Le piogge sono tornate sull’Italia, in alcuni casi con fenomeni particolarmente intensi, ma l’acqua che manca nei terreni non è stata ancora recuperata. Sotto la superficie, soprattutto nelle regioni settentrionali, persiste un deficit idrico significativo, eredità di un’estate eccezionalmente calda e asciutta. Nella settimana dal 20 al 26 ottobre 2026, il contenuto d’acqua nel suolo del Nord Italia è risultato inferiore del 33% rispetto allo stesso periodo del 2025 e del 41% rispetto al 2024. Un divario che dimostra come il ritorno delle precipitazioni, anche abbondanti, non si traduca necessariamente in un’immediata ricostituzione delle riserve idriche del terreno. A fotografare la situazione è un’analisi di Finapp, PMI innovativa nata nel 2019 come spin-off del Dipartimento di Fisica Nucleare Applicata dell’Università di Padova. L’indagine si basa sulle rilevazioni di 35 sonde installate su terreni non irrigati, di cui 24 al Nord e 11 distribuite tra Centro, Sud e Isole. I dispositivi utilizzano i raggi cosmici per misurare l’umidità presente nel suolo. Il confronto con il 2025, condotto sulle 17 sonde settentrionali per le quali sono disponibili i dati di entrambi gli anni, mostra un deficit idrico in tutti i siti esaminati.
Siccità al Nord Italia: Emilia-Romagna, Veneto e Nord-Ovest ancora in deficit
Le differenze territoriali sono particolarmente evidenti. Tra le aree settentrionali monitorate, la situazione più critica rispetto al 2025 riguarda l’Emilia-Romagna, dove il contenuto d’acqua nel suolo è inferiore del 44%. Segue il Veneto, con un deficit del 34%, mentre nel Nord-Ovest lo scarto raggiunge il 20%. Quest’ultima area comprende Piemonte, Liguria, Lombardia e Valle d’Aosta. Le percentuali si riferiscono alle differenze relative dell’acqua contenuta nel terreno e non rappresentano una misurazione diretta delle precipitazioni o delle risorse idriche complessivamente disponibili nei diversi territori. La distinzione è fondamentale per comprendere perché una fase caratterizzata da piogge anche intense possa convivere con condizioni di persistente carenza idrica nel suolo.
Estate 2026, caldo record in Italia: temperature superiori anche al 2003
Il deficit registrato alla fine di ottobre è legato a una stagione estiva segnata da temperature eccezionalmente elevate e scarse precipitazioni. Secondo l’Istituto per la bioeconomia del CNR, l’estate 2026 è stata la più calda in Italia nella serie analizzata a partire dal 1950, con una temperatura media nazionale di 24,3°C. Un valore superiore ai 23,6°C registrati nell’estate del 2003. Gli effetti sul terreno emergono dalle misurazioni effettuate da Finapp durante i mesi più caldi. Tra giugno e agosto, il contenuto d’acqua nei siti settentrionali monitorati è risultato inferiore del 28% rispetto allo stesso trimestre del 2025, con uno scarto che nel solo mese di agosto ha raggiunto il 33%. Il confronto estivo su base territoriale evidenzia un deficit del 30% in Emilia-Romagna, del 25% in Veneto e del 31% nel Nord-Ovest. Valori che confermano quanto la combinazione di caldo e scarsità di piogge abbia inciso sulle riserve d’acqua presenti nei terreni, lasciando una situazione di partenza particolarmente sfavorevole in vista dell’autunno.
Piogge autunnali e umidità del suolo: recupero limitato dopo l’estate
Il passaggio dalla stagione estiva alla settimana del 20-26 ottobre ha prodotto un recupero del contenuto d’acqua nel suolo settentrionale pari complessivamente all’11%. L’aumento, tuttavia, non è stato uniforme. In Emilia-Romagna il recupero è risultato sostanzialmente nullo, mentre in Veneto si è fermato al 7%. Una risposta più consistente è stata osservata nel Nord-Ovest, dove l’incremento ha raggiunto il 35% rispetto alla fine dell’estate. Il miglioramento non ha comunque eliminato il divario con l’anno precedente. Ulteriori indicazioni arrivano dalle 13 stazioni settentrionali dotate di pluviometro. Secondo l’analisi preliminare, le precipitazioni registrate durante l’estate 2026 in questi siti sono state pari a circa un terzo di quelle del 2025. La scarsità d’acqua accumulata nei mesi precedenti aiuta quindi a spiegare perché i successivi episodi piovosi non siano stati sufficienti a ristabilire le condizioni precedenti. Angelo Amicarelli, CMO e co-founder di Finapp, richiama l’attenzione proprio sulla necessità di distinguere le precipitazioni dall’acqua effettivamente conservata nel suolo. “Dopo un’estate così, guardare il cielo non basta: bisogna guardare sotto i piedi”, ha dichiarato Amicarelli. “Un temporale fa notizia, ma è l’acqua che resta nel terreno a decidere come partiranno le colture e quanta acqua avremo la prossima primavera. Oggi i nostri sensori ci dicono che al Nord il suolo è ancora in rosso rispetto a un anno fa: servono settimane di piogge regolari, non pochi giorni di nubifragi”.
Perché i nubifragi non riescono a ricostituire le riserve d’acqua dei terreni
Uno degli aspetti più significativi dell’analisi riguarda il comportamento del suolo in seguito agli episodi di pioggia più abbondanti. Nelle 9 stazioni settentrionali che, durante il periodo osservato, hanno registrato oltre 20 millimetri di precipitazioni, con una media di 53 millimetri, il contenuto d’acqua nel terreno è inizialmente aumentato di circa 7 punti percentuali, per poi tornare a diminuire. La stima preliminare indica che, nel momento di massimo incremento dell’umidità del suolo, solo poco più di un terzo della pioggia misurata si ritrova nei primi 50 centimetri di terreno. È uno strato particolarmente importante per l’agricoltura, perché direttamente coinvolto nella disponibilità idrica per le colture. La parte restante dell’acqua può seguire percorsi differenti: scorrere sulla superficie, penetrare negli strati più profondi del terreno oppure tornare nell’atmosfera attraverso i processi di evaporazione e traspirazione delle piante. Di conseguenza, la quantità di pioggia caduta non coincide necessariamente con quella che rimane disponibile negli strati superficiali del suolo. È questa differenza tra precipitazioni e riserva idrica effettiva a spiegare perché pochi giorni di nubifragi non siano sufficienti a cancellare un deficit accumulato durante un’intera stagione. La risposta dipende infatti non soltanto dall’intensità degli eventi, ma anche dalla capacità dei terreni di trattenere l’acqua ricevuta.
Da Savona al Lago Maggiore fino al Po: gli effetti contrastanti delle piogge
La complessità della situazione trova riscontro anche nelle rilevazioni dell’Osservatorio ANBI sulle risorse idriche del 22 ottobre, che descrivono risposte molto differenti del sistema idrologico agli eventi piovosi. A Savona sono stati registrati quasi 300 millimetri di pioggia in appena 24 ore, mentre il livello di riempimento del Lago Maggiore è passato dal 18% al 52,7% nell’arco di due giorni. Nello stesso quadro, tuttavia, la portata del fiume Po a Pontelagoscuro risultava ancora inferiore del 63% rispetto alla media storica. Questi indicatori misurano fenomeni differenti rispetto all’umidità rilevata dalle sonde Finapp e non possono essere sovrapposti direttamente. Considerati nel loro insieme, però, mostrano come le precipitazioni possano determinare aumenti rapidi di alcune risorse idriche senza produrre un recupero altrettanto omogeneo nei corsi d’acqua o nei terreni.
Siccità al Sud e nelle Isole: forte recupero dopo l’estate, ma resta un deficit del 16%
La situazione appare diversa nelle regioni meridionali e insulari, dove le rilevazioni documentano un recupero più marcato dell’acqua presente nei terreni dopo i minimi estivi. Nei 9 siti monitorati tra Sud e Isole, il contenuto d’acqua nel suolo è aumentato del 115% rispetto alla fine dell’estate. Il miglioramento segue una fase durante la quale alcune stazioni della Calabria e della Sardegna avevano registrato valori particolarmente bassi. Nonostante l’incremento, nella settimana dal 20 al 26 ottobre l’umidità del suolo in queste aree è rimasta inferiore del 16% rispetto allo stesso periodo del 2025. Durante l’estate, invece, lo scarto rispetto all’anno precedente era stato del 7%. Il recupero autunnale, dunque, è stato consistente rispetto alla condizione raggiunta al termine della stagione calda, ma non ha riportato il contenuto d’acqua ai livelli rilevati dodici mesi prima. Anche nelle Marche, dove Finapp dispone di due siti di monitoraggio attivi da marzo 2026, è stato osservato un aumento dell’acqua nel suolo, pari al 49% rispetto alla fine dell’estate.
Cambiamenti climatici e anticicloni: lo studio sul progressivo inaridimento dei suoli europei
Oltre all’andamento meteorologico di una singola stagione, il deficit idrico dei terreni si inserisce in un quadro climatico più ampio, nel quale assumono rilievo sia l’aumento delle temperature sia le modificazioni della circolazione atmosferica. Uno studio pubblicato nel luglio 2026 su Nature Geoscience ha rilevato che, tra il 1980 e il 2024, le condizioni anticicloniche estive sono diventate più frequenti sul Mediterraneo e sull’Europa centrale. Secondo gli autori della ricerca, i cambiamenti della circolazione atmosferica hanno contribuito per circa il 55% alla diminuzione dell’umidità estiva nei suoli europei delle medie latitudini e per il 42% all’aumento del deficit di pressione di vapore, un indicatore della domanda evaporativa dell’atmosfera. Il ruolo degli anticicloni è legato alle condizioni meteorologiche che possono accompagnarne la presenza. I promontori anticiclonici subtropicali, anche di matrice nordafricana, possono favorire l’arrivo di aria calda, una maggiore stabilità atmosferica e una riduzione delle occasioni di pioggia. Quando queste configurazioni si associano a temperature elevate, può aumentare la richiesta d’acqua da parte dell’atmosfera, accelerando i processi di inaridimento del terreno. La frequenza delle condizioni anticicloniche e l’intensità del caldo rappresentano quindi elementi rilevanti nell’evoluzione delle riserve idriche del suolo.
Monitoraggio dell’umidità del terreno: la tecnologia che utilizza i raggi cosmici
Per comprendere l’effettiva disponibilità d’acqua, la sola misurazione delle precipitazioni non è sufficiente. Le rilevazioni Finapp si basano su una tecnologia che sfrutta i raggi cosmici per stimare l’umidità presente nel terreno, consentendo di seguire l’evoluzione del contenuto idrico nei siti monitorati. L’utilizzo di questi strumenti permette di affiancare ai dati meteorologici informazioni direttamente riferite all’acqua effettivamente conservata nel suolo, un parametro essenziale per valutare le condizioni in cui si trovano i terreni agricoli. Per l’agricoltura e la gestione delle risorse idriche, osservare nel tempo l’andamento dell’umidità consente infatti di valutare la disponibilità d’acqua per le colture e le condizioni che possono favorire la successiva ricarica delle falde. Le misurazioni permettono inoltre di distinguere un aumento temporaneo dell’umidità, provocato da un episodio piovoso, da un recupero più duraturo della riserva idrica del terreno.
Precipitazioni delle prossime settimane: decisiva la continuità delle piogge
L’evoluzione delle condizioni idriche dei suoli italiani nelle prossime settimane dipenderà soprattutto dalla continuità delle precipitazioni e dalla risposta dei diversi terreni all’acqua ricevuta. La quantità complessiva di pioggia rappresenterà soltanto uno degli elementi da considerare. Anche eventuali temperature inferiori alla media potrebbero non essere sufficienti a determinare il superamento del deficit qualora fossero accompagnate da condizioni di alta pressione persistente, capaci di limitare le occasioni di precipitazione. Per valutare un effettivo miglioramento sarà quindi necessario verificare quanta acqua tornerà disponibile nel suolo e se il recupero riuscirà a consolidarsi nel tempo. Una distinzione particolarmente importante dopo un’estate che ha lasciato i terreni settentrionali con riserve idriche sensibilmente inferiori rispetto agli anni precedenti e che, anche nelle regioni meridionali e insulari, continua a condizionare il confronto con il 2025.


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