Vortice polare, il segnale non è solo l’indebolimento: le mappe mostrano come e quando potrebbe trasferirsi alla troposfera

Il punto centrale, però, non è soltanto stabilire se questa anomalia riuscirà a influenzare il tempo alle medie latitudini, ma capire in che modo e con quale intensità il segnale stratosferico potrà riflettersi sulla circolazione troposferica

La prima mappa, relativa alla quota di 10 hPa, mostra una marcata anomalia termica positiva sull’Artico e una struttura del vortice deformata e decentrata rispetto a una configurazione più compatta e circolare. Le aree di maggiore riscaldamento contribuiscono a indebolire la circolazione occidentale che normalmente circonda il Polo, mentre la presenza di più centri e di una forte ondulazione evidenzia quanto il vortice sia esposto alle onde planetarie provenienti dalla troposfera. In questa fase è più corretto parlare di vortice perturbato e allungato o dislocato, senza concludere che sia già avvenuta una scissione completa o che sia in corso un riscaldamento stratosferico improvviso maggiore.

Il possibile collegamento con la circolazione dei prossimi giorni

La seconda mappa mostra la previsione GEFS della media troposfera, a 500 hPa, per il periodo 12-16 novembre. Si osservano anomalie di geopotenziale che delineano una circolazione molto ondulata, con promontori e saccature in settori che, almeno in parte, ricordano la distribuzione dei centri individuati più in alto nella stratosfera. È questa somiglianza spaziale a rendere interessante l’aggiornamento: se il disegno troposferico dovesse consolidarsi, potrebbe rappresentare una prima forma di risposta coerente con la configurazione del vortice polare.

Anomalie geopotenziale 10 hPa GEFS

La corrispondenza tra le due mappe, tuttavia, non dimostra da sola che la stratosfera abbia già imposto il proprio schema alla troposfera. Le anomalie a 500 hPa descrivono il campo di altezza e la disposizione delle grandi onde atmosferiche, mentre la mappa a 10 hPa rappresenta una porzione molto più alta dell’atmosfera, dove il vortice polare è una vasta circolazione invernale. Le due configurazioni possono interagire, ma il trasferimento del segnale dipende dalla sua persistenza, dall’intensità delle anomalie nella bassa stratosfera e dall’evoluzione delle onde planetarie. La ricerca scientifica documenta che le anomalie stratosferiche possono precedere cambiamenti nei regimi troposferici, ma la propagazione verso il basso non è automatica né uguale in ogni episodio.

Canadian warming e stretching: cosa indicano

Il passo successivo prospettato dall’aggiornamento è un possibile Canadian warming, cioè un riscaldamento stratosferico concentrato sul settore canadese che può contribuire a deformare o allungare il vortice polare. In un evento di stretching, il vortice tende a diventare più eccentrico e a estendersi lungo un asse, senza necessariamente dividersi in due vortici autonomi; un riscaldamento concentrato sul settore canadese può quindi favorire una configurazione allungata e una diversa distribuzione delle masse d’aria fredde nella stratosfera. La letteratura distingue queste dinamiche dagli episodi in cui il vortice viene effettivamente scisso, e sottolinea che la risposta troposferica può dipendere anche dalla riflessione verso il basso delle onde atmosferiche.

Anomalie geopotenziale 500 hPa 16 novembre

La parola “warming” può indurre a immaginare un improvviso collasso del vortice, ma il termine non implica necessariamente un major Sudden Stratospheric Warming. Per parlare di un riscaldamento stratosferico maggiore servono criteri dinamici specifici, tra cui l’inversione dei venti zonali medi a 10 hPa e 60°N; un aumento delle temperature o una deformazione della circolazione, da soli, non bastano. La configurazione mostrata merita quindi attenzione come possibile fase di disturbo, ma non va presentata come un evento già definito o come garanzia di un’imminente irruzione fredda al suolo.

Che cosa potrebbe cambiare al suolo

Se il disturbo dovesse mantenersi e propagarsi verso la bassa stratosfera, la circolazione troposferica potrebbe diventare più persistente e ondulata, con blocchi anticiclonici alle alte latitudini e saccature più profonde alle medie latitudini. In Nord America, una maggiore ondulazione potrebbe agevolare discese di aria fredda verso il Canada e gli Stati Uniti orientali, mentre in Eurasia la posizione delle saccature e dei promontori determinerebbe quali aree verrebbero interessate da masse d’aria più fredde o da condizioni più miti. La collocazione dei centri di pressione è decisiva: un vortice disturbato non produce ovunque freddo e non consente, da solo, di dedurre una specifica evoluzione per l’Europa o per l’Italia.

La previsione GEFS per il 12–16 novembre va letta dunque come un possibile primo indizio di coerenza tra stratosfera e troposfera, non come una previsione definitiva degli effetti al suolo. Le mappe sono medie d’insieme e descrivono una tendenza, mentre la forma esatta dei blocchi e delle saccature può cambiare con i successivi aggiornamenti. Anche quando il segnale stratosferico raggiunge la troposfera, gli effetti regionali dipendono dalla fase dell’oscillazione artica e nord-atlantica, dalla posizione del getto e dalla risposta delle onde planetarie.

Per questo l’elemento da seguire nei prossimi aggiornamenti non sarà soltanto la temperatura in stratosfera, ma la continuità verticale del disturbo: se le anomalie resteranno confinate in alto, il loro impatto sul tempo europeo potrebbe risultare limitato; se invece la circolazione perturbata si estenderà verso la bassa stratosfera e troverà una risposta favorevole nella troposfera, il quadro potrà diventare più duraturo e influenzare la disposizione delle grandi strutture atmosferiche anche nelle settimane successive. La previsione di un Canadian warming seguito da stretching è quindi uno scenario da monitorare, ancora da confermare nei dettagli e soprattutto nei suoi effetti sulle singole aree geografiche.