Una nuova frontiera nella ricerca sulle patologie autoimmuni e infiammatorie del fegato passa attraverso le nanotecnologie. Un gruppo di ricercatori italiani ha sviluppato un sistema sperimentale capace di trasportare specifici acidi nucleici direttamente nelle cellule immunitarie del fegato, con l’obiettivo di intervenire in modo mirato sui meccanismi molecolari coinvolti nella malattia. Il progetto, finanziato nell’ambito del Piano nazionale di ripresa e resilienza (PNRR), è frutto della collaborazione tra Sapienza Università di Roma, Università degli Studi di Milano-Bicocca e Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri. Un lavoro multidisciplinare che integra competenze di nanotecnologia, farmacologia, immunologia e ricerca preclinica traslazionale.
Al centro dello studio c’è la colangite biliare primitiva (PBC), una patologia autoimmune cronica che colpisce prevalentemente le donne in età adulta e provoca un progressivo danneggiamento dei piccoli dotti biliari all’interno del fegato. Nelle forme più gravi, la malattia può evolvere fino a rendere necessario il trapianto dell’organo. La patologia rappresenta una sfida per la ricerca, impegnata a individuare strategie terapeutiche sempre più selettive ed efficaci.
Il gruppo di ricerca ha lavorato allo sviluppo di un sistema in grado di veicolare, attraverso una semplice somministrazione, specifici acidi nucleici verso le cellule immunitarie epatiche. Queste molecole sono progettate per inibire la produzione di una proteina presente in quantità eccessive nella patologia. Per raggiungere il bersaglio, gli studiosi hanno impiegato nanovettori progettati per favorire un trasporto selettivo e limitare l’azione al compartimento cellulare di interesse.
Il percorso sperimentale, durato oltre 2 anni, si è articolato in tre fasi. La prima, coordinata dal gruppo della Sapienza Università di Roma, è stata dedicata alla progettazione, alla sintesi e alla caratterizzazione di quattro differenti nanovettori. Le particelle, simili nella struttura, si distinguevano per piccole variazioni nella componente lipidica a base di colesterolo presente sulla loro superficie. Differenze apparentemente marginali, ma potenzialmente decisive per il comportamento delle particelle nell’organismo e per la loro capacità di raggiungere le cellule bersaglio.
Nella seconda fase, i ricercatori dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e dell’Istituto Mario Negri hanno valutato le diverse formulazioni, analizzandone la biosicurezza e la capacità di raggiungere e penetrare nelle cellule di interesse. I risultati hanno permesso di individuare il nanovettore più promettente per passare alla sperimentazione in vivo. La terza fase ha riguardato la valutazione dell’efficacia terapeutica in un modello animale in grado di riprodurre caratteristiche patologiche e cliniche rilevanti della colangite biliare primitiva umana. Un passaggio fondamentale per verificare il potenziale della strategia prima di eventuali sviluppi successivi della ricerca.
Il progetto ha coinvolto i gruppi guidati da Giulio Caracciolo, della Sapienza Università di Roma; Paolo Bigini, dell’Istituto Mario Negri; e Pietro Invernizzi e Carlo Alberto Scirè, dell’Università degli Studi di Milano-Bicocca e della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori. I risultati, pubblicati sulla rivista scientifica internazionale Small, confermano il valore di un approccio che combina progettazione nanotecnologica, valutazioni di biosicurezza e sperimentazione preclinica. La ricerca contribuisce allo sviluppo di sistemi di somministrazione sempre più mirati e apre nuove prospettive per lo studio di possibili trattamenti contro la colangite biliare primitiva e, più in generale, contro alcune patologie immunomediate del fegato.
La strategia è ancora nell’ambito della ricerca preclinica: saranno necessari ulteriori studi per determinarne la sicurezza e l’efficacia nell’uomo. Il risultato rappresenta tuttavia un passo significativo verso terapie potenzialmente più selettive, capaci di intervenire sui meccanismi della malattia agendo direttamente sulle cellule coinvolte.
“La genesi di queste nanoparticelle nasce dall’integrazione di conoscenze pregresse e nuove idee sviluppate dal nostro gruppo”, spiega Giulio Caracciolo del Dipartimento di Medicina molecolare della Sapienza Università di Roma, Abbiamo confermato che piccole modifiche della superficie di questi vettori possono modificare in maniera molto significativa il direzionamento organo-specifico dei nanovettori, con possibili applicazioni anche al di fuori di questo specifico ambito clinico.”
Per la fase preclinica, sottolinea Paolo Bigini dell’Istituto Mario Negri, “Disporre di preparati con caratteristiche ben definite rappresenta una condizione essenziale, soprattutto nel campo della nanomedicina, una disciplina ancora relativamente giovane e nella quale la variabilità dei sistemi rappresenta una delle principali sfide.”
Dalla prospettiva clinica, il risultato assume un significato ancora più ampio. “Come clinico – conclude il Professor Pietro Invernizzi dell’Università di Milano-Bicocca e della Fondazione IRCCS San Gerardo dei Tintori – posso affermare che i risultati ottenuti in questo progetto rappresentano un primo passo verso la possibilità di sviluppare una potenziale applicazione clinica innovativa, sicura ed efficace per questo tipo di patologie epatiche”.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?