Una scossa di terremoto si è verificata nel Golfo di Policastro alle 15:39 di oggi, giovedì 8 ottobre. I sismografi hanno rilevato una scossa di magnitudo 3.1 con epicentro in mare in corrispondenza di Maratea. L’evento è avvenuto a grande profondità, ben 286km, circostanza che ha attutito la propagazione delle onde sismiche in superficie. A una profondità così elevata, le onde sismiche devono percorrere una distanza considerevole prima di raggiungere la superficie, con una conseguente attenuazione dello scuotimento. Non sono segnalati danni a persone o cose.
Perché il Golfo di Policastro è una zona sismica: la geologia tra Campania, Basilicata e Calabria
Per comprendere l’origine dei terremoti che interessano il Golfo di Policastro bisogna osservare una porzione molto più ampia del Mediterraneo. La geologia di questa regione è il risultato di milioni di anni di movimenti delle placche tettoniche, durante i quali interi bacini oceanici si sono progressivamente chiusi, catene montuose si sono sollevate e porzioni della litosfera terrestre sono sprofondate verso l’interno del pianeta. L’Italia meridionale occupa una posizione particolarmente complessa nel sistema di interazione tra la placca africana e quella eurasiatica. All’interno di questo quadro generale si inseriscono strutture tettoniche più piccole, ma estremamente importanti, che determinano la distribuzione dei terremoti lungo la penisola.
Il Golfo di Policastro si trova in una posizione di raccordo tra il settore meridionale della catena appenninica, il margine tirrenico della Basilicata e della Calabria e il sistema geodinamico dell’arco calabro. Non si tratta di una regione attraversata da un’unica grande faglia responsabile di tutti i terremoti, ma di un territorio nel quale convivono fenomeni sismici di origine differente. Nelle aree montuose dell’Appennino meridionale, molti terremoti sono prodotti da faglie che interessano la crosta terrestre e che rispondono alle deformazioni tettoniche tuttora in corso. Nel Tirreno, invece, si osserva anche una sismicità molto più profonda, collegata al movimento di una porzione di litosfera che scende nel mantello.
Questa distinzione è fondamentale. Due terremoti con epicentri relativamente vicini sulla carta geografica possono avere origini geologiche completamente diverse se uno si sviluppa a 10 chilometri di profondità e l’altro a quasi 300 chilometri. Il terremoto odierno, proprio per la profondità indicata, presenta caratteristiche compatibili con la sismicità profonda del sistema di subduzione del Tirreno meridionale, ben documentata dagli studi dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia.
Il mistero dei terremoti a 300 chilometri di profondità: cosa accade sotto il Mar Tirreno
Uno degli aspetti più sorprendenti della geologia del Tirreno meridionale è la presenza di terremoti che si verificano a profondità alle quali, in molte altre regioni del pianeta, la normale sismicità crostale non potrebbe svilupparsi. Per capire questo fenomeno bisogna introdurre il concetto di subduzione, uno dei principali meccanismi della tettonica delle placche. La superficie terrestre è suddivisa in grandi porzioni rigide, chiamate placche litosferiche, che si muovono lentamente nel corso del tempo geologico. Quando due placche convergono, una può scendere al di sotto dell’altra, penetrando progressivamente nel mantello terrestre.
È proprio quello che è accaduto, e continua ad accadere, nel Mediterraneo centrale, dove una porzione dell’antica litosfera ionica è sprofondata sotto l’arco calabro e il Tirreno meridionale. Questa struttura, chiamata in geologia slab, può essere immaginata come un enorme corpo roccioso che si immerge nelle profondità della Terra. Non si tratta di una cavità o di un’apertura nel sottosuolo, ma di materiale litosferico relativamente freddo e rigido che penetra in un ambiente circostante molto più caldo. Durante la discesa, le rocce sono sottoposte a pressioni elevatissime, variazioni di temperatura e trasformazioni mineralogiche. In determinate condizioni, questi processi possono generare improvvisi rilasci di energia, producendo terremoti anche a diverse centinaia di chilometri di profondità.
Nel Tirreno meridionale la distribuzione degli ipocentri disegna una struttura inclinata che si approfondisce verso nord-ovest. È una delle testimonianze più evidenti dell’esistenza della litosfera ionica in subduzione. L’INGV ha documentato questa configurazione attraverso l’analisi di migliaia di terremoti. In uno studio divulgativo pubblicato il 2 giugno 2026, l’Istituto ha evidenziato come, dal 2005, siano stati localizzati circa 11.000 terremoti con profondità superiore a 30 chilometri nella sezione del Tirreno meridionale analizzata, dei quali circa 500 con magnitudo pari o superiore a 3.0. Numeri che permettono di comprendere quanto questa struttura sia sismicamente attiva e quanto i terremoti profondi rappresentino un fenomeno caratteristico della regione, non un’anomalia improvvisa.
I precedenti del 2026: il forte terremoto del 2 giugno nel Tirreno meridionale
La scossa registrata oggi al largo di Maratea si inserisce in un anno durante il quale il Tirreno meridionale ha già manifestato diversi episodi di sismicità profonda. Il precedente più significativo risale al 2 giugno 2026, quando un terremoto di magnitudo locale ML 6.2, con magnitudo momento Mw 6.1, è stato registrato lungo la costa calabra nord-occidentale, a una profondità di circa 250 chilometri. Secondo le analisi dell’INGV, il terremoto del 2 giugno si è sviluppato in una porzione della litosfera ionica in subduzione caratterizzata da un’inclinazione quasi verticale. L’evento ha confermato come la sismicità profonda del Tirreno possa raggiungere magnitudo considerevoli, pur presentando caratteristiche di propagazione e scuotimento differenti rispetto ai grandi terremoti superficiali dell’Appennino.
Pochi giorni dopo, il 13 giugno 2026, un altro terremoto di magnitudo ML 4.7 è stato localizzato nel Tirreno meridionale, sempre lungo la costa calabra nord-occidentale, a circa 214 chilometri di profondità. In quell’occasione l’INGV ha segnalato che la scossa era stata avvertita in alcune località della Calabria e della Sicilia, come documentato dalle testimonianze raccolte attraverso il sistema di monitoraggio macrosismico.
Il terremoto del 1977 nel Golfo di Policastro: il precedente di magnitudo 5.9
Per trovare un precedente storico particolarmente interessante direttamente associato al Golfo di Policastro bisogna tornare al 30 dicembre 1977. In quella giornata venne registrato un terremoto di magnitudo riportata nei cataloghi sismici pari a circa 5.9, con localizzazione proprio nel Golfo di Policastro. L’evento costituisce un riferimento importante per ricostruire la storia sismica di questo settore del Tirreno. I cataloghi riportano inoltre una seconda scossa, avvenuta poco più di mezz’ora dopo, con magnitudo di circa 4.8. La presenza di eventi di questa intensità dimostra che il bacino non è interessato esclusivamente da terremoti piccoli o strumentali, ma può essere sede anche di rilasci di energia più consistenti.



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