Un esperto spiega il fenomeno della liquefazione del suolo: “è come una grande caffettiera…”

MeteoWeb

Per spiegare con una metafora il fenomeno della liquefazione delle sabbie, di cui si parla in queste ore con il terremoto, basta pensare a quello che accade in una caffettiera, dove entrano in gioco gli stessi tre elementi che hanno avuto il loro ruolo devastante in Emilia: qui, le sabbie immerse nell’acqua, sottoposte a pressione, hanno provocato la fuoriuscita dei fanghi. La liquefazione. Un fenomeno conosciuto agli studiosi, ma piu’ dal punto di vista teorico che pratico. E soprattutto i geologi non se lo aspettavano di queste proporzioni. “Non ci aspettavamo un fenomeno di liquefazione di queste dimensioni, ci ha sorpresi la sua natura massiccia e diffusa“, commenta all’Adnkronos Raffaele Brunaldi, consigliere regionale dei geologi emiliani di ritorno da Sant’Agostino. “In Italia non si ha notizia di fenomeni di questo tipo – aggiunge – e ora bisognera’ guardare ai modelli giapponesi e statunitensi, dove il fenomeno e’ piu’ presente, e tararli sull’Italia“.

Fenomeni di "fratturazione" del terreno con fuoriuscita di materiale sabbioso in superficie

“Il fenomeno della liquefazione ha bisogno di caratteristiche ed elementi precisi e concomitanti per manifestarsi: servono terreni sabbiosi immersi in acqua, come nel caso della Pianura Padana attraversata dagli alvei di paleofiumi, e una scossa sismica a provocare un forte scuotimento. L’acqua va in sovrapressione e la sabbia di conseguenza perde di aderenza, trasformandosi nel fango letteralmente eruttato con il terremoto. Il fenomeno non puo’ avvenire ne’ su terreni argillosi, ne’ su quelli rocciosi e anche per i terreni sabbiosi e’ necessaria la giusta tipologia di sabbia perche’ la liquefazione abbia luogo: devono essere sabbie compatte e recenti come quelle della Pianura Padana, che non hanno avuto il tempo di compattarsi e sono ancora soffici. In piu’, i sedimenti sabbiosi immersi in falda devono venire ‘a giorno’, cioe’ in superficie, come nel caso dei dossi dei paleofiumi. E San Carlo risiede proprio su uno di questi dossi, come la maggior parte dei piccoli comuni della zona. Questo perche’ dopo l’estinzione del paleofiume, i suoi argini si sono trasformati nelle uniche zone in rilievo della zona e li’, come sulle colline, sono stati costruiti i paesi nel corso dei secoli“, aggiunge Brunaldi. Quindi “la maggior parte dei paesi con queste caratteristiche e’ a rischio, anche se bisogna ricordare che non tutte le sabbie si liquefanno“, aggiunge il geologo romagnolo, che conclude: “la crosta africana vuole scavalcare quella europea, e purtroppo lo sta facendo sotto Sant’Agostino“.