Le lingue celtiche, oggi confinate principalmente alle frange atlantiche dell’Europa come Irlanda, Scozia, Galles e Bretagna, erano un tempo parlate in gran parte del continente europeo. Il modo in cui questa famiglia linguistica ha raggiunto una diffusione così ampia e capillare durante l’età del ferro è stato a lungo oggetto di intensi dibattiti tra archeologi, storici e linguisti. A fare luce su questo antichissimo mistero è una nuova e fondamentale ricerca intitolata “Tracing the spread of Celtic languages using ancient genomics“, pubblicata oggi sulla prestigiosa rivista scientifica Nature. Lo studio ha utilizzato i dati genomici di ben 4.587 individui antichi per testare la validità dei diversi modelli demografici proposti nel corso degli anni. I risultati della pubblicazione si concentrano sulla scoperta più affascinante dell’intera indagine: l’ipotesi più solida e supportata dai dati punta inequivocabilmente verso un’espansione del celtico partita dall’Europa centro-orientale.
Il dibattito storico sulle origini del celtico
Per decenni gli studiosi hanno cercato di individuare la culla esatta da cui il proto-celtico si sarebbe originato e diramato. Tra le teorie più discusse in ambito accademico figurano quattro modelli principali. Il primo associa la diffusione del celtico alla complessa cultura del vaso campaniforme, suggerendo una frammentazione linguistica avvenuta su vasta scala in Europa tra il tardo neolitico e la prima età del bronzo. Un secondo approccio concettuale, noto come modello atlantico o occidentale, sostiene invece che la lingua ancestrale sia emersa lungo le coste dell’Europa occidentale grazie alle reti marittime tipiche dell’età del bronzo, per poi espandersi gradualmente verso est. Una terza ipotesi colloca il centro di origine linguistica a metà strada, tra la Francia centrale e l’Italia nord-occidentale, ipotizzando una successiva irradiazione in varie direzioni del continente. Infine, il tradizionale modello orientale individua la vera patria del proto-celtico nell’Europa centro-orientale, legandone la massiccia diffusione alla cultura dei campi di urne della tarda età del bronzo e ai successivi orizzonti archeologici di Hallstatt e La Tène.
La genomica preistorica mappa i movimenti demografici
Per verificare in modo oggettivo quale di queste affascinanti teorie fosse maggiormente supportata dai fatti, il team di ricerca ha analizzato a fondo le informazioni genetiche estrapolate dai reperti ossei. Attraverso l’uso all’avanguardia della genomica preistorica, gli scienziati hanno isolato tre grandi movimenti demografici che hanno plasmato la struttura delle popolazioni europee e che risultano cruciali per comprendere le antiche rotte del celtico. La prima grande fase identificata è caratterizzata dall’arrivo di popolazioni con ascendenze genetiche legate alle steppe pontiche, le quali si sono intimamente mescolate con i gruppi del vaso campaniforme a partire da circa 4.400 anni fa. Questa prima immensa ondata migratoria ha interessato in modo molto esteso l’intera regione in cui, in epoche successive, sarebbero state parlate le lingue celtiche.
Le rotte dell’età del bronzo e l’influenza atlantica
Il secondo flusso migratorio individuato con chiarezza dallo studio ha tracciato uno spostamento di popolazioni dall’Europa sud-occidentale verso la Gran Bretagna, un evento verificatosi in piena età del bronzo, all’incirca tra il 3.800 e il 3.200 prima del presente. Questa specifica dinamica demografica risulta del tutto coerente con gli scenari proposti in passato dai sostenitori del modello occidentale, evidenziando come vi fosse una forte e ininterrotta connettività lungo la facciata atlantica del continente. Sebbene questa traccia genetica dimostri scambi intensi e movimenti di popoli in quelle specifiche aree geografiche, da sola non è riuscita a spiegare la totalità dell’espansione linguistica celtica nel resto del territorio europeo.
La spinta decisiva dall’Europa centro-orientale
Il vero punto di svolta scientifico dello studio riguarda tuttavia la terza grande migrazione identificata dai ricercatori. I dati del Dna antico mostrano infatti una palese e massiccia espansione verso ovest di popolazioni strettamente legate all’orizzonte culturale dei campi di urne, provenienti dall’Europa centro-orientale in un periodo compreso tra il tremiladuecento e il duemilaottocento prima del presente. Questo intenso movimento demografico ha influenzato profondamente e geneticamente la Francia, le isole britanniche, la penisola iberica nord-orientale e persino la penisola italica. La traccia biologica lasciata da questa espansione orientale si sovrappone in modo a dir poco impressionante alle regioni storicamente e archeologicamente associate allo sviluppo della cultura celtica durante l’età del ferro. Questo legame diretto tra mutamento genetico e fioritura archeologica fornisce finalmente una base estremamente solida per comprendere le antiche dinamiche di popolamento.
Perché il modello orientale è il più plausibile
Mettendo a confronto i dati inequivocabili della genomica preistorica con le rigorose stime temporali fornite dalla linguistica quantitativa e qualitativa, gli studiosi sono giunti a una conclusione unanime e dirimente. Sebbene i primi due movimenti demografici abbiano indubbiamente contribuito a plasmare l’Europa preistorica, le loro tempistiche si discostano in modo significativo dalle fasi cruciali di divergenza e formazione del proto-celtico. Al contrario, l’imponente espansione verso ovest proveniente dall’Europa centro-orientale si allinea in modo impeccabile con le stime cronologiche relative all’emergere e alla successiva frammentazione della lingua ancestrale. Per questo motivo decisivo, i ricercatori sostengono apertamente che il modello orientale rappresenti lo scenario demografico di gran lunga più parsimonioso, logico e coerente per spiegare l’affascinante diffusione del celtico. Sebbene la complessa storia umana non debba necessariamente ricalcare in modo perfetto i mutamenti del genoma, questo studio fissa un nuovo standard scientifico, delimitando in modo inequivocabile gli scenari storici realmente plausibili per la nascita delle lingue celtiche.

