L’autunno sta proseguendo all’insegna di una diffusa mitezza nell’emisfero nord, ma le proiezioni descritte da Judah Cohen indicano un possibile cambiamento importante nella circolazione atmosferica delle prossime settimane. Dopo alcune fasi in cui il vortice polare si è allungato, le simulazioni mostrerebbero infatti una perturbazione più ampia e precoce, attesa all’inizio di novembre. Se confermata, potrebbe indebolire sensibilmente la circolazione stratosferica che normalmente mantiene confinata l’aria più fredda attorno al Polo. La parola chiave, però, è possibile. Anche un riscaldamento stratosferico intenso non stabilisce in anticipo dove arriverà il freddo, né garantisce nevicate in Europa o negli Stati Uniti. La storia degli ultimi anni, come osserva lo stesso Cohen, invita alla cautela: i collegamenti tra neve autunnale in Eurasia, vortice polare, oscillazioni atmosferiche e temperature invernali non sono una catena automatica, e il loro potere predittivo può cambiare nel tempo.
Che cosa stanno indicando AO e NAO
Le prime due settimane delineano un’evoluzione graduale degli indici atmosferici. In questa analisi, l’Oscillazione Artica (AO) è attualmente positiva, una configurazione associata a pressioni relativamente basse alle alte latitudini e a un vortice più compatto. Le proiezioni la vedrebbero poi tendere verso valori più neutri e, nella seconda settimana, negativi, mentre le anomalie di pressione sull’Artico diventerebbero via via più miste o positive. Anche la NAO, che descrive il contrasto di pressione tra la regione islandese e l’Atlantico subtropicale, è indicata inizialmente positiva, ma potrebbe avvicinarsi alla neutralità e poi diventare negativa se le anomalie positive su o vicino alla Groenlandia si consolidassero. Un’AO o una NAO negativi possono favorire una circolazione più ondulata e permettere alle masse d’aria fredda di spingersi verso latitudini più basse, ma non sono interruttori del freddo: indicano un assetto generale, mentre la distribuzione concreta di piogge, neve e temperature dipende da dove si posizionano anticicloni, depressioni e correnti a getto.

Europa: mitezza iniziale, poi possibile raffreddamento
Nel breve termine, la dorsale anticiclonica prevista su gran parte dell’Europa favorirebbe temperature nella norma o superiori alla norma, Regno Unito compreso. Il quadro farebbe eccezione soprattutto per i Balcani e la Turchia, dove le proiezioni indicano condizioni più fresche, in particolare quando le depressioni dovessero insistere tra Mediterraneo orientale ed Europa sudorientale. Nella settimana successiva, la cresta di alta pressione potrebbe concentrarsi maggiormente tra Regno Unito e Scandinavia. A sud e a est di questa struttura, le aree di bassa pressione in quota potrebbero approfondirsi e allargarsi verso l’Europa centrale e meridionale, aprendo la strada a un progressivo calo delle temperature. Nella seconda settimana la possibilità di valori inferiori alla media si estenderebbe, secondo lo scenario descritto, a buona parte del continente e anche al Regno Unito, mentre Scandinavia e Penisola Iberica potrebbero restare più miti.
Si tratterebbe di un cambiamento della circolazione atmosferica da seguire, non ancora di una previsione dettagliata di gelo o neve: una discesa fredda può infatti attraversare l’Europa senza produrre precipitazioni nevose diffuse, perché servono anche umidità, traiettoria favorevole delle perturbazioni e temperature adeguate lungo tutta la colonna atmosferica.

Il possibile riscaldamento stratosferico
Per capire perché l’inizio di novembre attiri tanta attenzione, occorre distinguere il tempo che viviamo al suolo da ciò che accade molto più in alto, nella stratosfera. Il vortice polare stratosferico è una vasta circolazione di venti occidentali che circonda l’aria fredda sopra il Polo durante la stagione invernale; quando le onde atmosferiche che risalgono dalla troposfera trasferiscono energia verso l’alto, possono rallentare questa circolazione, deformarla o spostarla. L’analisi di Cohen descrive dapprima un vortice allungato, con centri di bassa pressione disposti dall’area siberiana verso il Canada, e poi un riscaldamento più ampio sull’Artico centrale, accompagnato da anomalie di alta pressione. Quest’ultima configurazione avrebbe un aspetto più simile a un riscaldamento stratosferico improvviso rispetto al semplice allungamento del vortice. La distinzione è importante: un evento viene classificato come “major” quando i venti zonali medi a 10 hPa e 60°N si invertono da occidentali a orientali; finché questo criterio non si verifica, si può parlare di un forte disturbo o di un riscaldamento, ma non necessariamente di un evento maggiore secondo la definizione più comune.
Dopo una grande perturbazione, le anomalie possono talvolta propagarsi verso il basso e modificare la circolazione troposferica, favorendo pressioni più alte nell’Artico, una corrente a getto più ondulata e maggiori occasioni per le irruzioni fredde alle medie latitudini. Ma il trasferimento dalla stratosfera alla troposfera non è garantito, può richiedere settimane e può produrre effetti diversi da una regione all’altra; il freddo può concentrarsi in Asia orientale, in Europa oppure nel Nord America, senza interessare contemporaneamente tutte e tre le aree.

Neve siberiana e ghiaccio artico: segnali utili, non verdetti
Nel modello concettuale proposto da Cohen e collaboratori, una rapida espansione della copertura nevosa in Siberia può contribuire a raffreddare la superficie, rafforzare l’anticiclone siberiano e aumentare il flusso di energia atmosferica verso la stratosfera. Se l’impulso è abbastanza efficace, il vortice polare può indebolirsi e le anomalie di circolazione possono in seguito influenzare l’atmosfera più vicina al suolo. È un meccanismo studiato nella letteratura scientifica, ma non una formula che consenta di dedurre automaticamente il tempo dell’inverno da un singolo dato sulla neve.
Cohen sottolinea che quest’anno l’indice di avanzamento della neve, o Snow Advance Index (SAI), appare robustamente positivo e potrebbe suggerire tempi anticipati per un disturbo del vortice. Aggiunge però che il rapporto tra neve autunnale, AO e clima invernale sarebbe diventato meno affidabile nella previsione dell’AO e della NAO rispetto al passato. Una parte della ricerca recente pone inoltre l’accento sulla distribuzione geografica della neve: un contrasto tra Eurasia nordoccidentale e nordorientale potrebbe contenere informazioni diverse dalla sola estensione complessiva del manto nevoso. Anche il ghiaccio marino del settore Barents-Kara entra nello scenario: la sua ridotta estensione, insieme alla copertura nevosa siberiana e al blocco anticiclonico sugli Urali e sulla Scandinavia, potrebbe aver contribuito a creare condizioni favorevoli alla risalita di onde atmosferiche. Sono fattori che si intrecciano, senza che sia semplice stabilire quale abbia innescato gli altri; lo stesso autore descrive il rapporto tra neve e blocco come una possibile interazione reciproca.
El Niño e il precedente del 2009-2010
Sul quadro pesa anche un El Niño che, secondo il testo di Cohen, potrebbe diventare eccezionalmente intenso. Le annate con El Niño forte tendono a orientare alcune caratteristiche stagionali, ma non determinano da sole l’esito dell’inverno: Cohen considera possibile una stagione mediamente mite per il Nord America, soprattutto orientale, pur ricordando che questa tendenza non esclude periodi freddi anche prolungati. Tra gli analoghi evocati c’è l’inverno 2009-2010, che presentava alcune somiglianze con lo scenario attuale: un El Niño importante, neve eurasiatica in rapida espansione e un riscaldamento stratosferico precoce. Quell’inverno fu poi caratterizzato da blocco sulla Groenlandia, NAO negativa e importanti episodi freddi e nevosi in Europa e negli Stati Uniti orientali. Ma un precedente non è una promessa: somigliare a una configurazione passata non significa ripeterne gli effetti, soprattutto quando le relazioni statistiche tra vortice, oscillazioni atmosferiche e temperature invernali appaiono meno stabili.
La lettura più solida, per ora, è quindi che l’atmosfera si prepara a una fase molto interessante, ma la previsione stagionale resta aperta. Le proiezioni suggeriscono un vortice polare insolitamente disturbato per il periodo, con possibili ripercussioni nelle settimane successive; per capire se il segnale stratosferico raggiungerà davvero il suolo e quali regioni coinvolgerà, sarà necessario seguire l’evoluzione dei venti a 10 hPa, la propagazione delle anomalie verso la troposfera e la disposizione dei blocchi anticiclonici. È proprio questa incertezza, più che una promessa di gelo, a rendere il quadro di fine autunno meritevole di attenzione.


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