Super El Niño, ECMWF intravede un possibile doppio picco nel Pacifico orientale: il riscaldamento potrebbe durare più a lungo

Dopo il possibile picco tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, le anomalie delle acque al largo del Sud America potrebbero risalire in primavera

Le nuove proiezioni stagionali del modello europeo ECMWF continuano a delineare un El Niño eccezionalmente intenso nel Pacifico tropicale, con un’evoluzione che potrebbe non esaurirsi dopo il massimo previsto tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027. Il grafico del sistema SEAS5, emesso il 1° novembre, mostra infatti per l’area Niño 1+2 una possibile diminuzione delle anomalie termiche nei primi mesi del 2027, seguita da una nuova risalita verso la primavera: una curva che richiama la struttura a due massimi osservata durante l’evento del 1982-83, anche se al momento si tratta di una possibilità modellistica e non di un esito già acquisito.

La figura rappresenta le anomalie mensili della temperatura superficiale del mare nell’area Niño 1+2, una regione del Pacifico equatoriale orientale che comprende le acque al largo di Perù ed Ecuador. Le anomalie sono calcolate rispetto alla climatologia ECMWF 1991-2020; la linea blu tratteggiata riassume l’andamento precedente alla previsione, mentre le numerose linee rosse mostrano le diverse simulazioni dell’ensemble del sistema 5, cioè le possibili evoluzioni prodotte variando leggermente le condizioni iniziali del modello.

El Niño SST anomaly plume

La previsione converge su anomalie molto elevate nell’area costiera orientale, ma lascia emergere un’evoluzione articolata: dopo valori ancora eccezionali tra novembre e gennaio, molte simulazioni indicano una flessione tra febbraio e marzo, con le anomalie che scenderebbero grossomodo verso +3,5/+4°C, prima di risalire in aprile e maggio. La dispersione delle curve aumenta sensibilmente nella parte finale del grafico, segnalando che l’incertezza cresce con la distanza temporale: alcune corse vedono una seconda intensificazione molto marcata, altre un rimbalzo più contenuto. La stessa ECMWF precisa che la dispersione dell’ensemble tende ad aumentare nei mesi successivi e che gli indici Niño descrivono l’attività di El Niño, senza costituire da soli una previsione deterministica del clima futuro.

Un aspetto essenziale è che Niño 1+2 non coincide con l’indice più utilizzato per valutare la fase e l’intensità complessiva di ENSO, il Niño 3.4, che misura le anomalie in una fascia più centrale del Pacifico equatoriale. Niño 1+2 è particolarmente sensibile alle condizioni del Pacifico orientale e alle acque vicine al Sud America: il suo andamento può quindi mostrare un picco, una flessione e una successiva ripresa che non si traducono automaticamente in un identico profilo per l’intero bacino. NOAA definisce quest’area come il riquadro oceanico compreso tra 90° e 80° ovest e tra l’equatore e 10° sud.

Il confronto con il 1982-83 e il significato del “doppio picco”

Il riferimento storico è rilevante perché durante il grande El Niño del 1982-83 furono osservati due massimi nelle anomalie oceaniche del Pacifico orientale. Gli studi ricostruiscono un evento eccezionale, accompagnato da un forte approfondimento della termoclino e da anomalie della temperatura superficiale che raggiunsero valori molto elevati lungo le coste di Perù ed Ecuador; la dinamica dei venti e delle onde oceaniche contribuì alla comparsa di un secondo massimo in alcune misure del livello del mare e del segnale termico.

La somiglianza suggerita dalla nuova previsione ECMWF riguarda soprattutto la forma della curva nel Pacifico orientale: un massimo iniziale, una temporanea attenuazione e una nuova crescita. Non significa che l’evento attuale replicherà in ogni dettaglio quello di oltre quarant’anni fa, né che il secondo picco sia certo. Le condizioni atmosferiche, l’evoluzione dei venti equatoriali e la risposta dell’oceano possono cambiare la traiettoria, mentre le singole simulazioni rosse mostrano proprio quanto le soluzioni divergano nella primavera del 2027.

Il paragone con il 1982-83 va dunque letto come un’analogia possibile, utile a descrivere una configurazione che in passato si è già verificata, e non come una previsione di identici impatti o di un record già stabilito. Per parlare di intensità complessiva dell’El Niño occorre seguire anche l’indice Niño 3.4 e la risposta congiunta dell’atmosfera e dell’oceano; un’anomalia eccezionale in Niño 1+2, da sola, non basta a definire l’intero fenomeno.

Perché il calore oceanico può prolungare l’evento

La persistenza del riscaldamento non dipende soltanto dalla temperatura misurata sulla superficie del mare. Durante un El Niño forte cambia anche la struttura dell’oceano sotto la superficie: una massa d’acqua più calda del normale può estendersi in profondità e lungo l’equatore, mentre la termoclino, cioè la fascia di transizione tra le acque superficiali calde e quelle profonde più fredde, si approfondisce soprattutto nel Pacifico orientale. Questo serbatoio di calore contribuisce a mantenere condizioni favorevoli alla persistenza dell’anomalia superficiale, anche quando la curva mostra una temporanea flessione.

Il NOAA monitora il contenuto di calore degli strati superiori del Pacifico equatoriale anche attraverso il volume di acqua calda, una misura che considera quanta acqua si trovi sopra la profondità associata all’isoterma dei 20°C. Nella dinamica ENSO, accumulo e successivo rilascio del calore oceanico sono collegati all’alternanza tra fasi di sviluppo, maturazione e attenuazione dell’evento. Per questo, una diminuzione temporanea delle anomalie superficiali non equivale necessariamente a una rapida conclusione di El Niño: il calore può essere redistribuito, trasferito all’atmosfera o progressivamente disperso, ma la sua evoluzione dipende dall’intero sistema oceano-atmosfera.

L’immagine secondo cui “una grande quantità di acqua calda deve ancora dissiparsi” rende bene l’idea della possibile inerzia del fenomeno, purché non venga interpretata come se l’oceano fosse un serbatoio che si svuota secondo una semplice traiettoria lineare. L’intensità dei venti equatoriali, gli scambi di calore con l’atmosfera e la propagazione delle onde oceaniche possono accelerare o rallentare il cambiamento, e proprio questi processi rendono più incerta la previsione dei mesi lontani.

Un segnale forte, ma con incertezza crescente

Le previsioni stagionali ECMWF descrivono scenari probabili su scale mensili e stagionali, non indicano quale sarà il tempo in una specifica località in un determinato giorno. L’ECMWF sottolinea che le previsioni ENSO possono rappresentare la probabilità e la possibile evoluzione del fenomeno, ma che l’incertezza del sistema accoppiato oceano-atmosfera resta rilevante, soprattutto quando si guarda a molti mesi di distanza.

Nel caso del nuovo plume, il messaggio più interessante non è quindi la certezza di un secondo picco, bensì la possibilità che il riscaldamento del Pacifico orientale resti molto intenso anche dopo una fase di temporanea attenuazione. Se il segnale si confermasse nei prossimi aggiornamenti, El Niño potrebbe avere un’evoluzione più lunga e complessa rispetto a un evento che raggiunge un solo massimo e poi si indebolisce in modo regolare; se invece le simulazioni con il rimbalzo più marcato non venissero confermate, la flessione di fine inverno potrebbe risultare più netta.

Per ora, il grafico ECMWF lascia aperta una prospettiva di notevole interesse: un El Niño molto forte, con un grande accumulo di calore nel Pacifico e una possibile nuova intensificazione nel settore orientale durante la primavera del 2027. La distanza temporale e l’ampia dispersione delle simulazioni invitano alla cautela, ma l’ipotesi di un andamento a doppio picco merita di essere seguita nei prossimi aggiornamenti, perché potrebbe indicare che la fase calda del Pacifico avrà ancora molta strada da percorrere prima di esaurirsi.