Dalle scosse legate alle crisi bradisismiche nella caldera flegrea fino alle nubi di cenere che paralizzano lo spazio aereo della Sicilia orientale, l’Italia si trova costantemente a misurarsi con la complessa convivenza tra una densa antropizzazione e la potenza della natura. Due scenari vulcanici profondamente diversi tra loro, ma uniti da una medesima esigenza: conciliare la sicurezza pubblica, l’operatività delle infrastrutture e la tempestività delle risposte istituzionali.
A fare il punto su queste sfide è una delle figure operative di vertice della Protezione Civile italiana: l’ingegner Luigi D’Angelo, Direttore dell’Ufficio Gestione delle Emergenze del Dipartimento della Protezione Civile presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri. Ingegnere civile idraulico di formazione, D’Angelo vanta una carriera trentennale maturata interamente sui teatri di crisi più complessi del Paese e all’estero: dal coordinamento dei soccorsi per il terremoto dell’Abruzzo nel 2009 e l’alluvione di Messina, all’esperienza sul campo come responsabile operativo ad Amatrice durante il devastante sisma del Centro Italia del 2016, fino alla guida di missioni internazionali del Meccanismo Europeo di Protezione Civile (dal terremoto di Haiti al tifone Haiyan nelle Filippine) e alla gestione dell’accoglienza durante la crisi ucraina.
In questa intervista, D’Angelo analizza i meccanismi fisici del bradisismo, le criticità viarie campane e le procedure aeronautiche attivate durante le eruzioni etnee.
Nei Campi Flegrei la popolazione manifesta una crescente preoccupazione, come testimoniato anche dalle proteste dell’8 ottobre, mentre si attende la piena operatività del decreto legge approvato il 13 ottobre dal Governo. Qual è lo stato dell’arte e perché questo territorio è così complesso da gestire, soprattutto sul fronte viario e delle evacuazioni?
“Ci troviamo di fronte a un territorio estremamente fragile. Quella a cui stiamo assistendo non è la prima crisi bradisismica legata alla presenza del vulcano: ne abbiamo avute storicamente negli anni Settanta e negli anni Ottanta, mentre questa fase più recente è cominciata a partire dal 2023. Il fenomeno è direttamente connesso alla dinamica del sistema vulcanico. È come se avessimo una sorta di ‘soufflé’ che si gonfia: a circa 4-5 chilometri di profondità, in connessione con la camera magmatica, si verifica una spinta di gas dal basso verso l’alto. Questo meccanismo provoca il sollevamento del suolo e determina gli eventi sismici. Sebbene le magnitudo registrate non siano di per sé elevatissime, si tratta purtroppo di terremoti molto superficiali. Abbiamo rilevato scosse significative a maggio del 2024, nel 2025 e fino all’evento del 31 luglio 2026. La paura tra i residenti è comprensibile, ed è per questo che accompagnare la cittadinanza ed effettuare esercitazioni pratiche resta prioritario, pur dovendo fare i conti con una rete viaria complessa”.
Dalla Campania alla Sicilia: quando l’Etna erutta, le ricadute sulla mobilità aerea sono immediate e pesanti. Come si gestisce l’impatto delle ceneri e cosa impone la convivenza con questo vulcano?
“La parola chiave deve rimanere ‘prevenzione’, un concetto strettamente ancorato a quello dello sviluppo sostenibile. Le nostre società sono articolate e dipendono fortemente da infrastrutture e trasporti, ma non possiamo ignorare le vulnerabilità del territorio nazionale, dove sono presenti pressoché tutti i rischi naturali, compreso quello vulcanico. La strategia fondamentale è imparare a convivere con questi fenomeni. Convivere comporta inevitabilmente dei disagi, ma impone soprattutto di indirizzare le risorse, prima di tutto economiche, ma anche umane, verso la prevenzione strutturata”.
L’Etna è sempre stato attivo, eppure negli ultimi tempi i blocchi dei voli sembrano moltiplicarsi. Che cosa è cambiato nelle procedure operative?
“L’Etna è un vulcano costantemente monitorato. Da un lato esiste un piano di Protezione Civile che disciplina l’accesso all’area sommitale durante l’attività effusiva, imponendo restrizioni calibrate per garantire l’incolumità delle persone. Connesso a questo, opera un accurato sistema di monitoraggio delle ceneri vulcaniche, le quali impattano in modo diretto e severo sulla sicurezza del volo. Le chiusure aeroportuali non scattano per caso: quando le condizioni diventano critiche, i provvedimenti di interdizione possono interessare non solo l’aeroporto di Catania Fontanarossa, ma estendersi anche agli scali di Reggio Calabria e Sigonella. La gestione richiede un coordinamento complessivo continuo delle infrastrutture per bilanciare la mobilità con l’inderogabile tutela della sicurezza”.
Il quadro delineato mette a fuoco un principio cardine: la difesa del territorio non può esaurirsi nella sola reazione emergenziale a evento già in corso. Nei Campi Flegrei, dove la pressione demografica e i vincoli urbanistici rendono le vie di fuga un nodo cruciale, la continuità delle esercitazioni e la trasparenza verso i cittadini rappresentano la prima linea di difesa. Al contempo, nell’area etnea, la cooperazione tra autorità aeronautiche, enti scientifici come l’INGV e le amministrazioni regionali dimostra come la sicurezza dei trasporti richieda protocolli rigorosi e flessibili, capaci di rimodulare il traffico aereo in tempo reale senza mai abbassare la soglia di guardia.
Convivere con i vulcani attivi, in definitiva, significa accettare la complessità intrinseca del nostro territorio e investire costantemente nella conoscenza scientifica, nell’adeguamento delle infrastrutture critiche e nella consapevolezza delle comunità locali. Solo trasformando la cultura della prevenzione in investimenti strutturali e buone pratiche quotidiane sarà possibile proteggere vite umane e ridurre al minimo l’impatto economico e sociale delle grandi emergenze naturali.


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