Il Vortice Polare stratosferico è al momento vicino alla forza media attesa per il periodo, ma le proiezioni per i prossimi giorni indicano un possibile indebolimento. Tra i segnali che attirano l’attenzione c’è un impulso di attività ondulatoria previsto intorno al 29 ottobre: se le onde atmosferiche riuscissero a propagarsi con efficacia verso la stratosfera, potrebbero perturbare la circolazione polare con un certo ritardo, nell’arco di una o due settimane.
Gli ultimi aggiornamenti dei modelli mostrano un’evoluzione da seguire. Dopo le simulazioni di ECMWF, anche GFS prospetta un riscaldamento stratosferico più marcato, accompagnato dalla deformazione e dalla possibile divisione del nucleo del vortice. Le proiezioni ensemble indicano una probabilità attorno al 42% di inversione dei venti entro circa due settimane. È un segnale significativo, ma non equivale a una previsione certa: una parte dei membri continua a non mostrare l’inversione.

Che cosa può indebolire il Vortice Polare
Durante la stagione fredda, grandi onde planetarie, chiamate onde di Rossby e generate dai contrasti e dai movimenti dell’atmosfera più in basso, possono propagarsi verso l’alto. Quando raggiungono la stratosfera, trasferiscono energia e quantità di moto al vortice, rallentando i venti occidentali che circolano attorno al Polo Nord. Se l’interazione è abbastanza intensa, la stratosfera polare si riscalda rapidamente e la circolazione può deformarsi, spostarsi o dividersi in due nuclei.
La mappa tridimensionale di GFS rende visibile proprio questa trasformazione: il nucleo freddo, normalmente raccolto attorno all’Artico, viene deformato e sembra separarsi in due lobi. È una rappresentazione utile per seguire la struttura del vortice lungo diversi livelli atmosferici. Da sola, però, non basta a stabilire che si verificherà una major SSW, cioè un riscaldamento stratosferico maggiore. Per parlare di una major SSW, il criterio principale è preciso: a 10 hPa, nella fascia dei 60 gradi di latitudine nord, i venti medi zonali devono invertirsi da occidentali a orientali. Il riscaldamento e lo split sono segnali importanti della perturbazione, ma è l’effettiva inversione del flusso a caratterizzare l’evento secondo la definizione operativa.

Un segnale ancora da confermare
Il fatto che GFS abbia iniziato a proporre uno scenario simile a quello di ECMWF aumenta l’interesse, ma non chiude la questione. I modelli possono divergere, soprattutto quando si guarda a diversi giorni di distanza e si cerca di prevedere l’evoluzione della stratosfera. Anche le simulazioni ensemble, che esplorano molti scenari possibili partendo da condizioni iniziali leggermente diverse, mostrano un quadro non unanime: una probabilità del 42% indica un rischio concreto da monitorare, ma lascia ancora prevalente l’incertezza.
Anche AIFS appare più prudente rispetto ad alcune corse deterministiche. È meglio leggere questa differenza come un segnale che il quadro non è ancora risolto: i diversi sistemi hanno formulazioni e caratteristiche proprie e, quando le loro proiezioni divergono, la previsione resta meno affidabile. Per capire quale scenario acquisterà peso serviranno i prossimi aggiornamenti e, soprattutto, una maggiore coerenza tra le simulazioni e i rispettivi ensemble. Il periodo è un altro elemento da considerare. I riscaldamenti stratosferici maggiori sono associati all’inverno dell’emisfero nord e si osservano in genere tra novembre e marzo, più spesso nel cuore della stagione. Un segnale così precoce va quindi seguito con cautela: la circolazione polare è ancora in fase di evoluzione e una proiezione a lungo termine può cambiare sensibilmente da un aggiornamento all’altro.

Che cosa potrebbe succedere al tempo in Europa
Anche se una SSW venisse confermata, non sarebbe possibile tradurla automaticamente in una previsione di freddo o neve per l’Italia. Gli effetti al suolo dipendono da quanto la perturbazione riesce a propagarsi verso gli strati più bassi dell’atmosfera e da come reagiscono il getto e la circolazione sull’Atlantico e sull’Eurasia. In alcuni casi le conseguenze emergono dopo una o più settimane; in altri l’impatto resta limitato o si distribuisce in modo molto diverso tra le regioni.
Per ora, dunque, il dato più interessante è il possibile indebolimento del Vortice Polare, sostenuto dall’impulso di onde previsto a fine ottobre e dalla crescente convergenza di alcune simulazioni verso uno scenario di forte disturbo. La divisione del nucleo e l’inversione dei venti restano però ipotesi da verificare. Prima di discutere possibili conseguenze sull’inverno europeo occorre attendere che i modelli chiariscano quale evoluzione prevarrà in stratosfera.


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