A quasi mezzo secolo dalla sua partenza dal nostro pianeta, la storica sonda spaziale Voyager 1 della NASA si sta avvicinando a un traguardo che ha dell’incredibile. Il 18 novembre 2026, l’esploratore artificiale più lontano dell’umanità raggiungerà la vertiginosa distanza di un giorno luce dalla Terra. Questo significa che si troverà così remota che la luce stessa, pur viaggiando alla massima velocità possibile nell’universo, impiegherà ben ventiquattro ore per coprire il tragitto che separa la sonda dai nostri centri di controllo spaziale. Raggiungere questa pietra miliare è la prova tangibile di quanto lontano si sia spinta l’esplorazione umana, ma mantenere operativo questo anziano esploratore dello spazio profondo è diventata una sfida sempre più ardua per gli ingegneri a causa del progressivo esaurimento delle sue riserve di energia.
Il delicato intervento operativo per il risparmio energetico
All’inizio di settembre, il team responsabile della missione ha completato una complessa e rischiosa manovra tecnica ribattezzata operazione Big Bang. L’intervento ha previsto la sostituzione simultanea di tre dispositivi a bordo della sonda con delle alternative progettate per garantire un maggiore risparmio energetico. Questa operazione ha richiesto mesi di meticolosa preparazione e ha rappresentato un problema ingegneristico particolarmente insidioso, proprio perché tutte e tre le sostituzioni dovevano avvenire nello stesso identico momento. I sei dispositivi coinvolti, infatti, hanno il compito di mantenere stabili le temperature all’interno della navicella spaziale, proteggendola dal gelo assoluto dello spazio. I vecchi componenti dovevano quindi essere disattivati insieme ai nuovi in modo perfettamente coordinato, per ridurre il consumo di elettricità senza alterare la delicata distribuzione del calore all’interno della Voyager 1. Gli ingegneri avevano già eseguito con successo una procedura quasi identica sulla sonda gemella Voyager 2 circa sei settimane prima.
Il cuore radioattivo e il declino energetico della sonda
La necessità di un simile e millimetrico intervento chirurgico a miliardi di chilometri di distanza risiede nel modo in cui le due sonde gemelle generano la loro elettricità. Entrambe fanno affidamento sui generatori termoelettrici a radioisotopi, sistemi ingegneristici che convertono il calore sprigionato dal decadimento del plutonio radioattivo in preziosa energia elettrica. Man mano che questo decadimento nucleare procede, ogni navicella perde circa quattro watt di capacità generativa ogni anno, lasciando agli ingegneri della NASA un margine di manovra sempre più ridotto. Nel corso degli anni, l’agenzia spaziale ha dovuto spegnere progressivamente tutte quelle apparecchiature non più strettamente essenziali per la sopravvivenza della missione. La navicella era stata lanciata nel 1977 con a bordo dieci strumenti scientifici; molti di questi sono stati spenti dopo gli storici incontri con i pianeti esterni, mentre la restante strumentazione ha continuato a funzionare per studiare regioni sempre più oscure e remote. Negli ultimi anni sono stati disattivati ulteriori apparati, rendendo ogni singolo watt ancora a disposizione un bene dal valore inestimabile per la scienza.
L’importanza scientifica degli strumenti superstiti
Gli strumenti ancora in funzione sono esattamente ciò che rende questa missione tuttora insostituibile per l’astrofisica moderna. Entrambe le sonde Voyager hanno oltrepassato i confini esterni dell’eliosfera, ovvero quell’enorme bolla protettiva di particelle e campi magnetici prodotta dal nostro Sole, diventando le uniche navicelle spaziali ad aver mai esaminato e attraversato direttamente lo spazio interstellare. Attualmente, il magnetometro e il sottosistema per l’analisi delle onde di plasma sono tra i pochissimi strumenti rimasti attivi per raccogliere dati scientifici in questo ambiente mai esplorato prima. Nessun’altra missione umana oggi è in grado di effettuare misurazioni dirette in quelle regioni siderali. Il recente aggiornamento tecnico della gestione termica dovrebbe prolungare la vita operativa degli strumenti rimanenti, evitando alla NASA di doverne sacrificare un altro già nell’estate del 2027 e permettendo alla sonda di continuare a trasmettere preziose informazioni per molto più tempo rispetto a quanto precedentemente ipotizzato.
Il brivido del silenzio radio e il ripristino delle comunicazioni
Nonostante le ingegnose cure dei suoi gestori, la sonda continua a mostrare la sua fragilità e a regalare momenti di forte apprensione. Tra il 18 e il 19 ottobre, la NASA ha perso temporaneamente i contatti quando il Deep Space Network, l’imponente rete di grandi antenne radio dislocate in tre diverse posizioni strategiche intorno al mondo, non è riuscito a ricevere alcun segnale durante due tentativi di comunicazione programmati a ventiquattro ore di distanza l’uno dall’altro. In quei momenti di tensione, la navicella si trovava a circa sedici miliardi di miglia, l’equivalente di oltre ventiquattro miliardi di chilometri dal nostro pianeta. Fortunatamente, il segnale è riapparso in modo inaspettato il 20 ottobre, circa quarantotto ore dopo l’inizio dell’interruzione, e da quel momento le comunicazioni spaziali si sono mantenute stabili e costanti. L’incidente ha ricordato a tutta la comunità scientifica quanto sia appeso a un filo, ma al tempo stesso straordinariamente resiliente, il viaggio di questo piccolo ambasciatore dell’umanità tra le stelle.


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