Finalmente c’è una data precisa. Ed è quella di sabato prossimo, 24 settembre. Mancano 8 giorni, e tra otto giorni l’Uars, Upper Earth Research Atmosphere della Nasa, satellite dal peso di sei tonnellate in orbita dal 1991, precipiteà nell’atmosfera terrestre come abbiamo già anticipato in quest’articolo.
Secondo gli ultimi aggiornamenti, la maggior parte del satellite che precipiterà fuori controllo dovrebbe disintegrarsi una volta a contatto con l’atmosfera terrestre, ma è possibile che qualche frammento possa ricadere al suolo, con qualche rischio per la popolazione.
La Nasa, comunque, ha sottolineato come sia ancora presto per poter calcolare la possibile area di impatto, pur confermando che dovrebbe trattarsi del continente Americano. Sulla latitudine, invece, c’è l’incertezza più totale.
Secondo l’Agenzia spaziale statunitense si tratta comunque di un rischio assai trascurabile, e nessun incidente di questo tipo è mai stato registrato dall’inizio dell’era spaziale.
L’Uars è un satellite che ha misurato per anni i livelli di ozono e altri dati meteorologici degli strati superiori dell’atmosfera: fuori servizio dal 2005, ha continuato ad orbitare perdendo progressivamente quota.
E’ uno dei circa 22mila oggetti che costituiscono la “spazzatura spaziale” attorno al nostro pianeta, di cui appena 900 satelliti ancora integri e solo 380 funzionanti.
Una quantità che aumenta esponenzialmente, tanto che un rapporto dell’Us National Research Council commissionato dalla Nasa raccomanda ormai di mettere a punto una strategia di “ripulitura” prima che i detriti mettano a rischio altri satelliti ancora operativi o la stessa Stazione Spaziale Internazionale “Alpha”.
L’orbita geostazionaria (a 36 mila chilometri di altitudine) è in particolare la più frequentata, con oltre 200 nuovi “arrivi” ogni anno; la maggior parte dei detriti occupa invece orbite più basse, dove si trovano tuttavia numerosi satelliti scientifici di osservazione e la stessa “Alpha”. Va tuttavia notato che il dato si riferisce a oggetti più o meno grandi, ma le particelle di grandezza superiore al millimetro si contano a decine di milioni. L’Iss orbita infatti a 400 chilometri di altezza, dove la sopravvivenza dei detriti prima del rientro dell’atmosfera non supera un anno (la stessa Stazione deve correggere periodicamente la sua orbita per rimanere in posizione); a 800 chilometri la permanenza in orbita è di circa due secoli mentre l’orbita geostazionaria rimane sostanzialmente stabile per milioni di anni. Le collisioni sono tuttavia rare: l’ultima risale al febbraio del 2009 e ha coinvolto un satellite Iridium-33 ancora in attività e un satellite militare russo ormai non operativo, moltiplicando di fatto il numero dei frammenti in orbita. Il rischio è dato dal fatto che le velocità orbitali sono elevatissime, dell’ordine di 10 chilometri al secondo: l’energia liberata dell’impatto di un frammento è più meno identica a quella di una massa equivalente di Tnt.
Il ritiro della flotta degli space shuttle ha tuttavia eliminato uno dei possibili mezzi per ritirare almeno i satelliti non più operativi; altri metodi allo studio – come delle “ventose” a razzo che spingano i detriti nell’atmosfera – sono ostacolati anche da pastoie legali, come quella che impone a ciascun Paese di poter recuperare solo gli oggetti di sua proprietà – residuo dello spionaggio industriale e militare della Guerra Fredda.
Tornando all’Uars in arrivo sulla Terra, c’è chi si spaventa e attende con ansia l’indicazione dell’area in cui potrebbero arrivare i frammenti, ma c’è anche chi non vede l’ora di poter ammirare nel cielo lo spettacolo di un grande bagliore che dovrebbe poter essere osservato da molte aree del pianeta, forse anche dall’Europa.
Ne sapremo di più nei prossimi giorni.


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