Parkinson e Alzheimer, scoperto un legame con il sistema immunitario: ecco perché alcuni pazienti sviluppano forme più gravi

Uno studio dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’IRCCS Neuromed individua alterazioni delle cellule immunitarie già nelle prime fasi del Parkinson associate alla presenza di patologie tipiche dell’Alzheimer, aprendo nuove prospettive per diagnosi precoci e terapie mirate

Una particolare alterazione del sistema immunitario potrebbe contribuire a spiegare perché alcune persone affette dalla malattia di Parkinson sviluppano sintomi più gravi e vanno incontro a un’evoluzione clinica più sfavorevole. È quanto emerge da un nuovo studio condotto dall’Università di Roma Tor Vergata e dall’I.R.C.C.S. Neuromed di Pozzilli, in collaborazione con l’IRCCS Santa Lucia, che ha individuato un comportamento anomalo delle cellule immunitarie nel sangue dei pazienti con Parkinson che presentano anche alterazioni neuropatologiche caratteristiche della malattia di Alzheimer. La ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica npj Parkinson’s Disease, evidenzia come questa particolare combinazione di processi neurodegenerativi sia associata, già nelle prime fasi della malattia, a una risposta infiammatoria più intensa e a una maggiore attività metabolica dei globuli bianchi. Risultati che potrebbero contribuire a comprendere meglio le differenze nell’evoluzione del Parkinson e a individuare nuovi indicatori biologici utili per sviluppare strategie diagnostiche e terapeutiche più mirate.

Parkinson e Alzheimer, cosa succede quando le due malattie condividono alterazioni neuropatologiche

La malattia di Parkinson è una condizione neurodegenerativa complessa, caratterizzata da manifestazioni cliniche che possono variare sensibilmente da una persona all’altra. La ricerca scientifica degli ultimi anni, sempre più orientata all’identificazione di biomarcatori misurabili, sta mostrando come l’evoluzione della patologia dipenda dall’interazione tra diversi sistemi dell’organismo e non esclusivamente dai processi che interessano il sistema nervoso centrale. In alcune persone con Parkinson, infatti, sono presenti fin dagli stadi iniziali anche alterazioni neuropatologiche tipiche dell’Alzheimer. Questa condizione viene definita copatologia Alzheimer e si associa generalmente a un decorso clinico più sfavorevole. La presenza contemporanea di questi processi neurodegenerativi rappresenta un elemento importante per comprendere perché alcuni pazienti sviluppino forme di Parkinson più aggressive rispetto ad altri. Accanto alle alterazioni che interessano il cervello, gli studi stanno attribuendo un ruolo sempre più significativo anche al sistema immunitario, che può essere coinvolto nei meccanismi capaci di innescare e alimentare la neurodegenerazione. Proprio l’interazione tra copatologia Alzheimer, infiammazione e attività delle cellule immunitarie è al centro della nuova indagine, che ha analizzato le caratteristiche biologiche di pazienti nelle fasi iniziali del Parkinson per identificare eventuali differenze associate alla presenza delle alterazioni tipiche dell’Alzheimer.

Lo studio su 47 pazienti con Parkinson e 50 persone sane: il ruolo dei biomarcatori

Lo studio, sostenuto da un finanziamento PRIN del Ministero dell’Università e della Ricerca, ha coinvolto complessivamente 47 persone con malattia di Parkinson nelle fasi iniziali e 50 persone sane. Per distinguere i diversi profili biologici dei pazienti, i ricercatori hanno utilizzato l’analisi dei biomarcatori liquorali, esaminando i livelli di specifiche proteine presenti nel liquido che circola all’interno del sistema nervoso centrale. Questa valutazione ha consentito di individuare, tra le 47 persone affette da Parkinson, 15 pazienti con copatologia Alzheimer e 32 pazienti senza copatologia. Successivamente, gli studiosi hanno approfondito le caratteristiche del sangue dei partecipanti, concentrandosi su diversi aspetti del funzionamento del sistema immunitario. In particolare, sono stati esaminati i mediatori dell’infiammazione, la distribuzione delle differenti popolazioni di cellule immunitarie e i meccanismi attraverso i quali queste cellule producono l’energia necessaria alle proprie attività. Il confronto con il gruppo delle persone sane ha permesso di osservare i cambiamenti immunitari associati alla malattia di Parkinson. L’analisi delle differenze tra i pazienti con e senza copatologia Alzheimer ha invece consentito di identificare caratteristiche specificamente associate alla presenza delle alterazioni neuropatologiche tipiche di quest’ultima malattia.

Parkinson più grave nei pazienti con copatologia Alzheimer: le differenze nei sintomi e nell’infiammazione

I risultati hanno evidenziato differenze significative tra i due gruppi di persone affette da Parkinson. I pazienti che presentavano anche la copatologia Alzheimer mostravano infatti disturbi motori e non motori più accentuati rispetto a quelli nei quali le alterazioni tipiche dell’Alzheimer non erano state riscontrate. Le differenze non riguardavano soltanto le manifestazioni cliniche. L’elemento particolarmente rilevante emerso dalla ricerca è rappresentato dalle alterazioni più marcate del sistema immunitario periferico, ossia delle componenti immunitarie presenti nel sangue. Nei pazienti con entrambe le condizioni neuropatologiche, gli studiosi hanno osservato una risposta infiammatoria più intensa, accompagnata da un aumento della produzione di energia da parte dei globuli bianchi. Questo comportamento suggerisce la presenza di un diverso stato di attivazione delle cellule immunitarie, che nei pazienti con copatologia Alzheimer risultano maggiormente coinvolte nei processi infiammatori. La ricerca ha inoltre messo in evidenza un cambiamento nell’equilibrio tra le diverse popolazioni cellulari che costituiscono il sistema immunitario. In particolare, è stata rilevata una riduzione delle cellule che contribuiscono a regolare la risposta immunitaria, insieme a un aumento delle cellule coinvolte nelle reazioni infiammatorie. Queste ultime mostravano anche una maggiore reattività, delineando un quadro immunitario caratterizzato da un’attività più elevata e da una minore presenza delle componenti cellulari deputate alla regolazione della risposta.

Cellule immunitarie riprogrammate: la spiegazione del professor Tommaso Schirinzi

Le osservazioni suggeriscono che la presenza della copatologia Alzheimer possa accompagnarsi a una modificazione del comportamento delle cellule immunitarie circolanti, con un possibile collegamento tra attività infiammatoria, maggiore neurodegenerazione e peggioramento clinico. A spiegare il significato dei risultati è il professor Tommaso Schirinzi, dell’Università di Roma Tor Vergata e dell’I.R.C.C.S. Neuromed: “quello che abbiamo osservato – spiega il professor Tommaso Schirinzi, Università Tor Vergata e I.R.C.C.S. Neuromed – è che la presenza di copatologia Alzheimer si accompagna a cambiamenti importanti del sistema immunitario, già dalle prime fasi del Parkinson. È come se vi fosse una riprogrammazione delle cellule immunitarie circolanti verso un assetto di maggiore attività e reattività, che potrebbe essere legata al maggiore carico di neurodegenerazione e al più rapido declino clinico che subiscono queste persone, sebbene sia ora necessario condurre studi di conferma più ampi e strutturati”. Il concetto di riprogrammazione delle cellule immunitarie descrive quindi il particolare assetto di maggiore attività e reattività osservato nel sangue dei pazienti che presentano entrambe le condizioni neuropatologiche. Si tratta di un’associazione che potrebbe contribuire a chiarire i meccanismi biologici collegati alle forme di Parkinson caratterizzate da un’evoluzione più sfavorevole. Gli stessi ricercatori sottolineano tuttavia la necessità di ulteriori studi di conferma, più ampi e strutturati, per approfondire il significato di queste osservazioni.

Diagnosi precoce del Parkinson: le cellule del sangue come possibili nuovi biomarcatori

Uno degli aspetti più interessanti della ricerca riguarda la possibilità di utilizzare le caratteristiche delle cellule immunitarie nel sangue come nuovi indicatori biologici per distinguere precocemente differenti sottotipi della malattia di Parkinson. La crescente attenzione verso i biomarcatori riflette infatti l’esigenza di superare una visione uniforme della patologia, riconoscendo le differenze biologiche che possono influenzare il decorso clinico dei singoli pazienti. In questa prospettiva, le alterazioni immunitarie individuate potrebbero rappresentare un ulteriore elemento utile per identificare i pazienti nei quali il Parkinson si accompagna a processi neuropatologici caratteristici dell’Alzheimer. Il riconoscimento di questi profili potrebbe assumere importanza non soltanto per una caratterizzazione più precoce della malattia, ma anche per orientare lo sviluppo di futuri approcci terapeutici diretti verso meccanismi biologici specifici.

Nuove prospettive terapeutiche per il Parkinson: il ruolo del sistema immunitario

La possibilità di riconoscere differenti profili immunitari nei pazienti con Parkinson apre nuove prospettive per lo studio di trattamenti personalizzati, capaci di tenere conto dei diversi processi biologici coinvolti nella neurodegenerazione. Il professor Diego Centonze, Vice Direttore Scientifico dell’IRCCS Neuromed e professore ordinario di Neurologia dell’Università di Roma Tor Vergata, evidenzia il valore delle nuove conoscenze per il futuro della ricerca: “uno degli obiettivi più urgenti della ricerca sul Parkinson – commenta il professor Diego Centonze Vice Direttore Scientifico dell’IRCCS Neuromed e professore ordinario di Neurologia dell’Università di Roma Tor Vergata – è comprendere sempre meglio le differenze tra i pazienti, per arrivare a trattamenti più mirati. I risultati di questo studio aprono una prospettiva interessante: le cellule immunitarie nel sangue potrebbero offrire nuovi indicatori utili a identificare precocemente alcuni sottotipi della malattia e, allo stesso tempo, suggerire nuovi bersagli su cui intervenire con future terapie”. La ricerca condotta dall’Università di Roma Tor Vergata, dall’IRCCS Neuromed e dall’IRCCS Santa Lucia inserisce così il sistema immunitario tra gli elementi da approfondire per comprendere l’eterogeneità della malattia di Parkinson. Le alterazioni osservate nel sangue dei pazienti con copatologia Alzheimer delineano un possibile collegamento tra i processi neurodegenerativi presenti nel cervello e il comportamento delle cellule immunitarie periferiche. Un campo di indagine che, attraverso ulteriori verifiche scientifiche, potrebbe contribuire all’identificazione di nuovi biomarcatori e di bersagli terapeutici per le forme di Parkinson associate a un decorso clinico più sfavorevole.