L’Appennino centrale torna a manifestare la propria vitalità geodinamica attraverso una sequenza sismica strumentale che, dal 21 settembre, sta interessando il quadrante orientale dell’Abruzzo montano, concentrandosi nell’area di Palena, ai piedi del massiccio della Maiella. Oltre cinquanta scosse registrate dalla Rete Sismica Nazionale dell’INGV, culminate nella recrudescenza tra il 26 e il 29 ottobre con magnitudo fino a ML 2.6, hanno riacceso l’attenzione pubblica e il timore delle comunità locali. Non si tratta infatti di un’area qualsiasi: la Maiella evoca una delle memorie sismiche più severe della dorsale appenninica, segnata dal terremoto catastrofico del 3 novembre 1706 (magnitudo stimata attorno a 6.8) e dal devastante evento del 1933.
Tuttavia, l’analisi di una sequenza locale non può essere scissa da una visione d’insieme del contesto geodinamico nazionale. L’Italia si appresta a varcare una soglia temporale statisticamente rilevante: sono trascorsi ormai dieci anni dall’ultima sequenza distruttiva che ha scosso il Paese (la crisi dell’Appennino centrale tra l’agosto 2016 e il gennaio 2017). In una nazione in cui l’analisi storica documenta un terremoto con danni estesi ogni quattro-cinque anni, questo prolungato “silenzio sismico” apre interrogativi cruciali sulla dinamica di ricarica delle faglie attive e sulla percezione del rischio da parte della società civile.
Per comprendere a fondo la natura dello sciame di Palena e decifrare il significato fisico del periodo di quiete che sta vivendo la Penisola, abbiamo intervistato il dottor Gianluca Valensise, Dirigente di Ricerca dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV). Tra i massimi sismologi e sismotettonici a livello internazionale, ideatore e coordinatore del DISS (Database of Individual Seismogenic Sources, il censimento geofisico fondamentale delle faglie sismogenetiche italiane) e co-autore, con la storica Emanuela Guidoboni, di opere cardine sulla sismicità storica del nostro Paese, Valensise offre un quadro di straordinaria lucidità scientifica: smonta il mito popolare secondo cui i piccoli terremoti ‘scaricherebbero’ la tensione, illustra l’enigma della fagliazione profonda della Maiella e ricorda che il silenzio della terra è un’opportunità irripetibile per fare prevenzione strutturale prima che la faglia torni a muoversi.
Partiamo dall’Appennino e da questa sequenza che sta interessando l’area di Palena, nel settore della Maiella, con oltre 50 eventi dal 21 settembre e una recrudescenza tra il 26 e il 29 ottobre. Sotto il profilo sismotettonico, come va inquadrata questa struttura crostale al confine tra Chieti e L’Aquila? C’è una correlazione strutturale con i grandi segmenti di faglia che hanno attivato le sequenze storiche vicine?
“Certamente esiste una grande faglia sismogenetica – o meglio, un sistema di faglie – sotto al grande massiccio della Maiella. Questa struttura ha generato un terremoto di magnitudo stimata intorno a 6,8 nel 1706 e un terremoto intorno a magnitudo 6,0 nel 1933. Entrambi questi eventi sono risultati disastrosi sia sul versante occidentale della Maiella, ovvero nella piana di Sulmona, sia sul versante orientale, dove si trova appunto Palena insieme a tanti altri centri minori. I terremoti di questi giorni cadono nel volume in cui si trova questa struttura; la quale però, avendo generato terremoti solo in epoca pre-strumentale (questo vale anche per il 1933, perché allora la sismologia strumentale era ancora agli esordi), non può essere definita con grande precisione. Purtroppo, questa è una delle aree sismogenetiche dell’Appennino più problematiche e meno comprese dagli studiosi, mentre è meglio noto il potenziale sismogenetico della piana di Sulmona, posta più a nord-ovest”.
Dal punto di vista dell’evoluzione temporale, lo sciame ha mostrato un’attenuazione numerica negli ultimi giorni. Sappiamo che la sismologia non può fare previsioni deterministiche, ma dal punto di vista statistico e geofisico, una diminuzione della frequenza delle scosse rappresenta un segnale di esaurimento o un’area di accumulo di tensione che richiede massima cautela?
“Sequenze di terremoti di piccola magnitudo come quelli che si stanno verificando nella zona di Palena in questi giorni sono molto frequenti, nell’Appennino in genere e in quella zona in particolare. Come chiunque può verificare anche autonomamente, il bollettino sismico dell’INGV riporta oltre 200 terremoti di magnitudo 2,0 o superiore avvenuti in un intorno di 20 km da Palena negli ultimi 40 anni. La scossa più forte tra queste ebbe magnitudo 3,7 e accadde in prossimità del paese di Cansano (AQ) il 29 marzo 2009, una settimana prima del forte terremoto di L’Aquila del 6 aprile 2009. Ma purtroppo né l’aumento, né la diminuzione del numero di scosse registrate ci dice nulla su quello che potrà accadere in futuro. L’energia accumulata in questi sistemi di faglia è enorme, e non si deve fare l’errore di pensare che possa essere scaricata da piccoli terremoti come quelli che avvengono nella zona in questi giorni. Semmai, ha più senso ragionare in chiave statistica, osservando che due terremoti abbastanza forti e la cui cadenza è sicuramente plurisecolare sono avvenuti in quest’area negli ultimi tre secoli. Ma sfortunatamente anche questo non esclude che esistano ulteriori sorgenti sismogenetiche, anche a noi sconosciute, in grado di generare ancora terremoti magnitudo 5,5 in su”.
Allargando lo sguardo all’intero territorio nazionale, colpisce una coincidenza temporale: l’Italia si trova a fare i conti con i decennali di una serie di eventi distruttivi (dall’Aquila 2009 all’Emilia 2012, Centro Italia 2016 e via dicendo). Considerando che il tempo di ritorno medio per un sisma M ≥ 6.0 in Italia è storicamente inferiore ai 10 anni, questo prolungato “silenzio” recente deve cominciare a preoccuparci o rientra nella normale variabilità statistica?
“Nel 2011, in un volume sulla sismicità dell’Italia pubblicato con la collega Emanuela Guidoboni, una storica degli eventi naturali avversi, in occasione dei 150 anni dall’Unità d‘Italia, calcolammo che in questo secolo e mezzo si erano verificati terremoti distruttivi con una frequenza di uno ogni quattro-cinque anni. Effettivamente sono passati ormai dieci anni dall’ultima sequenza significativa, quella che ha colpito l’Appennino centrale tra agosto 2016 e gennaio 2017. Ma stiamo parlando di medie e di statistica, e sappiamo che in passato ci sono stati periodi di silenzio sismico anche più lunghi di quello che stiamo vivendo, seguiti da fasi di attività concentrata. Questo dovrebbe essere un vantaggio per noi, perché le attività di studio e prevenzione si svolgono meglio “in tempo di pace”, come si suol dire, piuttosto che nell’immediatezza di un forte terremoto, quando l’attenzione è giustamente concentrata sui soccorsi e poi dopo sulla ricostruzione”.
In un Paese ad alta frammentazione tettonica come il nostro, l’assenza prolungata di un grande terremoto magnitudo 6+ lungo la penisola significa che l’energia si sta accumulando silenziosamente in modo anomalo su faglie finora ‘silenziose’, oppure stiamo semplicemente assistendo a una fase di transizione nella distribuzione spaziale della sismicità minore (come gli sciami in Appennino centrale)?
“Purtroppo dieci anni di silenzio sismico indicano semplicemente che l’energia si sta accumulando sulle tante faglie attive quiescenti che esistono nel nostro paese, dalle Alpi alla Sicilia, oltreché nelle regioni circostanti; ricordo infatti che l’Italia può essere colpita in modo anche significativo da terremoti che avvengono al di fuori dal suo territorio nazionale, ad esempio nell’arco ellenico o in Slovenia. Il fatto che questa energia si stia accumulando comunque non è in alcun modo ‘anomalo’, come lei scrive, ma è esattamente quello che succede in un paese geodinamicamente giovane come l’Italia, dove le forze tettoniche non si fermano neppure per un minuto, né accelerano o rallentano, quantomeno alla scala della vita umana. L’unica cosa che possiamo e dobbiamo fare è farci trovare preparati, quantomeno nelle tante aree sismogenetiche già ben note – ad esempio quelle censite nel database DISS – a partire da quella interessata dai terremoti di questi giorni”.
I punti chiave dell’intervista
- Il sistema di faglie della Maiella: Sotto il massiccio calcareo risiede una struttura sismogenetica complessa, responsabile dei terremoti disastrosi del 1706 (M ~6.8) e del 1933 (M ~6.0), che investirono sia la conca peligna (piana di Sulmona) sia il versante chietino (Palena). Trattandosi di eventi pre-strumentali, la geometria esatta della sorgente rimane una delle più complesse e meno definite dell’intero Appennino.
- La fallacia dello ‘scarico di energia’: Valensise demolisce una delle convinzioni popolari più radicate: i micro-terremoti dello sciame di Palena non “scaricano” in alcun modo l’enorme energia potenziale accumulata dalle grandi faglie. A causa della scala logaritmica della magnitudo, servirebbero decine di migliaia di scosse M 2.0 per eguagliare l’energia di un singolo evento magnitudo 5 o 6.
- Nessun valore predittivo dalla frequenza delle scosse: Né l’aumento né la recente diminuzione della sismicità a Palena possono indicare l’evoluzione futura della sequenza. Negli ultimi 40 anni l’area ha registrato oltre 200 scosse M \ge 2.0 (tra cui un evento M 3.7 a Cansano il 29 marzo 2009, pochi giorni prima del terremoto dell’Aquila), a testimonianza di una normale attività di fondo appenninica.
- La statistica del silenzio sismico decennale: Storicamente l’Italia registra un sisma distruttivo ogni 4-5 anni. Il fatto che siano trascorsi dieci anni dalla sequenza di Amatrice-Visso-Norcia (2016-2017) rientra nella variabilità statistica: la storia sismica documenta periodi di quiete anche più lunghi, seguiti da grappoli temporali ad alta concentrazione di eventi.
- La tettonica non si ferma mai: Il “silenzio” sismico non è un’anomalia né un segnale di allentamento delle spinte crostali: le placche continuano a convergere a velocità costante, ricaricando inesorabilmente di stress elastico le faglie quiescenti mappate nel database DISS, dalle Alpi alla Sicilia fino ai domini transfrontalieri.
- La prevenzione “in tempo di pace”: L’assenza di forti scosse non deve generare una falsa sensazione di sicurezza, ma rappresenta l’unica vera finestra operativa per intervenire sulla vulnerabilità strutturale degli edifici prima dell’emergenza.
Le conclusioni
La testimonianza del dottor Gianluca Valensise offre una bussola indispensabile per orientarsi tra cronaca sismica e realtà geologica, sgomberando il campo da due opposti errori prospettici: l’allarmismo ingiustificato di fronte ai micro-sciami montani e la letale distrazione collettiva generata dai periodi di quiete. La sismotettonica della Maiella ci ricorda che l’Appennino possiede strutture sismogenetiche cieche o articolate la cui comprensione richiede ancora indagini avanzate, ma la cui capacità distruttiva è scolpita nei documenti storici del 1706 e del 1933.
Al contempo, il monito sul silenzio decennale dell’Italia tocca il cuore del nostro rapporto con il territorio. La tettonica a zolle non concede pause né sconti: ogni giorno senza terremoti è un giorno in cui lo sforzo elastico continua ad accumularsi lungo i piani di faglia censiti nel DISS. Vivere ‘in tempo di pace’ non significa dimenticare che l’Italia è un Paese sismico, ma utilizzare questo intervallo statistico per mettere in sicurezza il patrimonio edilizio, le scuole e le infrastrutture storiche. La scossa non avverte quando arriva; l’unica salvezza risiede nella qualità delle nostre case.
Chi è Gianluca Valensise
Gianluca Valensise è Dirigente di Ricerca presso l’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV), dove ha ricoperto per anni ruoli direttivi di primo piano nell’analisi della pericolosità sismica nazionale. Geologo e sismotettonico di fama internazionale, è l’ideatore, fondatore e responsabile scientifico del DISS (Database of Individual Seismogenic Sources), il catalogo georeferenziato 3D delle faglie capaci e delle sorgenti sismogenetiche italiane che costituisce la spina dorsale per la mappa della pericolosità sismica dell’INGV e della Protezione Civile. Autore di centinaia di pubblicazioni scientifiche internazionali sulla geodinamica dell’area mediterranea, sulla fagliazione superficiale e sul paleosisma, ha firmato con la storica Emanuela Guidoboni volumi di riferimento assoluto sulla storia sismica e i disastri naturali della Penisola, tra cui “L’Italia dei disastri: dati e riflessioni sull’impatto degli eventi naturali (1861-2013)” e “Il peso economico e sociale dei terremoti in Italia”.


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