Per decenni, la Pianura Padana è stata associata a nebbie fitte e persistenti, favorite da una combinazione ben nota di umidità, notti serene, venti deboli, inversioni termiche e ristagno dell’aria tra Alpi e Appennini. Negli ultimi decenni, però, le giornate con visibilità molto ridotta sono diminuite e, nello stesso periodo, in diverse aree d’Europa è aumentata la quantità di radiazione solare che raggiunge il suolo, un fenomeno noto come ‘global brightening’, cioè il graduale recupero della luminosità superficiale dopo la fase di ‘global dimming’ osservata soprattutto nella seconda metà del Novecento.
La coincidenza ha una spiegazione plausibile, ma non autorizza a ridurre tutto a un’unica causa. Le politiche di contenimento delle emissioni hanno diminuito molti inquinanti e, con essi, una parte delle particelle sospese nell’aria; contemporaneamente sono cambiati il clima, le temperature, le condizioni meteorologiche e, in alcune regioni, la copertura nuvolosa. Il risultato è un sistema nel quale qualità dell’aria, nebbie, radiazione e precipitazioni si influenzano a vicenda, senza che una singola variazione possa spiegare da sola ogni tendenza osservata.
Perché le nebbie sono diminuite
Le particelle di aerosol che possono provenire da traffico, attività industriali, riscaldamento, agricoltura e combustioni, hanno un ruolo importante nella formazione delle goccioline. Offrono infatti superfici sulle quali il vapore acqueo può condensare; cambiare la quantità e la composizione degli aerosol significa quindi modificare il numero e le caratteristiche delle gocce che costituiscono nebbie e nubi basse. Nella Pianura Padana, le osservazioni raccolte per decenni nella stazione di San Pietro Capofiume mostrano una diminuzione delle nebbie definite attraverso la visibilità, insieme a una riduzione di diversi componenti chimici presenti nell’acqua di nebbia, coerente con il calo delle emissioni di alcuni precursori dell’inquinamento. La diminuzione è particolarmente evidente per i solfati, mentre le misure indicano anche una minore acidità delle gocce.
Questo non significa che meno aerosol producano sempre meno nebbia in modo automatico. Le particelle possono favorire la condensazione, ma la loro composizione e capacità di assorbire o riflettere la radiazione possono influenzare anche la stabilità dell’aria e la durata delle nubi basse; inoltre, la nebbia dipende soprattutto dalla situazione meteorologica, dall’umidità disponibile, dal vento, dalla temperatura del suolo e dall’intensità delle inversioni. Uno studio dedicato alla Pianura Padana ha distinto le nebbie legate al raffreddamento notturno da quelle dovute all’arrivo di aria umida e ha osservato che, nel periodo analizzato, gli episodi di nebbia e nubi basse duravano più a lungo quando il carico di aerosol era maggiore. Anche il riscaldamento può contribuire alla diminuzione delle nebbie, perché temperature più alte rendono meno frequente il raggiungimento della saturazione vicino al suolo e possono favorire la dissoluzione delle goccioline. Per questo, la tendenza osservata va letta come l’effetto combinato di aria più pulita e condizioni climatiche mutate, mentre la misura stessa della nebbia può cambiare a seconda che si consideri la visibilità o la quantità d’acqua contenuta nelle gocce.
Che cosa significa global brightening
Gli aerosol non hanno tutti lo stesso effetto sul clima. Molte particelle, come quelle di solfato, riflettono parte della luce solare verso lo spazio e possono rendere più brillanti alcune nubi, riducendo così l’energia solare che raggiunge la superficie; altre, come il nerofumo, assorbono radiazione e riscaldano l’aria circostante. Le particelle possono inoltre modificare il numero e la dimensione delle gocce nelle nubi, influenzandone la luminosità e, in determinate condizioni, la durata. Quando le emissioni di aerosol diminuiscono, una parte della radiazione che prima veniva diffusa o riflessa può arrivare più facilmente al terreno. Questo recupero della radiazione superficiale è uno dei meccanismi collegati al global brightening, ma non ne è l’unica possibile spiegazione: anche i cambiamenti della nuvolosità e la variabilità naturale incidono sulle misure. L’IPCC rileva che le variazioni della radiazione solare al suolo su scala decennale si sono spesso accompagnate a cambiamenti delle emissioni di aerosol, pur sottolineando la dipendenza dagli effetti delle nubi e dalle caratteristiche regionali.
Un nuovo studio modellistico sulla Germania offre un esempio concreto di quanto il fenomeno meriti attenzione: confrontando simulazioni con concentrazioni di aerosol rappresentative del 1980 e del 2020, i ricercatori hanno trovato, nelle condizioni più pulite, un aumento delle precipitazioni orarie oltre i percentili più estremi, fino al 7,9% per la soglia più rara considerata. Nelle simulazioni gli episodi più intensi tendevano a concentrare la pioggia in periodi più brevi; gli autori hanno però analizzato una regione e un modello specifici, e il risultato non può essere trasformato in una percentuale valida per l’Italia o attribuita automaticamente a un singolo temporale.
Un legame da studiare, senza scorciatoie
La diminuzione delle nebbie padane, il miglioramento di alcune componenti della qualità dell’aria e il global brightening possono quindi appartenere a una stessa storia: quella di un’atmosfera nella quale cambiano quantità e proprietà degli aerosol, insieme alle nubi e alla radiazione che raggiunge la superficie. Da qui possono derivare effetti climatici indiretti, perché più energia al suolo può modificare gli scambi con l’aria e perché le particelle influenzano la microfisica delle nubi. La domanda sull’energia a disposizione degli eventi estremi non ha però una risposta unica, né consente di sostenere che l’aria più pulita provochi cicloni più violenti o che la diminuzione della nebbia renda automaticamente più distruttivi i temporali. Le evidenze indicano che la riduzione degli aerosol può modificare il bilancio radiativo e, in determinate condizioni, contribuire all’intensificazione di alcune precipitazioni estreme; l’entità dell’effetto dipende dalla regione, dal tipo di nube, dalla circolazione atmosferica e dalla quantità di umidità disponibile.
Per capire quanto questo contributo pesi davvero sulla Pianura Padana servono osservazioni di lungo periodo e simulazioni capaci di separare l’effetto degli aerosol da quello dei gas serra, della temperatura, della circolazione e dei cambiamenti della nuvolosità. Il lettore ha individuato un collegamento scientificamente interessante, ma la conclusione più solida, oggi, è anche la più prudente: l’atmosfera risponde a più forzanti contemporaneamente, e per gli eventi estremi il passaggio dalla radiazione al suolo alla violenza di una tempesta non è diretto né uguale in ogni circostanza.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?