragazzi non sanno più chi sono”

Nell’intervento di Antonio Tintori emerge un interrogativo che va oltre gli effetti immediati dell’iperconnessione: come cambia l’identità sociale delle nuove generazioni quando una parte sempre più importante della vita si svolge all’interno di ambienti virtuali? Il ricercatore ha richiamato l’attenzione sulla rapidità di una trasformazione tecnologica che coinvolge non soltanto bambini e adolescenti, ma l’intera società. “L’intervento massiccio di un certo tipo di tecnologia digitale virtuale che in precedenza non c’è mai stata – prosegue il ricercatore – sta cambiando rapidissimamente le vite dei ragazzi e le nostre, senza che nemmeno che ce ne accorgiamo. Incomincia ad essere confusa anche l’identità sociale, cioè il ruolo che si ha in relazione agli altri. I ragazzi non sanno più chi sono”. È proprio la costruzione dell’identità sociale uno degli elementi al centro dell’allarme. Il rischio delineato riguarda la capacità dei giovani di definire sé stessi attraverso i rapporti con gli altri, in un contesto in cui le esperienze digitali assumono un peso crescente. La questione coinvolge anche gli adulti di domani: le trasformazioni che interessano oggi bambini e adolescenti potrebbero infatti incidere sulle modalità con cui le nuove generazioni costruiranno le proprie relazioni e il proprio ruolo nella società.

Social media, intelligenza artificiale ed educazione: perché i divieti da soli non bastano

Di fronte a questo scenario, il ricercatore del CNR ha posto l’accento sulla necessità di un intervento educativo strutturato, capace di accompagnare i giovani nell’utilizzo delle nuove tecnologie. L’introduzione di limiti all’accesso ai social media viene considerata una misura importante, ma non sufficiente per affrontare le trasformazioni in corso. Al centro della questione resta la capacità delle famiglie e della scuola di fornire strumenti adeguati per comprendere e gestire il mondo digitale. Un’ulteriore sfida è rappresentata dall’intelligenza artificiale, la cui rapida evoluzione rischia di rendere ancora più complesso il rapporto tra nuove generazioni e tecnologia. “E’ sacrosanto – conclude – porre limiti ai social, ma soprattutto serve insegnare ai giovani a utilizzare le nuove tecnologie perché l’intelligenza artificiale da qua a qualche mese farà delle cose che per la maggior parte di noi è inimmaginabile. Purtroppo il problema resta di tipo educativo. I genitori non assolvono questo ruolo. E sulla scuola bisognerebbe investire moltissimo e a lungo termine”. Le parole di Tintori individuano nell’educazione digitale un ambito decisivo. L’attenzione si sposta così dalla sola regolamentazione dei dispositivi alla necessità di costruire competenze e consapevolezza, attraverso un impegno che coinvolga direttamente il sistema scolastico e le responsabilità familiari.

La scuola non riconosce il nuovo modo di apprendere dei bambini

Un’altra prospettiva è stata offerta dallo psichiatra Federico Tonioni, che ha concentrato il proprio intervento sul rapporto tra le trasformazioni cognitive delle nuove generazioni e i metodi di insegnamento utilizzati dalla scuola. Secondo lo specialista, i bambini sviluppano fin dai primi mesi di vita un profilo cognitivo profondamente influenzato dal linguaggio delle immagini, che assume un ruolo prevalente rispetto a quello delle parole. Si tratta di una trasformazione che, nell’analisi di Tonioni, non viene adeguatamente considerata dai modelli educativi tradizionali. Il risultato è una distanza crescente tra le modalità con cui i più giovani elaborano le informazioni e gli strumenti attraverso i quali vengono valutate le loro capacità di apprendimento. Lo psichiatra ha richiamato, in particolare, la situazione dei ragazzi che vivono condizioni di ritiro sociale, evidenziando il contrasto tra le diagnosi di difficoltà scolastica e le competenze che gli stessi adolescenti possono sviluppare spontaneamente in contesti digitali.

Disturbi dell’apprendimento, Tonioni: “il problema è anche nei vecchi metodi di insegnamento”

Nella sua audizione, Federico Tonioni ha messo in discussione la capacità degli attuali strumenti scolastici e diagnostici di interpretare correttamente alcune caratteristiche cognitive delle nuove generazioni. “La scuola – osserva Tonioni – non tiene conto di un nuovo profilo cognitivo che i bambini acquisiscono già nei primi mesi di vita, dove il linguaggio per immagini prevale su quello delle parole. Un elemento paradossale: qualsiasi ragazzino “ritirato” alle scuole medie ha già una diagnosi di disturbo dell’apprendimento, ma impara l’inglese in 3 o 4 mesi se nel suo gruppo di gioco c’è un ragazzino straniero e quindi è costretto a parlare inglese senza fatica e senza frustrazione, questi sarebbero i disturbi dell’apprendimento. L’incontro tra il nuovo profilo cognitivo e i vecchi metodi e contenuti di insegnamento genera il furore diagnostico. Il mio appello spassionato a voi che legiferate – conclude – è: impariamo a fare pensieri nuovi, ovvero cose che non abbiamo mai pensato prima, tutte le volte che ci rivolgiamo ai minori e agli adolescenti, perché qualsiasi altro pensiero rischia di essere un pregiudizio. Dal mio punto di vista, il vero disturbo dell’apprendimento colpisce non i più giovani, ma noi adulti”.

L’osservazione dello psichiatra introduce un elemento centrale nel confronto sull’apprendimento nell’era digitale. Le difficoltà scolastiche, secondo la prospettiva illustrata da Tonioni, devono essere analizzate tenendo conto anche dell’evoluzione delle modalità cognitive dei bambini e dell’eventuale distanza tra queste ultime e i metodi didattici consolidati. L’esempio dell’apprendimento della lingua inglese attraverso le interazioni nei videogiochi viene utilizzato per evidenziare come alcuni ragazzi possano manifestare difficoltà nel contesto scolastico tradizionale e, contemporaneamente, sviluppare competenze attraverso esperienze percepite come spontanee e prive di frustrazione.

Infanzia e adolescenza nell’era digitale, la sfida riguarda anche gli adulti

Dalle audizioni della Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza emergono due questioni strettamente collegate. Da una parte, i dati presentati dal CNR descrivono la crescente diffusione dell’iperconnessione, del disagio psicologico e del ritiro sociale tra i più giovani. Dall’altra, le osservazioni dello psichiatra Federico Tonioni richiamano la necessità di ripensare il modo in cui gli adulti interpretano i comportamenti e le capacità delle nuove generazioni. Il punto di incontro tra le due analisi è rappresentato dal ruolo dell’educazione, chiamata a confrontarsi con trasformazioni tecnologiche e sociali che procedono rapidamente e coinvolgono fasi sempre più precoci della crescita. La questione non si limita alla regolamentazione dei social network o alla riduzione del tempo trascorso online. Al centro dell’indagine parlamentare si collocano la salute psicofisica dei minori, la qualità delle relazioni sociali, l’evoluzione dei processi di apprendimento e la capacità delle istituzioni educative di affrontare le conseguenze della rivoluzione digitale. Un cambiamento che, secondo gli esperti ascoltati dalla Commissione presieduta da Michela Vittoria Brambilla, richiede interventi di lungo periodo e un ripensamento delle responsabilità educative degli adulti, mentre l’avanzamento delle nuove tecnologie e dell’intelligenza artificiale introduce ulteriori sfide per la crescita e la formazione delle nuove generazioni.