Come anticipato ieri sera sulle nostre pagine con la notizia della clamorosa scoperta che ha scosso il mondo dell’astronomia, il nostro vicino cosmico è tutt’altro che geologicamente morto. A confermare e ampliare l’affascinante rivelazione di un pianeta ancora vivo, capace di nascondere un segreto sotto la sua superficie, arrivano ora i dettagli completi dello studio pubblicato il 4 novembre sulla prestigiosa rivista Science Advances. Questa approfondita ricerca scientifica smantella definitivamente la classica immagine di un freddo deserto di ghiaccio e roccia, popolato esclusivamente da vulcani ormai inermi.
Gli scienziati hanno infatti rilevato e misurato con estrema precisione la fuoriuscita di cloruro di idrogeno nell’atmosfera di Marte, un fenomeno gassoso localizzato in modo inequivocabile sopra i fianchi settentrionali di Alba Mons, un gigantesco vulcano a scudo che per estensione rappresenta una delle formazioni geologiche più imponenti dell’intero Sistema Solare. Sulla Terra, la presenza di questo specifico gas è intimamente associata all’attività delle bocche magmatiche: durante la risalita del magma verso la superficie, la diminuzione della pressione ambientale permette ai gas disciolti nella roccia fusa di liberarsi e fuggire verso l’esterno.
L’anomalia stagionale e le rilevazioni del Trace Gas Orbiter
Le misurazioni atmosferiche fondamentali per questa scoperta epocale sono state effettuate sfruttando il sensibilissimo strumento spettrometrico a bordo della sonda europeo-russa ExoMars Trace Gas Orbiter, che continua a rivelarsi un asset fondamentale per l’indagine astrofisica. Le concentrazioni di gas rilevate dagli strumenti sono oggettivamente esigue, aggirandosi intorno a sole due parti per miliardo, ma il loro impatto scientifico per la geologia planetaria è immenso. La semplice presenza del gas tossico sul pianeta non costituisce di per sé una novità assoluta, poiché i sensori orbitali lo avevano già individuato in passato in forma diffusa durante la calda stagione del perielio, attribuendolo però a complesse reazioni di chimica atmosferica scatenate dall’interazione tra i granelli di polvere sollevati dai venti e le particelle di vapore acqueo. L’aspetto realmente inedito e dirompente di questa indagine risiede nel periodo temporale del rilevamento: il debole segnale chimico è emerso in modo chiaro durante la gelida stagione dell’afelio, un momento dell’anno marziano in cui le normali fonti fotochimiche di superficie dovrebbero essere del tutto inattive. Un dettaglio ancor più rilevante è la localizzazione spaziale del segnale, che si concentra in modo stazionario ed esclusivo proprio al di sopra dell’antica regione vulcanica indagata.
Le spaccature geologiche e i percorsi nascosti della roccia fusa
La seconda metà di questo monumentale lavoro di ricerca abbandona temporaneamente la chimica atmosferica per concentrarsi sull’indagine prettamente fisica del suolo marziano, alla rigorosa ricerca della sorgente materiale delle emissioni. Esaminando con un’attenzione minuziosa i quadranti esatti in cui è stata registrata l’anomalia gassosa, il team internazionale di ricerca ha analizzato una vastissima serie di fotografie ad altissima risoluzione fornite dalle potenti fotocamere orbitali HiRISE, CaSSIS e CTX. Queste indagini visive incrociate hanno portato alla luce la presenza di recenti e sottili fessure geologiche, alcune delle quali misurano appena poche decine di centimetri in larghezza, ma che in determinate aree del pendio formano dei veri e propri sciami tettonici lunghi decine di chilometri. Caratteristiche morfologiche di questa natura non erano mai state documentate in precedenza in queste zone, e il loro schema geometrico di distribuzione ricalca in modo sorprendente e perfetto il ben noto assetto strutturale della regione circostante. Gli studiosi interpretano queste inaspettate micro-spaccature superficiali come vere e proprie vie di sfogo preferenziali per i vapori tossici che risalgono in modo costante dai corpi magmatici situati a chilometri di profondità.
Le interazioni con il permafrost e il mistero termico finalmente risolto
Durante la loro lenta e inesorabile risalita verso l’atmosfera esterna, queste esalazioni sotterranee finiscono per interagire in modo massiccio con il permafrost marziano, uno strato perennemente congelato e ricco di acqua che avvolge la crosta del pianeta. La forte variazione stagionale delle emissioni osservata dalla sonda orbitante non è infatti dovuta a una chiusura meccanica delle fratture nella roccia, bensì a un affascinante processo termodinamico e chimico. Il composto clorurato di origine vulcanica viene facilmente catturato e assorbito dalla struttura delle molecole di ghiaccio sotterraneo, motivo per cui la sua liberazione nell’atmosfera dipende rigidamente dalla temperatura della stagione in corso. A queste latitudini estreme, il ciclo naturale di congelamento invernale e di successivo scongelamento estivo dello strato superiore del suolo ghiacciato funziona letteralmente come una spugna naturale, intrappolando temporaneamente i composti chimici per poi rilasciarli bruscamente durante i mesi meno rigidi.
I ricercatori hanno potuto stimare il volume di questa fuoriuscita calcolando i tempi di decadimento molecolare: ipotizzando una sopravvivenza atmosferica del gas di circa un giorno marziano, l’infiltrazione magmatica continua ammonterebbe a meno di tre chilogrammi al secondo. Si tratta di un valore modesto, paragonabile solo ai fenomeni di degassamento terrestre di fascia più bassa, che tuttavia spiega in modo magistrale un grande mistero tecnologico: l’assoluta assenza di una firma termica satellitare. Proprio a causa di questa assenza, le costose e prolungate ricerche spaziali mirate all’individuazione di vulcanismo attivo, basate storicamente sulla sola caccia alle fonti di calore superficiale, avevano sempre restituito esiti negativi. Una lenta e fredda infiltrazione di gas attraverso fratture capillari non produce infatti un punto caldo visibile all’infrarosso, dimostrando senza ombra di dubbio che l’assenza di calore in superficie non esclude affatto che il cuore profondo del pianeta sia ancora in piena attività vulcanica.
Sistemi idrotermali sotterranei e la caccia alle tracce di vita aliena
L’insieme sinergico di queste scoperte spalanca orizzonti esplorativi del tutto rivoluzionari per le prossime missioni interplanetarie, ma impone anche una doverosa e rigorosa cautela per quanto concerne le speculazioni in campo astrobiologico. Come sottolineano con fermezza gli stessi autori della ricerca, il gas acido appena confermato non rappresenta affatto un tracciante bio-amichevole in grado di indicare un ambiente ospitale. Al contrario, si tratta di una sostanza chimica estremamente aggressiva, pressoché introvabile nei ricchi ecosistemi idrici del nostro pianeta e considerata dalla chimica organica come un agente molto più efficace nel distruggere i mattoni della biologia che nel favorirne l’assemblaggio. Le esalazioni tossiche certificano magnificamente la presenza di un serbatoio caldo nel sottosuolo profondo, ma non costituiscono in alcun modo una prova diretta di un habitat florido.
La vera e più concreta speranza per la continua ricerca della vita risiede infatti nelle buie zone di frizione sotterranee. La potente e costante risalita del calore proveniente dal mantello marziano verso le croste superficiali sature di ghiaccio ancestrale potrebbe innescare e alimentare dei complessi e duraturi sistemi idrotermali al riparo dalle letali radiazioni cosmiche. Sono proprio questi ipotetici micro-oceani sotterranei riscaldati geologicamente, e non le nubi tossiche in superficie, a costituire il bersaglio supremo per l’esplorazione del prossimo decennio. Orientare lo sbarco dei futuri rover robotici direttamente verso gli sciami di fessure attive individuati nella regione di Alba Mons assume oggi una priorità logistica incalcolabile per le agenzie spaziali di tutto il mondo. In conclusione, pur non potendo ancora contare sull’osservazione diretta di un’eruzione in corso o sull’isolamento al microscopio di un batterio alieno, i riscontri chimici, le dinamiche stagionali e la mappatura geologica vanno a comporre oggi un quadro indiziario solido e schiacciante. Il grande pianeta rosso non ha mai smesso di pulsare, si trova semplicemente in uno stato di lungo e profondo letargo geologico, esattamente come i grandi e temibili vulcani terrestri che si ricaricano nel silenzio per decine di migliaia di anni prima di annunciare al mondo il proprio inarrestabile risveglio.
