Terranova 1929 – Lo Tsunami dei “Grandi Banchi”

Nel 1929 uno tsunami colpì l’isola atlantica di Terranova, chiamata in inglese Newfoundland, nel Nord-Est del Canada. Un evento poco noto ma intenso e transoceanico di cui ci parla il geologo Giampiero Petrucci.

I luoghi. L’isola di Terranova, o Newfoundland, si trova nella costa orientale del Canada e si affaccia sull’Oceano Atlantico. Dalla forma quasi triangolare, è separata dalla terraferma, il Labrador, dallo stretto di Belle Isle ad occidente ed a Sud dallo Stretto di Caboto, dal nome dei fratelli esploratori che scoprirono queste terre. E’ una zona incontaminata, ricca di foreste e boschi, con molti laghi e fiumi, dalla costa spesso frastagliata, abitata quasi esclusivamente nella fascia litoranea. L’oceano che la circonda è molto pescoso e caratterizzato verso oriente dai cosiddetti Grandi Banchi di Terranova, un’ampia area di bassi fondali che si estendono fino a circa 500 km dalla costa, con profondità tra i 25 ed i 100 metri.

La zona teatro del terremoto e tsunami del 1929. La croce rappresenta l’epicentro, sulla scarpata continentale dei Grandi Banchi. Newfoundland è l’isola di Terranova dove si sviluppano i danni maggiori provocati dallo tsunami. Immagine tratta da: Alan Ruffman and Violet Hann, 2006

Il terremoto. Il 18 novembre 1929, alle ore 17.02 locali, si verifica un forte terremoto in mare aperto, con epicentro a circa 250 km a sud dell’isola di Terranova, sulla scarpata continentale ad est dei Grandi Banchi, in un punto in cui la colonna d’acqua risulta di circa 2000 metri. La profondità dell’ipocentro è valutata in 18-20 km e la magnitudo stimata è di circa 7.2: un evento violento che, a memoria d’uomo, mai si era verificato in quell’area e che raramente si ripeterà.

La scossa è chiaramente avvertita anche a Montreal e New York, ma i danni sono limitati anche se per qualche minuto rimane tra la folla panico e sconcerto. Anche a Terranova non si segnalano particolari problemi: si tratta di un’isola poco popolata e le costruzioni, spesso di legno e poco più che baracche, resistono bene al movimento tellurico, essendo spesso fondate su roccia solida. L’unica zona che sembra risentire qualche danno in più è l’isola di Cape Breton, a sud di Terranova, dove si sviluppano alcune frane che interrompono le strade e qualche edificio viene lesionato più o meno gravemente. In definitiva però nessuna vittima e molta sorpresa per un fenomeno raro in quelle zone.

Lo tsunami. Ancora più anomalo però quanto si verifica poco dopo. Mentre tutti stanno discutendo dell’evento e già qualcuno è tornato alle proprie occupazioni come se niente fosse, sulla costa orientale di Terranova, in particolare nella penisola di Burin, il mare si ritira, lasciando scoperto il fondale, con diverse barche in secca. Lo stupore è generale, nessuno ha mai visto una cosa del genere, neanche i pescatori più anziani. Dopo circa due ore e mezzo dalla scossa di terremoto, quando è già calato il buio, il mare torna a riprendere il suo posto, abbattendosi a 100 km/h sulla costa, con tre ondate successive il cui run-up è mediamente stimato da 2 a 8 metri di altezza. Dopo un’altra mezz’ora le onde giungono nella Nuova Scozia e ad Halifax, con altezze limitate e generando però pochi danni alle infrastrutture del porto.

Lo tsunami di Terranova del 1929 attraversa tutto l’Atlantico. Il rombo fucsia rappresenta la zona di sviluppo della megafrana originata dal terremoto. I numeri indicano le ore necessarie alle onde per raggiungere le varie coste. Da notare come lo tsunami viaggia più rapidamente in mare aperto che verso le coste americane

La batimetria e la morfologia della costa, come generalmente accade in queste circostanze, giocano un ruolo fondamentale. Dove i fondali si alzano rapidamente e le baie sono strette e lunghe, le onde amplificano la loro altezza, probabilmente anche per l’effetto chiamato risonanza di cui abbiamo già parlato in relazione ai meteotsunami. Per questo nelle cittadine di Taylor’s Bay e St. Lawrence, poste in baie assimilabili a piccoli fiordi ed entrambe esposte a sud, ovvero direttamente nella direzione della sorgente tsunamigenica, il run-up potrebbe aver superato i 10 metri di altezza, toccando addirittura la punta di 13 metri. Si tratta dunque di uno tsunami di grande intensità: l’ingressione sulla costa è valutabile intorno al km, favorita in alcuni casi anche dalla coincidenza con i picchi massimi di marea.

Gli abitanti sono totalmente sorpresi dall’arrivo di simili onde, molti sono ancora nelle strade a discutere del ritiro del mare: qualcuno si salva fuggendo sulle alture, altri vengono trascinati via. Una quarantina i villaggi colpiti: per lo più si tratta di piccoli e poveri paesi, abitati da pescatori, con le case costruite direttamente sul litorale che vengono spazzate in un secondo. Alcune abitazioni di legno vengono addirittura sollevate dalle acque, sradicate dalle loro scarse fondazioni, e trasportate intere per decine di metri, galleggiando come barchette: al loro interno le persone osservano atterrite ed incredule il fenomeno. Molte si salveranno e le suppellettili rimarranno praticamente intatte. Un vero miracolo.

La penisola di Burin è la zona più colpita dallo tsunami che in particolare sviluppa i danni maggiori nella costa esposta a sud e nelle baie più strette e lunghe. La sigla TTT indica le cittadine che hanno subìto più devastazione. Immagine tratta, leggermente modificata, da: Alan Ruffman and Violet Hann, 2006

Sei paesi piangono i loro morti: Port-au-Bras, Lord’s Cove, Point-au-Gaul, Kelly’s Cove, Allan’s Island e Taylor’s Bay. Le vittime totali sono 28, tutto sommato un bilancio contenuto per un evento scioccante e totalmente inaspettato. Un bilancio in verità favorito anche dalla scarsa popolazione che vive nella zona. Basta considerare che nel villaggio di Taylor’s Bay su 17 edifici presenti, ne rimangono in piedi solo 5. Oltre tutto queste cittadine sono praticamente isolate dal resto del mondo: non esistono strade e da qualche giorno una violenta tempesta ha tranciato i cavi telegrafici, dunque non si riesce nemmeno a lanciare l’allarme. I superstiti vagano come fantasmi sul litorale dove i detriti rimangono a testimoniare la furia del mare che, dopo due lunghe ore, torna calmo e tranquillo nella posizione originaria. Case, barche, capannoni, hangar, strade: tutto distrutto. Molti sono costretti a dormire all’aperto od in ripari di fortuna: i senzatetto sono poche migliaia.

Nel resto del mondo nessuno ancora conosce quanto accaduto nella penisola di Burin. Soltanto tre giorni dopo una nave arriva nel porto di Burin e riesce a dare l’allarme via radio, tra lo stupore generale. L’evento rimane nella storia del Canada come una delle principali catastrofi naturali del XX secolo anche se nel 1929 l’isola di Terranova era ancora una colonia britannica in tutto e per tutto: sarà inglobata nella confederazione canadese soltanto vent’anni dopo, nel 1949.

La testimonianza dei danni provocati dallo tsunami. Immagine tratta da: Alan Ruffman and Violet Hann, 2006. Si tratta di un collage di sei delle 12 fotografie scattate da Padre James Anthony Miller il 19 novembre 1929 e apparse sul New York Times l’8 dicembre 1929

La causa. Ma, per quanto anomalo, da cosa è stato provocato lo tsunami? Non, come si potrebbe pensare a prima vista, direttamente dal terremoto. Per quanto forte, il sisma da solo non avrebbe potuto scatenare un simile disastro. La scossa ha infatti innescato un’enorme frana sottomarina, dal volume di circa 180-200 kmc, capace di rompere in dodici punti i cavi telefonici transatlantici e di generare un violento tsunami, in grado di essere chiaramente percepito ad Atlantic City (dove arriva dopo 4 ore con un run-up di 70 cm), nella Carolina del Sud, alle Bermuda (dove le oscillazioni durano a lungo causa un effetto di “intrappolamento” delle onde attorno alle isole), alla Martinica e, dall’altra parte dell’Atlantico, alle Azzorre ed in Portogallo (dopo 6 ore). Nell’ultimo secolo è probabilmente lo tsunami più importante che ha colpito ed attraversato l’Atlantico.

Le frane sottomarine, soprattutto se associate ad un sisma violento, non rappresentano una novità come sorgenti sismogenetiche anche se spesso i loro effetti rimangono confinati in area regionale: è raro infatti che le onde così generate riescano ad attraversare un intero oceano. In precedenza ne abbiamo parlato più volte, sia in relazione allo tsunami dello Stretto di Messina del 1908 che a quello di Storegga. Questa frana dei Grandi Banchi si trasforma in una specie di valanga sottomarina lungo la scarpata continentale: una vera e propria torbidite dallo spessore di qualche centinaio di metri, che viaggia ad una velocità oscillante tra i 60 e 100 km/h, trasportando fango e sabbia per centinaia di km verso oriente. La sua enorme massa ed il suo impetuoso movimento generano lo tsunami che si abbatte sulle coste di Terranova. Un altro caso risolto dalla scienza moderna che conferma come lo studio dei disastri naturali del passato possa aiutare a salvaguardare il nostro futuro.

Si ringrazia il Prof. Alan Ruffman di Halifax, Canada, per la gentile concessione di alcune delle immagini a corredo del testo e per la grande collaborazione fornita

Thanks to Prof. Alan Ruffman, Halifax, Canada, who has provided us with some images here published

BIBLIOGRAFIA

  • Ruffman, Alan, and Violet Hann. 2006 The Newfoundland Tsunami of November 18, 1929: An Examination of the Twenty-eight Deaths of the “South Coast Disaster”. Newfoundland and Labrador Studies, Vol. 21, No. 1, Spring, pp. [97]-148: Notes and comments: The 1929 Newfoundland tsunami [addendum to Ruffman-Hann article] Newfoundland and Labrador Studies, Vol. 21, No. 2, Fall, pp.417-418. Disponibile all’indirizzo: <http://www.earthquakescanada.nrcan.gc.ca/histor/20theme/1929/Ruffman_Hann2006_NLSv21.pdf
  • Fine I.V., Rabinovich A.B., Bomhold B.D., Thomson R.E., Kulikov E.A., The Grand Banks Landslide-generated Tsunami of November 18, 1929: Preliminary Analysis and Numerical Modeling, Marine Geology, 215, pp. 45-57, 2005