Le mappe dei modelli stanno attirando l’attenzione su un possibile cambiamento importante nella stratosfera poiché il vortice polare, cioè la vasta circolazione di venti occidentali che si forma durante la stagione fredda intorno al Polo Nord, appare più debole del normale e potrebbe subire un’ulteriore rapida decelerazione nei primi giorni di novembre. Alcune proiezioni arrivano a ipotizzare che i venti medi a circa 30 chilometri di quota possano invertire temporaneamente direzione, passando da occidentali a orientali, uno scenario che, se confermato secondo i criteri comunemente adottati, corrisponderebbe a un riscaldamento stratosferico maggiore, o major sudden stratospheric warming.
È però fondamentale ricordare che, ad oggi, si sta parlando di una previsione e non di un evento già avvenuto. Le percentuali diffuse nelle analisi degli ensemble possono variare sensibilmente da un sistema all’altro, dalla data di inizializzazione e dal modo in cui viene formulata la domanda, perché alcuni calcoli misurano la quota dei membri che scende sotto zero almeno una volta entro una certa scadenza, mentre altri valutano l’intensità complessiva della decelerazione o la probabilità di una specifica inversione in un determinato giorno. Per questo le percentuali indicate da GEFS, ECMWF o dai rispettivi sistemi di intelligenza artificiale non vanno lette come se fossero previsioni certe o probabilità perfettamente calibrate: descrivono innanzitutto quanto le diverse simulazioni esplorino quello scenario.

La possibile eccezionalità dipende soprattutto dalla data. Nelle serie storiche citate per i principali riscaldamenti stratosferici, i casi più precoci risultano collocati intorno al 28 novembre, mentre un’inversione già nella prima metà di novembre anticiperebbe di diverse settimane il riferimento più precoce finora riportato. Se dovesse verificarsi, sarebbe quindi un’anomalia notevole nel calendario della circolazione invernale, ma il fatto che uno scenario sia raro o record non lo rende automaticamente più efficace nel modificare il tempo sull’Europa.
Che cosa accade quando il vortice viene disturbato
Durante l’autunno la stratosfera polare perde progressivamente calore con il venir meno dell’irraggiamento solare, e questa differenza termica rispetto alle latitudini più meridionali contribuisce a organizzare una circolazione di venti occidentali sempre più intensa attorno all’Artico. Il vortice non è una parete che trattiene il freddo, ma una struttura atmosferica dinamica, la cui forza dipende dal contrasto termico, dalla stagione e dall’interazione con le onde che risalgono dagli strati più bassi dell’atmosfera.
Le grandi onde planetarie di Rossby, generate dalla disposizione di continenti e oceani e dalle configurazioni meteorologiche della troposfera, possono propagarsi verso l’alto quando la circolazione offre loro condizioni favorevoli. Arrivate nella stratosfera, queste onde possono amplificarsi e rompersi, trasferendo quantità di moto alla circolazione media e rallentando i venti occidentali del vortice; al tempo stesso, la risposta dinamica associata alla loro interazione contribuisce a comprimere e riscaldare l’aria nella stratosfera polare, talvolta in modo rapido e molto marcato.

Una vasta fascia di alta pressione tra Russia nord-occidentale, Urali e Scandinavia può favorire una configurazione capace di convogliare energia ondulatoria verso l’alto, ed è per questo che il blocco eurasiatico viene spesso osservato con attenzione quando si valuta il rischio di un forte disturbo stratosferico. Non significa però che ogni blocco produca uno SSW, né che il blocco sia l’unico motore del processo: contano la struttura delle onde, la loro persistenza, la direzione con cui propagano l’energia e lo stato del vortice nel momento in cui vengono sollecitate. La stessa evoluzione atmosferica può cambiare rapidamente anche quando le mappe a grande scala sembrano inizialmente molto favorevoli.
Il ruolo di El Niño: contesto, non interruttore
Nel quadro di quest’anno viene chiamato in causa anche El Niño, perché le anomalie di temperatura del Pacifico tropicale possono modificare la convezione, influenzare le onde atmosferiche e contribuire a cambiare la circolazione che si estende dal Pacifico verso le medie latitudini. In determinate condizioni, questo collegamento può favorire un maggiore trasporto di attività ondulatoria verso la stratosfera e rendere il vortice polare più vulnerabile, ma non consente di dedurre che un singolo episodio di El Niño causerà necessariamente un riscaldamento stratosferico maggiore.
La ricerca evidenzia infatti una relazione possibile ma non meccanica, nella quale la risposta media della stratosfera a El Niño può essere distinta dalle condizioni che innescano un singolo SSW: l’attività ondulatoria proveniente dall’Eurasia resta un importante precursore degli eventi, mentre El Niño può modulare il contesto e la configurazione delle onde. Anche gli studi più favorevoli a un’influenza di ENSO sul vortice non lo descrivono come la causa diretta e sufficiente dell’inversione.
Perché il freddo al suolo, se arriverà, non sarà immediato
Anche qualora i venti stratosferici dovessero davvero invertirsi, non ci si dovrebbe aspettare che il giorno successivo il freddo scenda automaticamente sull’Europa. La perturbazione può restare confinata più in alto oppure estendersi verso gli strati inferiori della stratosfera e, solo in seguito, influenzare in modo riconoscibile la circolazione troposferica, cioè la parte dell’atmosfera nella quale si sviluppano le perturbazioni e si determina il tempo che percepiamo al suolo.
Quando la propagazione verso il basso è efficace, l’assetto atmosferico può favorire un indebolimento della circolazione zonale e una maggiore probabilità di blocchi alle alte latitudini, con un getto polare più ondulato e scambi più frequenti tra masse d’aria di origine diversa. La risposta può manifestarsi nell’arco di settimane, ma non esiste un ritardo fisso valido per tutti gli eventi, perché la durata delle anomalie nella bassa stratosfera e il successivo comportamento delle onde influenzano profondamente la possibilità che il segnale raggiunga la troposfera e vi persista.

Le statistiche mostrano inoltre che la propagazione verso la superficie non è garantita: una parte consistente degli SSW non è seguita dalla classica fase negativa della North Atlantic Oscillation o da un cambiamento troposferico duraturo, mentre gli eventi che coinvolgono gli strati inferiori della stratosfera tendono più facilmente a produrre una risposta percepibile. Anche in quel caso, tuttavia, la distribuzione geografica degli effetti resta variabile.
L’Europa potrebbe raffreddarsi da est nella seconda metà di novembre?
L’indicazione del modello subseasonal di intelligenza artificiale, secondo cui nella seconda metà di novembre aria più fredda potrebbe iniziare a filtrare nell’Europa orientale, è uno scenario meteorologicamente plausibile e merita di essere seguito, ma al momento non dimostra che l’eventuale raffreddamento sia causato da un SSW. Un’anomalia fredda sull’Europa orientale può svilupparsi anche per effetto della circolazione troposferica, attraverso una discesa di aria continentale o artica, e la sovrapposizione temporale con il disturbo stratosferico non basta da sola a stabilire un rapporto causa-effetto.
Perché quel segnale raggiunga anche l’Europa centrale e occidentale servirebbe una configurazione favorevole, con pressioni disposte in modo da consentire alle correnti fredde di proseguire verso ovest o sud-ovest. Una cintura di alta pressione sulla Scandinavia, sulla Groenlandia o in altre aree settentrionali potrebbe aprire corridoi di discesa verso alcune regioni europee, mentre una dorsale anticiclonica collocata sull’Europa occidentale o meridionale potrebbe lasciare altre zone sotto aria più mite e stabile.
È questo il punto che rende prematura una previsione categorica sul freddo di fine novembre e inizio dicembre. Il vortice polare può aumentare la probabilità di determinate configurazioni, ma non decide da solo dove si posizionerà l’alta pressione, quale ramo del getto dominerà sull’Atlantico e quali aree resteranno esposte alle correnti orientali. L’Europa, inoltre, non risponde come un territorio uniforme: un raffreddamento sull’area orientale può coesistere con condizioni più miti a ovest, oppure diventare l’avanguardia di un’irruzione più ampia se la circolazione successiva ne permette l’estensione.
Il segnale da osservare nelle prossime settimane
Per capire se la perturbazione stratosferica sarà destinata a lasciare un’impronta al suolo bisognerà seguire non soltanto il valore dei venti a 10 hPa e 60°N, ma anche la loro evoluzione ai livelli inferiori, la persistenza del riscaldamento, la forma del vortice e il comportamento degli ensemble nelle successive corse. Sarà altrettanto importante osservare se i modelli inizieranno a concordare sulla posizione dei blocchi e sulle variazioni della NAO e dell’AO, perché una convergenza in troposfera renderebbe più credibile l’ipotesi di un cambiamento concreto per l’Europa.
Per ora la lettura più prudente è che ci troviamo davanti a un potenziale disturbo stratosferico molto precoce, con un possibile segnale di raffreddamento verso l’Europa orientale nella seconda metà di novembre che resta interessante ma ancora da confermare. Se il vortice dovesse indebolirsi fino a un’inversione dei venti e se le anomalie riuscissero a propagarsi verso il basso, aumenterebbe la possibilità di una circolazione più bloccata e di episodi freddi in alcune aree del continente; la traiettoria delle correnti, però, stabilirà chi si troverà sul lato freddo e chi, invece, sotto una rimonta anticiclonica più mite.
Il possibile SSW è dunque un segnale da seguire con attenzione, non una promessa di inverno anticipato. La stratosfera può predisporre il terreno, ma saranno l’evoluzione del vortice, la risposta della troposfera e la posizione dei blocchi a stabilire se il freddo in arrivo da est riuscirà davvero a conquistare una parte dell’Europa.


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