Per oltre 6 secoli hanno sostenuto il tetto di una delle chiese più celebri d’Italia, attraversando il tempo e le trasformazioni dell’edificio. Eppure, fino a oggi, le strutture lignee che sorreggono le coperture della Basilica di Santa Croce a Firenze non erano mai state oggetto di una diagnosi sistematica capace di restituirne un quadro completo. Ora una ricerca condotta dall’Istituto per la BioEconomia del Consiglio nazionale delle ricerche (CNR-IBE), in collaborazione con l’Opera di Santa Croce, ha permesso di documentarne caratteristiche costruttive, materiali, stato di conservazione e storia degli interventi eseguiti nel corso dei secoli.
L’indagine ha censito circa 530 metri cubi di legname storico, raccogliendo informazioni dettagliate su centinaia di elementi strutturali collocati anche a 35 metri di altezza. Un patrimonio architettonico nascosto, ma fondamentale per la stabilità e la conservazione della basilica, che dispone ora di una base conoscitiva inedita per programmare le future attività di manutenzione e tutela.
Tra le scoperte più significative figura un sistema di ventilazione naturale concepito dai costruttori medievali per favorire l’asciugatura del legno in caso di infiltrazioni d’acqua. Una soluzione che rivela quanto fosse approfondita la conoscenza delle proprietà dei materiali e delle esigenze di conservazione delle strutture già in epoca medievale. “Tra i risultati più significativi emerge la documentazione di un sofisticato sistema di ventilazione naturale, concepito dai costruttori medievali per favorire l’asciugatura del legno in caso di infiltrazioni d’acqua”, spiega Nicola Macchioni del CNR-IBE, che ha coordinato le attività con la collaborazione delle colleghe di istituto Margherita Vicario e Margherita Franchi. “Una soluzione che testimonia la profonda conoscenza del materiale da costruzione e che ha contribuito in modo determinante alla conservazione delle strutture fino ai giorni nostri. L’indagine ha inoltre consentito di ricostruire la provenienza dei principali legnami impiegati. L’abete bianco, utilizzato per gli elementi di maggiori dimensioni proveniva dalle foreste dell’alto bacino dell’Arno, tra Casentino e Mugello, mentre legnami come il castagno, impiegati in elementi più piccoli, arrivavano dalle aree collinari circostanti Firenze, testimonianza di una filiera del legno già fortemente integrata con il territorio toscano”.
Dalle foreste toscane alle coperture della basilica
La ricerca ha consentito di ricostruire anche la provenienza delle essenze utilizzate per realizzare le strutture. L’abete bianco, scelto per gli elementi di maggiori dimensioni, arrivava dalle foreste dell’alto bacino dell’Arno, tra Casentino e Mugello. Il castagno e altri legni impiegati nelle componenti più piccole provenivano invece dalle aree collinari intorno a Firenze. I risultati delineano una filiera già strettamente legata al territorio, nella quale la selezione e l’impiego delle diverse essenze rispondevano alle esigenze costruttive e alle caratteristiche dei materiali disponibili.
Per analizzare le strutture, i ricercatori hanno combinato rilievi geometrici, identificazione delle specie legnose, valutazioni delle proprietà meccaniche e verifiche dello stato di conservazione. Le indagini hanno permesso di documentare le caratteristiche dei singoli elementi, individuare eventuali criticità e riconoscere le tracce lasciate dagli interventi realizzati nel corso del tempo. “L’impiego di piattaforme aeree, strumenti diagnostici non invasivi, trapani strumentati ed endoscopi digitali ha consentito di esaminare anche le parti non direttamente accessibili e di acquisire dati sulla presenza di eventuali degradi causati da insetti e funghi, sui livelli di umidità e sulle caratteristiche dei collegamenti strutturali, compresi quelli introdotti durante restauri e manutenzioni”, prosegue Macchioni.
Le tecnologie utilizzate hanno consentito di raggiungere anche le porzioni meno accessibili delle coperture e di raccogliere informazioni utili a valutare le condizioni del legno e dei collegamenti strutturali, distinguendo gli elementi originari dalle modifiche introdotte attraverso restauri e manutenzioni successive. Il risultato è una ricostruzione che unisce la conoscenza dei materiali alla lettura delle trasformazioni avvenute nel corso dei secoli.
Una ricerca per la conservazione del patrimonio
Il programma di ricerca è nato dall’esigenza dell’Opera di Santa Croce di disporre di conoscenze aggiornate e approfondite sulle strutture lignee della basilica, indispensabili per orientare gli interventi di tutela e pianificare le attività manutentive sulla base di dati documentati. Le attività sono state sviluppate dal CNR-IBE e dall’Opera nell’ambito dei progetti COBALTO e PALCO, finanziati dalla Regione Toscana attraverso il programma Giovanisì e cofinanziati dall’Opera stessa.
La diagnosi rappresenta un passaggio importante per la conservazione di un complesso strutturale che, pur essendo in gran parte invisibile ai visitatori, costituisce una componente essenziale dell’edificio. La possibilità di conoscere materiali, condizioni conservative e modifiche storiche permette infatti di individuare con maggiore precisione le esigenze di intervento, riducendo il rischio di operazioni non necessarie e favorendo una gestione consapevole del patrimonio.
Le strutture nascoste di uno dei simboli di Firenze
Costruita tra il 1295 e il 1385 per la comunità francescana fiorentina, la Basilica di Santa Croce è una delle più grandi chiese francescane d’Italia. Lunga 115 metri e larga 38, custodisce opere e testimonianze di straordinario valore, dagli affreschi di Giotto alle tombe di Michelangelo, Galileo Galilei, Niccolò Machiavelli e Ugo Foscolo. Meno note sono le strutture che sostengono le coperture dell’edificio: la navata centrale è sovrastata da un tetto retto da 31 capriate all’italiana, collocate a circa 35 metri dal suolo e progettate per coprire una luce di circa 20 metri. A queste si aggiungono le strutture delle navate laterali, del transetto e delle cappelle, che nel loro insieme compongono un sistema articolato, sviluppato attraverso diverse fasi costruttive e manutentive.
La prima diagnosi completa consente oggi di leggere più a fondo questa architettura nascosta: non soltanto un insieme di travi e capriate che ha attraversato oltre sei secoli, ma una testimonianza concreta delle conoscenze tecniche medievali, dell’utilizzo delle risorse forestali toscane e della lunga storia di cura e trasformazione della basilica.






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