Campi Flegrei, il tufo giallo meno imponente del previsto: nuove ricerche riscrivono la storia della grande eruzione

Uno studio internazionale coordinato dall’Università di Bari ridimensiona il volume dell’eruzione di 13.980 anni fa e rivede il modello di formazione della caldera: non un unico collasso catastrofico, ma un processo progressivo e frammentato

Nuove datazioni, una diversa ricostruzione delle dimensioni dell’eruzione e soprattutto un modello inedito della formazione della caldera. La storia del Tufo Giallo Napoletano, uno degli eventi vulcanici più importanti nella storia dei Campi Flegrei, viene riscritta alla luce di uno studio scientifico coordinato dal Dipartimento di Scienze della Terra e Geoambientali dell’Università degli Studi di Bari Aldo Moro e pubblicato su ScienceDirect. La ricerca mette in discussione alcuni elementi fondamentali del modello tradizionale, offrendo una ricostruzione più dettagliata dell’eruzione e dei processi che hanno accompagnato la formazione della caldera flegrea. Un contributo particolarmente significativo per comprendere l’evoluzione di un sistema vulcanico attivo, situato in un territorio densamente popolato.

Il primo elemento riguarda la datazione. Le nuove analisi radiometriche collocano l’eruzione a 13.980 ± 140 anni fa, fornendo un riferimento cronologico più preciso per correlare i depositi vulcanici dei Campi Flegrei con le ceneri rinvenute nelle successioni geologiche terrestri, marine e lacustri del Mediterraneo. È però soprattutto la dinamica dell’eruzione a riservare elementi di novità. Secondo i ricercatori, l’evento non si sviluppò attraverso un’unica fase esplosiva, ma ebbe un andamento fortemente pulsante, caratterizzato da ripetute variazioni nella portata del magma e da una progressiva riorganizzazione delle bocche eruttive. Un comportamento raramente documentato con questa intensità nelle grandi eruzioni che portano alla formazione di caldere.

Anche il meccanismo responsabile dell’esplosività viene reinterpretato. Le analisi della morfologia delle ceneri, della vescicolarità delle pomici, della composizione dei depositi e della geochimica dei vetri vulcanici indicano che la frammentazione fu prevalentemente magmatica. L’elevata energia dell’eruzione sarebbe stata determinata soprattutto dalla rapida decompressione di un magma ricco di gas e meccanicamente fragile, mentre l’interazione con le acque esterne avrebbe avuto un ruolo più limitato rispetto a quanto ipotizzato in precedenza.

Un risultato che modifica anche l’interpretazione di uno degli indizi considerati più significativi dagli studi precedenti. “Le grandi quantità di cenere fine erano state finora considerate una prova di una frammentazione dominata dall’interazione tra magma e acqua – spiega Roberto Sulpizio, autore corrispondente dello studio e docente dell’Università di Bari – I nuovi dati mostrano invece che caratteristiche simili possono svilupparsi anche in eruzioni alimentate prevalentemente dai gas contenuti nel magma. Un risultato che va oltre il caso dei CAMPI Flegrei e contribuisce all’interpretazione di numerose grandi eruzioni esplosive“.

Un’eruzione meno grande di quanto si pensasse

Tra le novità più rilevanti c’è il ridimensionamento del volume di magma eruttato. Le stime precedenti attribuivano all’evento una quantità superiore a 40-50 chilometri cubi di magma, espressa in Dense Rock Equivalent (DRE), l’unità utilizzata per calcolare il volume del materiale eruttato riportandolo alla densità della roccia compatta. La nuova ricostruzione scientifica colloca invece il volume tra 16 e 20 chilometri cubi DRE. Una differenza sostanziale rispetto alle valutazioni precedenti: l’eruzione del Tufo Giallo Napoletano resta uno degli eventi esplosivi più importanti dell’area flegrea, ma avrebbe avuto dimensioni significativamente inferiori a quelle finora considerate.

La caldera non si formò con un unico collasso

Un’altra revisione riguarda il processo di formazione della caldera. Il modello tradizionale prevedeva un unico collasso catastrofico, simile a un movimento “a pistone”, dell’intera area centrale. La nuova interpretazione descrive invece un cedimento progressivo e frammentato, sviluppatosi attraverso l’attivazione successiva di diversi segmenti di faglia. Il collasso avrebbe interessato soprattutto il settore compreso tra la piana di Agnano e l’area del Gauro, seguendo strutture tettoniche preesistenti, ereditate dalle precedenti fasi evolutive della caldera. Un processo, dunque, articolato in più fasi e condizionato dall’assetto geologico già presente nell’area.

Le implicazioni per il vulcano attuale

I risultati assumono particolare interesse anche alla luce dell’attuale fase di instabilità dei Campi Flegrei, caratterizzata da sollevamento del suolo, sismicità diffusa e variazioni del sistema idrotermale. Gli stessi ricercatori, tuttavia, invitano a non confondere la ricostruzione degli eventi del passato con una previsione dell’evoluzione futura del vulcano. Lo studio, infatti, non formula previsioni sull’andamento della crisi in corso e non suggerisce che un’eruzione analoga a quella del Tufo Giallo Napoletano sia imminente o rappresenti lo scenario più probabile.

Il contributo della ricerca riguarda piuttosto la comprensione dei meccanismi che regolano il funzionamento di una caldera attiva. Le evidenze raccolte mostrano che una grande eruzione può svilupparsi attraverso numerosi impulsi successivi e protrarsi più a lungo rispetto alle tipiche fasi pliniane. Inoltre, i segnali geochimici registrati durante i periodi di instabilità possono riflettere l’interazione tra diverse porzioni del sistema magmatico, mentre l’apertura delle bocche eruttive e l’evoluzione del collasso possono essere condizionate dalla presenza di faglie preesistenti.

Un aspetto che assume rilevanza anche sul piano della gestione delle emergenze. Un’attività eruttiva prolungata e caratterizzata da ripetuti impulsi potrebbe infatti rendere più complessa l’organizzazione delle operazioni di protezione civile e la gestione di un’eventuale crisi. Per questo motivo, spiegano i ricercatori, tali dinamiche devono essere considerate nella definizione degli scenari di rischio.

La ricerca è il risultato di una collaborazione internazionale che ha coinvolto, oltre all’Università di Bari, l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv), il Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr), le Università di Bologna, Siena e Molise e l’Université Paris-Saclay. Il lavoro è stato sostenuto da diversi programmi di finanziamento, tra cui Ingv Pianeta Dinamico, Prin Insight, Prin Comet, il partenariato Return nell’ambito di NextGenerationEU e il progetto francese Icare.