Quando un’irruzione di aria fredda raggiunge l’Italia, la domanda si ripresenta puntuale: “Ma allora il riscaldamento globale dov’è?”. È una domanda comprensibile, perché il freddo che sentiamo sulla pelle è concreto e immediato, mentre il cambiamento climatico si riconosce osservando tendenze che si sviluppano su periodi molto più lunghi e su aree ben più vaste della nostra città o della nostra regione. La risposta è che il riscaldamento globale non impedisce alle masse d’aria fredda di spostarsi verso sud e non ha cancellato l’autunno, l’inverno, la neve o le giornate sotto la media stagionale. Indica invece che, nel complesso, la temperatura media del pianeta sta aumentando e che questo spostamento modifica la probabilità e l’intensità di molti fenomeni, rendendo più frequenti gli estremi caldi e meno frequenti e meno intensi quelli freddi in gran parte delle regioni terrestri.
Tempo meteorologico e clima raccontano due cose diverse
Per capire perché una giornata fredda non contraddice una tendenza al riscaldamento bisogna distinguere il tempo meteorologico dal clima. Il tempo descrive ciò che succede in un luogo in un momento preciso o nell’arco di pochi giorni: la pioggia, il vento, la neve e la temperatura che osserviamo fuori dalla finestra. Il clima, invece, riguarda le caratteristiche e le variazioni di queste condizioni nel corso di periodi lunghi, generalmente di decenni.
Una singola irruzione fredda ci dice che, in quella fase, la circolazione atmosferica ha trasportato aria fredda verso una determinata area; non ci dice, da sola, se la temperatura media globale sia salita o scesa negli ultimi decenni. Allo stesso modo, un’ondata di caldo isolata non basta a dimostrare il cambiamento climatico, anche se la crescente frequenza degli episodi caldi, osservata su periodi lunghi e in molte regioni, è coerente con il riscaldamento in corso. In altre parole, il clima non descrive ogni singola giornata, ma la distribuzione delle giornate nel tempo: quante sono quelle calde o fredde, quanto durano, quanto si discostano dai valori abituali e come cambiano queste caratteristiche tra una generazione e l’altra. È per questo che una fase fredda locale può verificarsi contemporaneamente a una tendenza globale al rialzo.
L’aria fredda esiste ancora e può raggiungere l’Italia
Le irruzioni fredde si verificano quando la circolazione atmosferica favorisce la discesa verso sud di masse d’aria provenienti da latitudini più elevate oppure da regioni continentali più fredde. L’evoluzione dipende dalla posizione di alte e basse pressioni, dalla traiettoria dei sistemi atmosferici e dalla direzione dei venti: condizioni che possono cambiare anche rapidamente e che non vengono annullate dall’aumento della temperatura media del pianeta. Il riscaldamento modifica il contesto nel quale queste dinamiche si svolgono, ma non rende impossibile ogni episodio di freddo. Una regione può sperimentare diversi giorni con temperature nettamente inferiori alla media stagionale mentre, nello stesso periodo, le temperature globali restano elevate rispetto ai valori del passato. La scala locale e quella planetaria non sono intercambiabili: il termometro di una città misura le condizioni di quella città, non il bilancio termico dell’intero pianeta.
La tendenza osservata dagli scienziati va quindi letta in termini di frequenza e intensità, non come una semplice alternativa tra “fa caldo” e “fa freddo”. L’IPCC rileva che, dagli anni Cinquanta, gli estremi caldi sono diventati più frequenti e intensi nella maggior parte delle terre emerse, mentre gli estremi freddi, comprese le ondate di freddo, sono diventati meno frequenti e meno severi. “Meno frequenti” non significa “impossibili”: significa che, nel quadro statistico di lungo periodo, episodi di quel tipo si verificano meno spesso o risultano mediamente meno intensi.
Che cosa ci dicono i dati globali
Per stabilire se il pianeta si stia riscaldando non si confrontano le temperature di una singola località durante una fase fredda, ma si analizzano misurazioni provenienti da reti di stazioni, osservazioni oceaniche e altri sistemi di monitoraggio, valutandone l’andamento su periodi estesi. Secondo la sintesi dell’Organizzazione meteorologica mondiale basata su otto insiemi di dati, il 2025 è stato uno dei tre anni più caldi mai registrati e il periodo dal 2015 al 2025 comprende gli undici anni più caldi nelle serie considerate. La temperatura media globale del 2025 è stata stimata a circa +1,44 °C sopra la media del periodo 1850-1900, con un margine di incertezza indicato dall’organizzazione. Questi numeri non significano che ogni luogo sia stato più caldo della propria media in ogni giorno dell’anno: descrivono una media planetaria, costruita mettendo insieme aree e periodi diversi.
È un po’ come osservare un percorso complessivamente in salita lungo il quale, per qualche tratto, si scendono alcuni gradini: la discesa è reale e può essere anche evidente, ma non cambia da sola la direzione generale del percorso. Nel nostro caso, la fase fredda che interessa una parte d’Europa è una variazione meteorologica reale; la tendenza al riscaldamento globale emerge invece dal confronto tra le temperature misurate su tutto il pianeta e lungo molti anni.
Automobili e caldaie: la discussione sulle politiche è un’altra questione
Quando si parla di auto, caldaie, incentivi o scadenze, il confronto si sposta dal fenomeno fisico alle politiche scelte per ridurre le emissioni. Su questi provvedimenti si possono discutere i costi per le famiglie, i tempi di applicazione, la disponibilità di alternative, l’efficacia e l’equità delle misure; sono questioni legittime, ma non si risolvono guardando se in una determinata giornata la temperatura è sopra o sotto la media.
La presenza di un’irruzione fredda non dimostra che i gas serra non trattengano calore nell’atmosfera, così come la constatazione del riscaldamento globale non rende automaticamente efficace o giusta ogni singola misura adottata per contrastarlo. La fisica del clima e il giudizio sulle politiche sono piani distinti: confonderli porta a usare un fenomeno meteorologico di breve durata per rispondere a una domanda che riguarda decenni e l’intero pianeta.
La domanda più utile, dunque, non è “come può fare freddo se il pianeta si riscalda?”, ma come stanno cambiando nel tempo le temperature e la frequenza degli episodi caldi e freddi. È su serie di osservazioni ampie e durature che si misura il cambiamento climatico; il freddo che sentiamo oggi resta un dato del tempo meteorologico, perfettamente compatibile con un pianeta che, nel suo insieme, continua a riscaldarsi.


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