Le tensioni in Medio Oriente continuano a condizionare il mercato energetico mondiale e spingono gli analisti a rivedere al rialzo le previsioni sul prezzo medio annuo del petrolio nel 2026. Per la prima volta da maggio, la stima del prezzo medio del Brent per l’intero 2026 supera i 90 dollari al barile, raggiungendo quota 92,88 dollari. Un dato che riflette le difficoltà nel ripristino delle forniture dal Golfo Persico, le persistenti incertezze sulla sicurezza delle rotte marittime e la limitata disponibilità di greggio e prodotti petroliferi. È importante distinguere queste previsioni dalle quotazioni registrate quotidianamente sui mercati. I 92,88 dollari indicati per il Brent non rappresentano infatti il prezzo attuale del petrolio, né una previsione del suo valore alla fine dell’anno, ma la media attesa dei prezzi durante tutti i dodici mesi del 2026. Una differenza particolarmente significativa in una fase in cui le quotazioni effettive risultano molto più elevate: negli scambi di venerdì 30 ottobre, il contratto Brent con consegna a dicembre ha superato i 117 dollari al barile. A delineare le prospettive per l’intero anno è un sondaggio Reuters condotto a ottobre tra 32 economisti e analisti, dal quale emerge un aumento delle stime rispetto alla rilevazione di settembre. Le revisioni riguardano sia il Brent, principale riferimento internazionale per il mercato del greggio, sia il West Texas Intermediate (WTI) statunitense. Il quadro conferma come la guerra tra Stati Uniti e Israele da una parte e Iran dall’altra abbia modificato profondamente le aspettative sull’evoluzione dei prezzi energetici.
Prezzi del petrolio 2026, le nuove previsioni sulla media annua di Brent e WTI
Secondo il sondaggio, gli analisti prevedono che il prezzo medio del Brent nell’intero 2026 sarà di 92,88 dollari al barile, contro gli 89,05 dollari indicati nella precedente rilevazione di settembre. La revisione al rialzo è quindi di 3,83 dollari, pari a circa il 4,3%. Si tratta della prima volta da maggio che le aspettative sulla media annua del Brent tornano sopra la soglia dei 90 dollari. Una dinamica simile interessa il West Texas Intermediate (WTI), per il quale viene previsto un prezzo medio annuo di 86,60 dollari al barile, rispetto agli 83,90 dollari stimati il mese precedente. L’incremento è di 2,70 dollari, corrispondente a circa il 3,2%. Le nuove stime rappresentano dunque una valutazione complessiva dell’andamento del petrolio nel corso del 2026, comprendendo sia i mesi già trascorsi sia quelli rimanenti. Non indicano che il Brent debba necessariamente scendere a 92,88 dollari nelle prossime settimane, né che questa sarà la sua quotazione al 31 dicembre. Gli analisti stanno invece aggiornando la previsione del valore medio dell’anno sulla base dell’evoluzione del conflitto, delle condizioni dell’offerta e delle prospettive della domanda mondiale.
Guerra in Medio Oriente, perché gli analisti hanno alzato le stime sul petrolio
La principale ragione della revisione delle previsioni è la persistente instabilità del Medio Oriente, dove la guerra ha provocato gravi ripercussioni sulle attività di produzione, sui collegamenti energetici e sulla distribuzione internazionale del greggio. Le interruzioni dei flussi provenienti dalla regione hanno ridotto le aspettative di un rapido ritorno alle condizioni precedenti al conflitto, contribuendo a mantenere elevate le quotazioni. Ad aprile, nel pieno delle tensioni militari, il Brent aveva raggiunto un massimo di 126,41 dollari al barile. Il dato evidenzia quanto i prezzi possano reagire rapidamente alle notizie riguardanti il conflitto e alle minacce per le infrastrutture energetiche. Sebbene la media annua prevista dagli analisti sia sensibilmente inferiore a quel picco, il protrarsi della crisi continua a sostenere le aspettative di prezzi elevati. Uno degli aspetti più delicati riguarda i tempi necessari per ripristinare le condizioni di approvvigionamento precedenti alla guerra. Anche un’eventuale riduzione delle ostilità non comporterebbe necessariamente un ritorno immediato alla normalità: il recupero dei livelli produttivi, la ricostituzione delle scorte e la piena sicurezza dei trasporti richiedono tempo. Su queste criticità ha richiamato l’attenzione anche Tobias Keller, analista di UniCredit, evidenziando come le limitazioni ai flussi di petrolio dal Medio Oriente, la scarsità di prodotti petroliferi e il basso livello delle scorte rendano più lungo il percorso verso il ripristino dei livelli di produzione e delle condizioni commerciali precedenti al conflitto. Una situazione che, secondo l’analista, continua a mantenere i rischi orientati verso ulteriori rialzi dei prezzi.
Stretto di Hormuz, la sicurezza delle rotte petrolifere resta un’incognita
Al centro delle preoccupazioni degli operatori energetici rimane lo Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici per le esportazioni di petrolio e carburanti dei Paesi del Golfo Persico. La guerra ha trasformato la sicurezza della navigazione in una variabile determinante per l’equilibrio tra domanda e offerta, aumentando i rischi per le petroliere e i costi necessari a garantire il trasporto delle forniture. Secondo i dati raccolti da un think tank con sede a Washington, impegnato dal 2017 nel monitoraggio degli incidenti di sicurezza marittima a livello globale, ottobre è stato il mese peggiore per gli attacchi contro le navi commerciali nello Stretto di Hormuz e nelle aree circostanti. Un deterioramento che rende più difficile consolidare la ripresa dei traffici energetici. Anche quando il petrolio è disponibile nei Paesi produttori, infatti, le difficoltà nel trasporto possono limitarne l’arrivo sui mercati internazionali. Il problema riguarda quindi non soltanto la quantità di greggio estratto, ma anche la possibilità di trasferirlo in condizioni di sicurezza verso le raffinerie e i principali Paesi importatori.
Mercato petrolifero sotto pressione, il greggio Forties vicino ai premi record
Le difficoltà dell’offerta emergono con particolare evidenza anche nel mercato fisico del petrolio, quello nel quale vengono effettivamente acquistate e vendute le forniture di greggio. In questo comparto, alcune qualità vengono negoziate a prezzi sensibilmente superiori rispetto ai rispettivi riferimenti. È il caso del Forties del Mare del Nord, scambiato con un premio vicino ai livelli record rispetto al riferimento del Brent fisico. Si tratta di un segnale della forte domanda per determinate tipologie di greggio immediatamente disponibili e delle difficoltà nel reperire forniture alternative. Questi premi mostrano come le tensioni energetiche non si riflettano soltanto sui prezzi dei contratti finanziari, ma anche sulle condizioni concrete di approvvigionamento delle raffinerie. La disponibilità di petrolio utilizzabile nel breve periodo assume un valore crescente quando i collegamenti con alcune delle principali aree produttrici risultano compromessi.
Petrolio e backwardation, cosa rivela il mercato dei futures
Un ulteriore segnale delle tensioni arriva dalla struttura dei contratti futures sul Brent e sul WTI. Attualmente il mercato presenta una condizione definita backwardation, nella quale i contratti con scadenze più ravvicinate vengono scambiati a prezzi superiori rispetto a quelli con consegne più lontane nel tempo. In termini semplici, significa che il petrolio disponibile nell’immediato viene valutato più di quello che sarà consegnato nei mesi successivi. Una configurazione spesso associata a una forte domanda di forniture nel breve termine e a una disponibilità limitata di greggio prontamente utilizzabile. La backwardation non costituisce da sola una previsione certa di ribassi futuri, ma rappresenta un indicatore importante delle condizioni del mercato. Nel contesto attuale, insieme ai premi elevati per alcune qualità di petrolio e ai bassi livelli delle scorte, segnala la persistenza di difficoltà nell’approvvigionamento energetico. È proprio questa combinazione di fattori che contribuisce a spiegare perché gli analisti abbiano deciso di aumentare le stime del prezzo medio annuo del petrolio per il 2026. Con il Brent previsto mediamente a 92,88 dollari e il WTI a 86,60 dollari, il mercato continua a scontare le conseguenze di una crisi la cui durata e intensità restano difficili da prevedere. Le quotazioni giornaliere, tuttavia, mostrano che la pressione sui prezzi rimane ancora più forte di quanto suggeriscano, prese isolatamente, le medie dell’intero anno.
Petrolio, la situazione di oggi 30 ottobre 2026: Brent oltre 117 dollari e WTI sopra 104 dollari
Negli scambi di venerdì 30 ottobre 2026, i prezzi del petrolio registrano nuovi rialzi, alimentati dai timori di ulteriori interruzioni delle forniture e dalla possibilità di una nuova escalation del conflitto tra Stati Uniti e Iran. Il Brent con consegna a dicembre sale del 2,1%, raggiungendo 117,30 dollari al barile, mentre il contratto con consegna a gennaio, attualmente il più scambiato, guadagna il 2,26% e si porta a 113,32 dollari. In aumento anche il WTI, che avanza del 2,1% a 104,10 dollari al barile. Le quotazioni si avviano così a chiudere il quarto mese consecutivo di rialzi. Nel corso di ottobre il Brent ha accumulato un incremento di circa il 16%, mentre il WTI registra un progresso intorno al 15%, confermando la persistente pressione sui mercati energetici. A riaccendere le preoccupazioni è stato anche un attacco a una petroliera nello Stretto di Hormuz, che ha riportato l’attenzione sulla vulnerabilità delle rotte marittime del Golfo Persico. L’episodio si inserisce in uno scenario già segnato da forti tensioni geopolitiche e dal rischio di nuove operazioni militari nella regione. La distanza tra le quotazioni attuali del Brent, superiori ai 117 dollari per la consegna a dicembre, e la previsione di una media annua di 92,88 dollari non rappresenta quindi una contraddizione. I due valori misurano fenomeni differenti: il primo fotografa il prezzo di uno specifico contratto futures nella seduta odierna, mentre il secondo sintetizza il livello medio previsto per l’intero 2026, includendo anche i mesi nei quali il greggio è stato scambiato a prezzi inferiori. Resta da capire quanto a lungo le tensioni sulle forniture continueranno a mantenere le quotazioni sui livelli attuali e se un ulteriore prolungamento della crisi renderà necessarie nuove revisioni al rialzo delle stime.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?