Nei primi milionesimi di secondo successivi al Big Bang, l’universo primordiale non ospitava ancora atomi, protoni o neutroni. La materia si trovava in uno stato esotico e denso noto come plasma di quark e gluoni, un fluido perfetto in cui i costituenti fondamentali della materia nucleare si muovevano liberamente anziché essere confinati all’interno di particelle più pesanti. Per ricreare e analizzare questo ambiente estremo, i ricercatori del CERN sfruttano le collisioni tra ioni pesanti all’interno del Large Hadron Collider, accelerando fasci di nuclei di piombo a velocità prossime a quella della luce. Nelle collisioni, l’energia liberata genera temperature superiori a centomila volte quella presente al centro del Sole, fondendo temporaneamente i confini dei singoli nucleoni e rigenerando per una frazione infinitesimale di secondo il plasma primordiale.
Sebbene le proprietà complessive di questo stato della materia siano state studiate per decenni, le sue reazioni intime al passaggio di particelle energetiche hanno a lungo eluso la rilevazione diretta. All’interno del plasma, le interazioni forti non avvengono tra singole entità isolate ma mostrano comportamenti collettivi, assimilabili a quelli descritti dall’idrodinamica dei fluidi quasi privi di viscosità. Comprendere come un mezzo simile reagisca a una sollecitazione locale costituisce una delle sfide centrali della fisica nucleare ad alte energie, poiché racchiude la chiave per misurare con precisione millimetrica la viscosità, la densità energetica e le capacità di trasporto del mezzo cosmico originario.
La scia di diffusione: una previsione teorica lunga vent’anni
Quando un costituente fondamentale dotato di grande impulso, chiamato partone (ovvero un singolo quark o gluone), attraversa questo mezzo denso, interagisce violentemente con le particelle circostanti rilasciando frazioni consistenti della propria energia e quantità di moto. Più di due decenni fa, i modelli teorici avevano ipotizzato che il passaggio di un partone ultrarelativistico attraverso il mezzo dovesse generare una risposta idrodinamica collettiva, lasciando dietro di sé una caratteristica scia di diffusione. In modo simile a quanto avviene quando un motoscafo solca uno specchio d’acqua, il mezzo risponde con onde d’urto e riorganizzazioni della densità locale; nel caso specifico del plasma, il passaggio provoca un riscaldamento locale e una rarefazione di materia nella traiettoria retrostante, generando una vera e propria deplezione o deficit di particelle.
Questa firma caratteristica era rimasta inafferrabile sul piano empirico. Come spiegato dalla ricercatrice Olga Evdokimov della University of Illinois Chicago, coordinatrice dell’analisi, questa osservazione rappresenta il culmine di una ricerca durata decenni: il fenomeno era stato previsto chiaramente dalla teoria oltre vent’anni fa, ma era sempre rimasto celato dal rumore di fondo nelle registrazioni sperimentali. La transitorietà del mezzo e l’enorme molteplicità di particelle generate in ogni singolo impatto nucleare rendevano estremamente arduo separare la risposta collettiva del mezzo dai frammenti derivanti dalla disgregazione del getto stesso.
Il cambio di strategia sperimentale e l’analisi dei getti contrapposti
I primi tentativi di individuare la scia avevano analizzato eventi in cui un bosone Z veniva emesso insieme a un getto di particelle. Il vantaggio teorico di questa configurazione risiedeva nel fatto che il bosone non interagisce fortemente con il plasma, fungendo da testimone neutro; tuttavia, la rarità di tali eventi impediva di raccogliere una statistica sufficiente a trasformare un semplice indizio in una certezza scientifica. Per superare questa barriera, la Collaborazione CMS ha radicalmente modificato la strategia, concentrandosi sull’analisi di coppie di getti contrapposti, definiti in gergo dijet. Nelle collisioni tra ioni pesanti questi eventi si verificano con una frequenza assai superiore, fornendo un campione statistico imponente.
Sfruttando le traiettorie opposte dei due getti, il team ha potuto mappare con estrema accuratezza le correlazioni angolari tra i frammenti energetici e gli adroni a bassa energia generati nell’evento. L’indagine, basata su dati raccolti a un’energia per coppia di nucleoni pari a 5,02 TeV, ha confrontato in modo sistematico le collisioni piombo-piombo con le collisioni di controllo protone-protone. Poiché nelle collisioni tra protoni non si forma un volume significativo di mezzo denso, il confronto ha consentito di sottrarre il contributo derivante dalla pura frammentazione dei partoni nel vuoto, isolando inequivocabilmente gli effetti imputabili in via esclusiva alla presenza del fluido nucleare.
La soglia aurea delle cinque deviazioni standard
I risultati dell’analisi sperimentale hanno confermato il profilo teorizzato: lungo la direzione opposta all’asse di propagazione del getto, il rivelatore ha registrato una netta diminuzione nella produzione di particelle a basso impulso, confermando la presenza del deficit previsto dalla scia. Per le particelle cariche dotate di un impulso trasverso compreso tra 1 e 2 GeV, il segnale ha oltrepassato la soglia statistica di cinque deviazioni standard, convenzionalmente nota nel campo della fisica delle particelle come il limite formale che separa un indizio preliminare da una vera e propria osservazione diretta.
Una robusta conferma incrociata è emersa dall’analisi della centralità dell’urto tra i nuclei pesanti. Nelle collisioni centrali, in cui i nuclei di piombo collidono frontalmente massimizzando il volume e la densità del mezzo caldo generato, l’ampiezza della scia di diffusione è risultata notevolmente più pronunciata rispetto agli urti periferici. I dati raccolti sono stati infine messi a confronto con modelli idrodinamici avanzati con e senza la propagazione della scia: l’accordo è risultato ottimale soltanto nei modelli teorici che incorporano la risposta elastica e dissipativa del fluido primordiale. Come evidenziato dal primo analista dello studio, Raghunath Pradhan, la quantificazione della scia offre un canale sperimentale inedito per determinare le proprietà viscose e termodinamiche del plasma primigenio.
Il significato per la cosmologia e i dettagli dell’osservazione
Questa scoperta non si limita a confermare una complessa predizione di cromodinamica quantistica, ma trasforma un modello teorico in un parametro misurabile della storia del nostro universo. Comprendere l’entità con cui il fluido trasporta quantità di moto e smorza i fronti d’urto consente di ricostruire le condizioni esatte che governavano la materia appena prima che essa si condensasse stabilmente negli adroni ordinari, ponendo le basi per la successiva nucleosintesi. L’analogia marina utilizzata spesso dai fisici mantiene la sua validità intuitiva: un partone veloce genera nel mezzo denso un’onda d’urto e un’area di risucchio retrostante esattamente come un’imbarcazione perturba l’acqua, ma in questo caso il mezzo analizzato è la sostanza primordiale da cui, quattordici miliardi di anni dopo, si sono originati pianeti e stelle.
Va chiarito, sul piano metodologico, che l’espressione osservazione diretta non deve trarre in inganno: i fisici non hanno ottenuto un’immagine fotografica dello sciame, bensì una correlazione cinematica statisticamente inconfutabile ricavata dall’enorme mole di particelle tracciate dagli strati del rivelatore CMS. I dettagli analitici della scoperta sono stati resi disponibili dalla Collaborazione CMS attraverso il portale ufficiale del CERN e sono stati descritti in dettaglio nel lavoro scientifico revisionato e accettato per la pubblicazione sulla rivista specializzata Physical Review Letters, le cui prime anticipazioni erano apparse nell’archivio di prestampa scientifica arXiv.


Vuoi ricevere le notifiche sulle nostre notizie più importanti?