Le mappe stratosferiche delle ultime emissioni modellistiche mostrano una possibile fase di forte disturbo del vortice polare nei primi giorni di novembre. Secondo le proiezioni indicate, attorno al 4 e 5 novembre i venti occidentali medi a 60°N e alla quota di 10 hPa potrebbero scendere nell’intervallo tra 5 e 11 metri al secondo. Si tratterebbe di un indebolimento significativo per una fase così precoce della stagione, tanto più che, nel confronto storico utilizzato, i valori previsti si avvicinerebbero o scenderebbero sotto i minimi osservati in passato per lo stesso periodo.
Il dato va comunque interpretato con attenzione: il riferimento al ‘minimo storico’ dipende dalla serie di dati, dal periodo considerato e dal metodo di confronto. È più utile, per ora, soffermarsi sul segnale generale condiviso dai modelli: la circolazione stratosferica potrebbe rallentare sensibilmente proprio mentre il vortice è ancora nella fase di sviluppo autunnale.
Due nuclei al posto di un unico vortice compatto
La proiezione ECMWF descrive, a 10 hPa, una configurazione in cui il vortice polare potrebbe assumere una forma divisa in due lobi, uno sull’Eurasia settentrionale e l’altro sul Canada. Tra i due si inserirebbe una dorsale di alta pressione, associata ad una cosiddetta Wave 2. In parole povere, l’onda avrebbe due grandi creste disposte lungo i settori settentrionali dell’emisfero, capaci di deformare la circolazione che normalmente avvolge l’Artico.

Un elemento di interesse è che la stessa impronta compare anche a 50 hPa. Questa quota si trova più in basso nella stratosfera rispetto a 10 hPa. Se il segnale dovesse persistere nelle prossime uscite, la presenza su entrambi i livelli suggerirebbe un disturbo esteso verticalmente, non limitato alla sola alta stratosfera. La propagazione e l’interazione delle onde planetarie con il flusso stratosferico sono infatti tra i meccanismi che possono rallentare i venti e alterare la forma del vortice.
Il possibile ruolo del blocco tra Urali e Scandinavia
La configurazione troposferica descritta presenta un blocco anticiclonico tra l’area degli Urali e la Scandinavia. In una dinamica di questo tipo, l’alta pressione può contribuire a favorire l’attività delle onde atmosferiche dirette verso l’alto. Una parte dell’energia e della quantità di moto associata a queste onde può raggiungere la stratosfera e interagire con il vortice, frenandone la rotazione e contribuendo alla sua deformazione. È una dinamica complessa: non basta osservare la presenza di un blocco in troposfera per concludere che il vortice si dividerà davvero. Contano l’intensità, la durata e la direzione delle onde, ma anche lo stato già raggiunto dalla stratosfera. Le interazioni tra onde planetarie e circolazione media sono alla base dei grandi disturbi stratosferici, ma la loro evoluzione è difficile da prevedere con precisione, soprattutto quando si guarda a diverse settimane di distanza.
Un vortice debole non significa automaticamente un riscaldamento stratosferico
Anche qualora le mappe mostrassero due lobi distinti, non si potrebbe parlare automaticamente di un major sudden stratospheric warming. Secondo il criterio più utilizzato per identificare questi eventi, i venti zonali medi a 60°N e 10 hPa devono invertirsi, passando da occidentali a orientali. I valori previsti, compresi tra 5 e 11 m/s, sarebbero molto deboli ma ancora positivi: indicano quindi una forte frenata, non una vera inversione del vento. La distinzione è importante anche nella comunicazione: un vortice può essere disturbato, allungato o persino assumere temporaneamente una struttura a due lobi senza che si verifichino tutte le condizioni di un riscaldamento maggiore. Le mappe attuali descrivono una possibile evoluzione, non un evento già osservato e confermato.

La questione decisiva è la durata del disturbo
Il segnale più rilevante delle proiezioni non riguarda soltanto quanto il vortice polare potrebbe indebolirsi a inizio novembre, ma anche cosa accadrebbe dopo. Secondo lo scenario descritto, il disturbo potrebbe essere precoce e di durata limitata, seguito da una forte ripresa della circolazione polare. Anche la media degli scenari GEFS, pur mostrando una tendenza all’indebolimento nelle ultime emissioni disponibili, non esclude una successiva ricostituzione del vortice. In questo caso, la fase di inizio novembre rappresenterebbe una parentesi dinamica interessante, senza necessariamente precondizionare in modo duraturo il resto della stagione. Le ipotesi di una nuova finestra di disturbo tra fine novembre e dicembre, oppure di un vortice più forte verso gennaio, restano scenari da verificare nelle prossime settimane. Le proiezioni a lungo termine descrivono tendenze e medie d’insieme, non l’evoluzione certa di ogni singola fase.
Che cosa potrebbe significare per il tempo in Europa?
Un vortice stratosferico debole può favorire, in alcune circostanze, una circolazione atmosferica più ondulata e aumentare la possibilità che masse d’aria fredda scendano verso latitudini più basse. Ma il passaggio dalla stratosfera alla troposfera non è automatico. Anche quando il vortice si indebolisce o si divide, non è possibile stabilire dalle sole mappe stratosferiche dove si dirigerà il freddo, quale area sarà coinvolta o per quanto tempo. Per capire se il disturbo potrà avere effetti sull’Europa servirà osservare se il segnale persiste, se coinvolge gli strati più bassi e come reagiscono la corrente a getto e i blocchi atmosferici.
Per l’Italia, in particolare, non è possibile ricavare ora una previsione di freddo, neve o maltempo da questa configurazione. Il quadro resta dunque da seguire: ECMWF e GFS descrivono un possibile indebolimento marcato del vortice nei primi giorni di novembre, con una struttura a due lobi e un segnale presente su più livelli stratosferici. La possibilità di una rapida ripresa, però, invita alla prudenza. Le prossime emissioni chiariranno se si tratterà di un disturbo effimero o dell’inizio di una fase più persistente. Staremo a vedere.


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