Vortice polare, la stratosfera si prepara a rallentare: possibile inversione dei venti tra l’8 e l’11 novembre, ma la propagazione verso la troposfera è ancora incerta

GFS, GEFS, ECMWF e AIFS convergono su un indebolimento della circolazione stratosferica nella prima metà del mese, ma restano differenze sulla durata dell’episodio e sulla sua possibile estensione verso gli strati più bassi

Il confronto tra le più recenti corse modellistiche mostra un segnale che merita attenzione: dopo il rafforzamento osservato in ottobre, i venti occidentali della stratosfera polare sono previsti in sensibile indebolimento durante la prima metà di novembre. La convergenza riguarda soprattutto la fascia a 10 hPa e 60°N, un livello atmosferico utilizzato per monitorare il vortice polare e per identificare un eventuale riscaldamento stratosferico maggiore; alcuni scenari avvicinano il vento medio zonale alla soglia dello zero e, per un breve intervallo attorno all’8-11 novembre, lo portano anche a invertirsi.

Il dato più significativo, in questa fase, non è ancora la certezza di una vera inversione, ma la presenza di un rallentamento previsto da più modelli. GFS, GEFS, ECMWF e AIFS descrivono infatti un indebolimento marcato della circolazione alle quote più alte considerate, mentre le differenze diventano più evidenti quando si prova a stimare quanto a lungo possa durare la fase perturbata e quale andamento seguirà il recupero successivo.

Che cosa mostrano le mappe dei venti zonali

Le mappe riportano l’andamento della componente zonale del vento medio, cioè la circolazione che soffia da ovest verso est, a 60° di latitudine nord e a tre livelli di pressione: 10, 30 e 50 hPa. In atmosfera i valori di pressione più bassi corrispondono a quote maggiori, quindi la curva a 10 hPa descrive lo strato più alto tra quelli rappresentati, mentre quelle a 30 e 50 hPa permettono di capire se il rallentamento coinvolge anche livelli progressivamente più bassi della stratosfera.

Venti zonali 10 hPa

Nella parte storica dei grafici, fino alla fine di ottobre, i venti sono tornati a rafforzarsi dopo i valori più deboli di agosto e settembre, raggiungendo a 10 hPa valori decisamente più elevati rispetto a quelli registrati a 30 e 50 hPa. Le proiezioni successive indicano invece una rapida flessione: la curva blu, relativa ai 10 hPa, scende verso lo zero e in alcune simulazioni lo oltrepassa temporaneamente, mentre le curve rossa e verde, riferite rispettivamente a 30 e 50 hPa, si indeboliscono ma restano per lo più in territorio positivo, quindi con ventilazione ancora occidentale.

Questa differenza tra i livelli è centrale per interpretare l’evoluzione: un forte rallentamento in alta stratosfera può essere il primo segnale di una perturbazione del vortice, ma per parlare di un disturbo più profondo occorre osservare come rispondono anche gli strati inferiori e se l’anomalia riesce a propagarsi verso il basso. Nella pratica non basta quindi guardare il punto in cui una curva raggiunge lo zero, perché sono importanti anche la durata dell’eventuale inversione, la coerenza tra i diversi livelli e l’evoluzione della temperatura e della struttura del vortice.

Una possibile inversione dei venti non equivale ancora a un evento certo

Per convenzione, uno dei criteri più utilizzati per identificare un major sudden stratospheric warming è l’inversione da occidentale a orientale del vento zonale medio a 10 hPa e 60°N, accompagnata dagli altri elementi previsti dalla definizione adottata. La soglia dello zero nelle mappe è dunque un riferimento importante, ma una previsione che la sfiora o la supera per pochi giorni non consente da sola di dichiarare già avvenuto l’evento: il segnale va verificato con i dati osservati e con l’insieme delle condizioni atmosferiche, comprese quelle termiche.

Inoltre, le curve dei grafici rappresentano una traiettoria prevista, non una certezza sul tempo che farà in Italia e nemmeno una misura diretta dell’impatto al suolo. Le proiezioni possono cambiare con l’arrivo di nuove osservazioni e con l’aggiornamento delle condizioni iniziali, soprattutto quando si cerca di stabilire se un episodio resterà breve e confinato ai livelli più alti oppure se durerà abbastanza da coinvolgere progressivamente una porzione più ampia della stratosfera.

Dove divergono GFS, GEFS, ECMWF e AIFS

Il confronto allegato mostra che la fase iniziale del rallentamento è descritta in modo abbastanza concorde, ma il recupero successivo non viene rappresentato allo stesso modo da tutti i sistemi. GFS appare più prudente e mantiene più a lungo venti deboli o vicini alla soglia dello zero, mentre GEFS e AIFS propongono un recupero più evidente entro la metà di novembre; ECMWF si colloca in una posizione intermedia, con una fase di indebolimento marcata seguita da una risalita graduale dei valori.

Queste differenze contano perché la durata del rallentamento può modificare la lettura complessiva dell’episodio. Una flessione rapida seguita da un recupero robusto potrebbe indicare una perturbazione temporanea, mentre una circolazione che resta molto debole per più giorni e mostra segnali coerenti anche a 30 e 50 hPa sarebbe più compatibile con una disorganizzazione più estesa. Per ora, le mappe evidenziano con maggiore chiarezza l’avvio del rallentamento rispetto alla sua evoluzione completa, e proprio per questo la previsione della fase di recupero resta uno degli aspetti da seguire nelle prossime emissioni.

La propagazione verso il basso è il passaggio da osservare

Un vortice polare che rallenta in stratosfera non produce automaticamente una risposta immediata nella troposfera, lo strato atmosferico in cui si sviluppa la maggior parte dei fenomeni meteorologici che interessano la superficie. Perché l’episodio possa avere una possibile influenza più duratura sulla circolazione sottostante, diventa importante capire se e come le anomalie dei venti e della pressione si estendono gradualmente verso livelli più bassi; gli studi descrivono tempi di propagazione che possono variare da alcuni giorni a diverse settimane, con risposte non identiche da un evento all’altro. Nel caso attuale, il fatto che i venti previsti a 30 e 50 hPa si indeboliscano ma rimangano prevalentemente occidentali suggerisce che la propagazione verticale non è ancora il punto più solido della previsione. La domanda da porsi nei prossimi aggiornamenti sarà quindi se il calo inizialmente più netto a 10 hPa si trasferirà anche ai livelli inferiori, se resterà confinato alle quote più alte o se verrà seguito da una ripresa rapida della circolazione.

Possibili effetti sul tempo in Europa e in Italia

Quando un disturbo stratosferico si propaga verso il basso, può influenzare la circolazione della troposfera e favorire, in alcune circostanze, configurazioni associate a una maggiore persistenza delle alte o delle basse pressioni alle medie latitudini. Questo collegamento, però, non è automatico né sufficiente a formulare adesso una previsione di freddo o di neve per l’Italia: l’esito dipende dalla struttura dell’evento, dalla disposizione delle onde atmosferiche e dall’evoluzione complessiva della circolazione europea. Per questa ragione, le mappe vanno lette come un’indicazione utile sullo stato del vortice polare e sulla possibile evoluzione della stratosfera, non come una previsione locale a lunga scadenza. Anche qualora venisse confermato un temporaneo passaggio dei venti sotto lo zero, occorrerebbe attendere le successive analisi per stabilire se il segnale si consoliderà e se avrà una risposta riconoscibile nei modelli troposferici.

Il quadro attuale è dunque quello di un indebolimento stratosferico previsto con una coerenza significativa nella prima metà di novembre, accompagnato da una possibile inversione breve a 10 hPa in alcune simulazioni. Rimangono invece aperti i nodi sulla durata dell’episodio, sulla solidità del recupero e, soprattutto, sulla sua propagazione verso 30 e 50 hPa: saranno questi i segnali da monitorare per capire se si tratterà di un rallentamento temporaneo oppure dell’inizio di una perturbazione più profonda del vortice polare.