Il 4 novembre 1966 l’Italia finisce sott’acqua: Venezia sommersa dall’Aqua Granda e Firenze travolta dall’Arno

Sessant’anni fa una delle più devastanti catastrofi idrogeologiche della storia italiana colpì contemporaneamente il Nord-Est e la Toscana. Venezia raggiunse il livello record di 194 cm sopra il medio mare

Il 4 novembre 1966 è una data rimasta impressa nella storia italiana come uno dei giorni più drammatici per il territorio e le popolazioni colpite dalle calamità naturali. Sessant’anni fa, piogge eccezionalmente intense e persistenti trasformarono vaste aree della penisola in un immenso scenario di devastazione. Dal Trentino-Alto Adige al Veneto, dal Friuli-Venezia Giulia fino alla Toscana, fiumi in piena, esondazioni e frane provocarono danni ingentissimi, vittime e decine di migliaia di sfollati. A diventare il simbolo di quella tragedia furono soprattutto 2 città: Venezia e Firenze, colpite nello stesso giorno da 2 eventi alluvionali di proporzioni eccezionali. Da una parte il mare Adriatico, sospinto da condizioni meteorologiche estreme, sommerse la città lagunare; dall’altra l’Arno ruppe gli argini e riversò una quantità impressionante di acqua e fango nel cuore del capoluogo toscano.

Venezia, l’Aqua Granda: 194 cm

A Venezia quell’evento passò alla storia con il nome di Aqua Granda. Il livello dell’acqua raggiunse alle ore 18 i 194 cm sopra il livello medio del mare, un valore eccezionale che ancora oggi rappresenta il record assoluto delle misurazioni ufficiali. La situazione meteorologica era particolarmente grave. Un fortissimo e persistente vento di scirocco spingeva le acque dell’Adriatico verso la laguna, impedendo il normale deflusso della marea. La città aveva cominciato ad allagarsi già nella serata del 3 novembre, ma nelle ore successive il fenomeno assunse proporzioni sempre più drammatiche.

Contrariamente a quanto normalmente accade, con il progressivo abbassamento della marea, l’acqua non si ritirò. La laguna rimase sostanzialmente intrappolata in un equilibrio eccezionale, mentre nuove masse d’acqua continuavano a riversarsi sulla città. Le conseguenze furono devastanti. Piazza San Marco, le calli, i campielli, le abitazioni e i negozi finirono sott’acqua. Gli impianti elettrici, le linee telefoniche e le forniture di gas subirono gravi interruzioni, lasciando numerosi quartieri al buio e isolati.

Anche le isole della laguna furono duramente colpite. Murano, Burano, Torcello, Sant’Erasmo, il Lido e Pellestrina subirono allagamenti e danni ingenti. Particolarmente drammatica fu la situazione lungo i litorali, dove la violenza delle onde provocò anche il cedimento di importanti strutture di protezione, tra cui tratti dei Murazzi. Soltanto dopo molte ore, nella serata del 4 novembre, le acque cominciarono lentamente a ritirarsi, lasciando dietro di sé distruzione, fango e una città profondamente ferita.

Firenze, l’Arno rompe gli argini: la città del Rinascimento sommersa

Mentre Venezia affrontava la furia dell’Adriatico, in Toscana si consumava un’altra tragedia di dimensioni straordinarie. Dopo giorni di precipitazioni incessanti, nella notte tra il 3 e il 4 novembre il fiume Arno raggiunse livelli allarmanti. Le piogge, particolarmente intense nel bacino idrografico del fiume, avevano fatto crescere rapidamente la portata dei corsi d’acqua e dei loro affluenti.
Nelle prime ore del mattino del 4 novembre, l’Arno ruppe gli argini e la piena raggiunse Firenze, riversandosi con una violenza impressionante nel centro abitato. L’acqua invase i lungarni, le strade, le piazze e i quartieri storici. In alcune zone raggiunse quasi cinque metri di altezza, travolgendo automobili, abitazioni, attività commerciali e infrastrutture. Molte persone rimasero intrappolate nelle proprie case, mentre i soccorsi si trovarono a operare in condizioni estremamente difficili.

La devastazione coinvolse anche uno dei patrimoni artistici e culturali più importanti del mondo. Gli Uffizi, la Basilica di Santa Croce, la Biblioteca Nazionale e numerosi edifici storici furono raggiunti dall’acqua e dal fango, spesso mescolati alla nafta fuoriuscita dai serbatoi degli impianti di riscaldamento. Tra le immagini più drammatiche rimase quella del Crocifisso di Cimabue, custodito nella Basilica di Santa Croce, gravemente danneggiato dall’alluvione. Migliaia di opere d’arte, documenti e libri rischiarono di andare perduti per sempre.

Il bilancio umano fu altrettanto doloroso: la catastrofe provocò decine di vittime in Toscana e lasciò migliaia di famiglie senza casa. Proprio da questa tragedia nacque però anche una straordinaria manifestazione di solidarietà internazionale. Migliaia di giovani volontari, provenienti da tutta Italia e dall’estero, raggiunsero Firenze per contribuire al recupero dei libri, dei dipinti e dei documenti sommersi dal fango. Passarono alla storia come gli “Angeli del fango”, protagonisti di una mobilitazione spontanea che divenne un simbolo di altruismo e partecipazione civile. L’alluvione fiorentina contribuì inoltre a far emergere la necessità di un sistema nazionale di protezione civile, capace di prevedere, affrontare e gestire le grandi emergenze.

Grosseto e Pontedera: altre città travolte dalla furia delle acque

La tragedia del 4 novembre non riguardò soltanto Venezia e Firenze. Nello stesso giorno altre località della Toscana furono colpite da devastanti esondazioni, in un quadro di emergenza che interessò un territorio molto più vasto. A Grosseto, il fiume Ombrone ruppe gli argini nelle prime ore del mattino, intorno alle 07:55, riversando una quantità enorme di acqua e fango nella città e nella campagna maremmana. Interi quartieri e vaste aree agricole finirono sommersi. Le abitazioni furono invase dall’acqua, mentre numerosi residenti cercarono rifugio ai piani superiori e sui tetti. Le operazioni di soccorso, anche attraverso gli elicotteri dell’Aeronautica Militare, furono determinanti per salvare molte persone.

Anche Pontedera, in provincia di Pisa, visse momenti drammatici. Qui, mentre la popolazione temeva soprattutto la piena dell’Arno, fu il fiume Era a rompere gli argini nella zona della Montagnola, nel primo pomeriggio del 4 novembre. L’acqua invase rapidamente gran parte della città, provocando ingenti danni alle abitazioni, alle attività produttive e agli stabilimenti industriali, compresi quelli della Piaggio. Pontedera rimase isolata e senza energia elettrica per molte ore.

Un disastro nazionale: il Nord-Est italiano in ginocchio

Mentre le immagini di Venezia e Firenze facevano il giro del mondo, una parte consistente del Nord-Est italiano stava affrontando una delle più gravi emergenze idrogeologiche del dopoguerra. Le precipitazioni eccezionali provocarono l’esondazione di numerosi corsi d’acqua nei territori del Trentino-Alto Adige, del Veneto e del Friuli-Venezia Giulia. Interi centri abitati vennero allagati, ponti e strade furono distrutti o resi impraticabili, mentre frane e smottamenti isolarono numerose località montane.

Particolarmente grave fu la situazione nel bacino dell’Adige e nelle province di Trento e Belluno, dove le inondazioni provocarono ingenti danni alle abitazioni, alle infrastrutture e alle attività economiche. Secondo le ricostruzioni del CNR-Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica, nelle regioni settentrionali si contarono 87 vittime e oltre 42mila sfollati. In Toscana le vittime furono 47, con circa 46mila persone tra sfollati e senzatetto.

Considerando l’intero evento alluvionale del novembre 1966, il bilancio complessivo superò le 130 vittime e coinvolse decine di migliaia di famiglie. Si trattò dunque di una catastrofe estesa, caratterizzata dalla contemporaneità di fenomeni diversi: mareggiate, maree eccezionali, piene fluviali, esondazioni e frane.

Sessant’anni dopo, una ferita ancora aperta

Il 4 novembre 2026 ricorre il 60° anniversario di quella drammatica giornata. Sei decenni sono trascorsi, ma il ricordo dell’Aqua Granda di Venezia e dell’alluvione di Firenze continua a rappresentare un momento fondamentale nella memoria collettiva italiana. Quelle immagini di città sommerse, strade trasformate in fiumi, abitazioni distrutte e opere d’arte ricoperte di fango raccontano una tragedia che ha segnato intere generazioni.

Il 1966 rappresentò però anche un importante punto di svolta nella consapevolezza del rischio idrogeologico del nostro Paese. La devastazione mise in evidenza quanto fosse indispensabile investire nella prevenzione, nella manutenzione del territorio, nel monitoraggio dei corsi d’acqua e nell’organizzazione dei soccorsi. Dall’esperienza di quelle drammatiche giornate maturò anche una nuova sensibilità verso la protezione delle popolazioni e del patrimonio culturale, contribuendo al percorso che avrebbe portato allo sviluppo del moderno sistema italiano di protezione civile.