Secondo un nuovo studio condotto dall’Università di Buffalo su sedimenti antichi, recuperati nel sottosuolo del sito negli anni ’60, l’area in cui sorgeva una base militare statunitense in Groenlandia era un tempo priva di ghiacci, in un periodo in cui le estati risultavano di alcuni gradi più calde rispetto a oggi. I ricercatori hanno scoperto che, circa 416.000 anni fa – in una fase in cui la zona era libera dai ghiacci – le temperature estive a Camp Century (dove l’esercito americano portava avanti un piano segreto della Guerra Fredda per nascondere missili nucleari sotto la calotta glaciale) erano di 4,7°C superiori a quelle odierne. Affinché il sito fosse privo di ghiacci, la calotta glaciale della Groenlandia avrebbe dovuto ritirarsi per oltre 97km rispetto al suo margine attuale in quella regione.
“È sorprendente che un periodo caratterizzato da temperature moderatamente più elevate abbia coinciso con un ritiro così consistente della calotta glaciale“, afferma il primo autore dello studio, John Michael Aguilar, ricercatore post-dottorato presso l’UB RENEW Institute. I risultati, pubblicati sulla rivista Climate of the Past, giungono in un momento in cui gli scienziati prevedono un riscaldamento significativo nell’Artico nei prossimi decenni. “Questo lavoro ci permette di comprendere meglio come la calotta glaciale reagisca a un riscaldamento prolungato e cosa potrebbe accadere in futuro”, spiega l’autrice corrispondente Elizabeth Thomas, professoressa associata presso il Dipartimento di Scienze della Terra del College of Arts and Sciences dell’Università di Buffalo.
Molecole antiche rivelano le temperature estive
Estratti da una profondità di quasi 1,6 chilometri sotto la calotta glaciale – nel corso del fallito “Project Iceworm” – i sedimenti hanno fornito a Thomas e ai suoi collaboratori indizi preziosi sul clima antico di Camp Century. Tra questi, la prova che l’area era priva di ghiacci circa 416.000 anni fa, epoca in cui i sedimenti furono esposti per l’ultima volta alla luce solare. Questo nuovo studio rappresenta la prima volta in cui i ricercatori utilizzano i sedimenti per ricostruire le temperature estive a Camp Century durante un periodo privo di ghiacci. Si tratta, di fatto, della prima stima quantitativa delle temperature estive sulla terraferma in Groenlandia per questo antico periodo caldo. Ottenere stime di questo tipo è sempre stato complesso, poiché l’avanzata delle calotte glaciali ha successivamente eroso gran parte dei sedimenti risalenti a quell’epoca.
I ricercatori sono riusciti a ricostruire le temperature analizzando molecole lipidiche prodotte da batteri e conservate nei sedimenti. “La tipologia e le proporzioni di queste molecole variano in funzione della temperatura”, spiega Aguilar. “Confrontandole con molecole analoghe rinvenute in moderni laghi artici, siamo stati in grado di stimare le temperature che caratterizzavano Camp Century”.
Un riscaldamento prolungato offre al ghiaccio più tempo per sciogliersi
I risultati hanno in parte sorpreso i ricercatori. Circa 5.000-10.000 anni fa, in seguito all’ultima era glaciale, la Groenlandia ha vissuto estati altrettanto calde; eppure, in quel periodo, Camp Century è rimasto coperto dai ghiacci. Ciò suggerisce che la durata del riscaldamento possa essere un fattore importante tanto quanto l’entità dell’aumento delle temperature. È possibile che le condizioni di caldo di 416.000 anni fa siano perdurate molto più a lungo – potenzialmente per decine di migliaia di anni – concedendo alla calotta glaciale un tempo maggiore per sciogliersi.
Tuttavia, Thomas avverte che questi risultati non devono essere interpretati come un segnale rassicurante. “Il riscaldamento attuale, causato dall’attività umana, è più intenso di quello registrato 400.000 anni fa”, afferma Thomas. “Le proiezioni climatiche indicano inoltre che tale calore potrebbe persistere per centinaia o migliaia di anni. Sia l’entità che la durata del riscaldamento sono elementi cruciali per comprendere come reagirà la calotta glaciale”.
Campioni dimenticati tornano al centro dell’analisi scientifica
I sedimenti, protagonisti di un documentario premiato con un Emmy, hanno una lunga storia legata all’Università di Buffalo (UB). Furono portati per la prima volta nell’ateneo nel 1975 da Chester Langway, responsabile delle operazioni di perforazione delle carote di ghiaccio a Camp Century. I campioni sono rimasti conservati presso la struttura universitaria dedicata allo stoccaggio e allo scambio di informazioni sulle carote di ghiaccio (Central Ice Core Storage Facility and Information Exchange) fino al pensionamento di Langway dalla UB, avvenuto a metà degli anni ’90. Sono rimasti poi sostanzialmente dimenticati per oltre due decenni presso l’Università di Copenaghen, in Danimarca, finché, nel 2018, una pulizia occasionale dei congelatori non li ha riportati all’attenzione degli scienziati.
Thomas, che da allora studia i sedimenti insieme a collaboratori dell’Università del Vermont, afferma che questo nuovo studio rappresenta, in un certo senso, il coronamento del lavoro svolto da lei e da Aguilar. “Il tipo di analisi molecolare che abbiamo condotto in questo studio è una procedura che nel mio laboratorio eseguiamo abitualmente; tuttavia, l’interpretazione dei risultati si è rivelata particolarmente complessa. Abbiamo dovuto tenere conto delle variazioni di altitudine del terreno durante le fasi di crescita e scioglimento della calotta glaciale, un fattore che influisce sul confronto delle temperature tra epoche diverse”, spiega Thomas. “Ciò che poteva apparire come un’analisi di routine ha richiesto, in realtà, anni di lavoro per essere compreso. È stato un lungo percorso, non dissimile da quello compiuto da questi campioni di sedimento per arrivare fin qui”.


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