di Mario Pileggi, geologo, Consiglio Nazionale Amici della Terra APS – Il 4 novembre 1966 l’alluvione di Firenze mostrò al mondo quanto potessero essere vulnerabili le nostre città. Sessant’anni dopo, ricordare le vittime, le devastazioni e la straordinaria mobilitazione degli “angeli del fango” significa interrogarsi sulle scelte che ancora oggi espongono persone, abitazioni e attività economiche alle conseguenze di frane e alluvioni. Per la Calabria questa ricorrenza ha un significato particolare. La storia delle sue comunità è segnata da eventi che hanno distrutto paesi, modificato paesaggi, interrotto collegamenti e costretto intere popolazioni ad abbandonare i luoghi di origine. Una memoria che dovrebbe orientare ogni decisione sull’uso del territorio. Eppure, troppo spesso, l’attenzione cresce dopo una tragedia e si indebolisce quando l’emergenza finisce. Già nel 1969, su L’astrolabio, Misiti denunciava questa alternanza tra commemorazioni e silenzio, richiamando anche le alluvioni calabresi e la necessità di intervenire sull’intero bacino idrografico. Un richiamo che conserva una scomoda attualità.
Il danno cresce anche per le nostre scelte
Le piogge intense possono innescare piene e frane, ma la gravità delle conseguenze dipende anche dalle condizioni del territorio e da ciò che abbiamo collocato nelle aree esposte. La concentrazione di abitazioni, infrastrutture e attività produttive nelle pianure, lungo i corsi d’acqua e nelle fasce costiere ha accresciuto il valore dei beni potenzialmente coinvolti. Dove aumentano gli insediamenti senza un’adeguata considerazione dei processi geologici e idraulici, cresce anche il danno che un evento può provocare. È una delle questioni messe in evidenza dalla Relazione De Marchi, elaborata dopo le alluvioni del 1966: lo sviluppo degli insediamenti nelle aree minacciate può far aumentare progressivamente le conseguenze delle inondazioni. La difesa del suolo riguarda quindi l’intero modello di organizzazione del territorio. Ogni nuova trasformazione dovrebbe essere valutata per la sua localizzazione, per la vulnerabilità delle opere e per gli effetti che può produrre sul deflusso delle acque e sulla stabilità dei versanti. Non conta soltanto quanto suolo consumiamo, ma dove e con quali conseguenze per la sicurezza delle persone.
La sicurezza della costa comincia dalla montagna
In Calabria il rapporto tra rilievi, pianure e mare è particolarmente stretto. Molti bacini sono piccoli, con forti dislivelli e corsi d’acqua capaci di rispondere rapidamente alle precipitazioni. Tra l’inizio di una pioggia intensa e il passaggio di una piena pericolosa può trascorrere poco tempo. L’acqua può inoltre mobilitare terreno, detriti e materiale vegetale, aumentando la capacità distruttiva dei flussi e favorendo ostruzioni in corrispondenza di ponti e attraversamenti. Per questo la sicurezza di un centro abitato costiero dipende anche dalle condizioni dei versanti e della rete idrografica a monte. L’abbandono dei terreni, gli incendi, il deterioramento delle sistemazioni agrarie e la manutenzione insufficiente possono concorrere ad aggravare le criticità. Il bacino idrografico deve dunque essere il riferimento della prevenzione. I confini amministrativi dividono le competenze, ma non separano i processi naturali: ciò che avviene in un Comune può produrre conseguenze in un altro, fino alla foce. Intervenire soltanto sul tratto urbano di un torrente, senza valutarne le relazioni con il resto del bacino, può risultare insufficiente o trasferire il problema più a valle. Lo stesso vale per la difesa delle coste, che richiede di considerare anche il trasporto dei sedimenti dai fiumi al mare. Dalla Piana di Sant’Eufemia alla Piana di Gioia Tauro, dalla Valle del Crati alla Sibaritide, dal Marchesato crotonese alle Serre e all’Aspromonte, lungo i versanti tirrenico e ionico, le aree agricole, i centri abitati e le infrastrutture devono essere letti dentro questo sistema di relazioni che collega montagne, pianure e coste.
Conoscere il rischio deve cambiare le decisioni
Oggi disponiamo di conoscenze e strumenti molto più avanzati rispetto al passato: cartografie geologiche, inventari delle frane, mappe di pericolosità, Piani di assetto idrogeologico, pianificazione del rischio alluvioni, reti di monitoraggio e sistemi di allertamento. Il lavoro degli enti di ricerca, delle autorità competenti e delle strutture tecniche ha migliorato la capacità di riconoscere le situazioni critiche. Il punto decisivo è rendere queste conoscenze determinanti nelle scelte pubbliche e private. Una perimetrazione della pericolosità deve orientare la pianificazione urbanistica. Un’infrastruttura deve essere valutata anche per la sua esposizione e per le conseguenze di un’eventuale interruzione. Un intervento di difesa deve essere inserito in una strategia che ne assicuri efficacia e manutenzione nel tempo. Anche i finanziamenti vanno valutati attraverso i risultati: quali condizioni di rischio vengono ridotte, quante persone vengono protette, quali servizi essenziali diventano più sicuri. Per i piccoli Comuni calabresi questo richiede un sostegno tecnico stabile, capace di accompagnare la progettazione, l’attuazione degli interventi e l’aggiornamento dei piani. La prevenzione ha bisogno di competenze e continuità amministrativa, oltre che di risorse economiche.
Manutenzione e cura del territorio
Serve un programma organico che colleghi la riqualificazione delle aree fluviali, il consolidamento dei versanti instabili, la difesa delle coste, la tutela dei boschi e il recupero degli insediamenti vulnerabili. La manutenzione deve diventare un’attività ordinaria, programmata e verificabile. Occorre controllare attraversamenti e opere idrauliche, conservare l’efficienza delle reti di drenaggio e intervenire sulle criticità individuate attraverso studi adeguati. La generica invocazione della “pulizia dei fiumi” non basta. Escavazioni, tagli della vegetazione e modifiche degli alvei richiedono valutazioni tecniche: un intervento apparentemente risolutivo può alterare gli equilibri del corso d’acqua o aggravare le condizioni di altri tratti. Dove possibile, bisogna preservare o recuperare spazi per l’espansione delle piene, limitare l’impermeabilizzazione e favorire la capacità dei suoli di trattenere e rallentare le acque. La cura dei territori montani e collinari deve inoltre trovare spazio nelle politiche agricole, forestali e di sviluppo locale. Sostenere attività compatibili con le caratteristiche dei luoghi può contribuire a mantenere quel presidio territoriale il cui indebolimento ha accompagnato l’abbandono di molte aree interne.
La popolazione deve sapere prima
In una regione nella quale alcuni fenomeni possono svilupparsi rapidamente, l’informazione è una componente essenziale della sicurezza. I cittadini devono conoscere le condizioni di rischio del luogo in cui vivono, comprendere il significato delle allerte e sapere come comportarsi. Scuole, strutture sanitarie, attività produttive e luoghi di aggregazione devono poter contare su procedure adeguate e sperimentate. Un piano comunale di protezione civile acquista efficacia attraverso aggiornamenti, esercitazioni e comunicazione accessibile. Deve essere conosciuto da chi è chiamato ad attuarlo e dalle persone che deve proteggere. La preparazione si costruisce nei periodi ordinari. Quando l’acqua invade una strada o un versante comincia a muoversi, il tempo per organizzarsi può essere già esaurito. Sessant’anni dopo Firenze, la questione è trasformare la memoria in responsabilità e la conoscenza in decisioni coerenti. Per la Calabria significa dare continuità alla difesa del suolo, coordinare gli interventi dalla montagna al mare e rendere pubblici priorità, tempi e risultati. Significa riconoscere che la sicurezza del territorio è una condizione dello sviluppo e della qualità della vita. Non possiamo impedire ogni evento naturale. Possiamo evitare che incuria, scelte sbagliate e ritardi ne aggravino le conseguenze. È su questo impegno che si misura la lezione di Firenze.




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