Messico, case e scuole a rischio crollo per l’aumento delle scosse sismiche: sotto accusa il fracking

C’è una zona del Messico settentrionale, nello stato di Nuevo Leòn, dove per il susseguirsi di scosse sismiche le case sono sempre più pericolanti, con crepe nelle pareti e sui tetti. Almeno 200 persone sono senza casa, perché le loro case stanno crollando. A far saltare i nervi della popolazione sono state le ultimissime scosse, che hanno fatto crollare il soffitto della scuola elementare nel paesino di El Llano, nella municipalità di General Teràn. “È stato solo per un caso che non ci sono stati morti fra i bambini” – hanno riferito alla stampa i genitori esasperati.

Il municipio dove è avvenuto il crollo è situato a circa 100 km da Monterrey, una regione dove negli ultimi anni c’è stato un incremento molto pronunciato nel numero di terremoti. Si tratta del bacino di Burgos, la riserva di gas naturale più importante del paese. Le scosse sono aumentate proprio in contemporanea con l’avvio di una massiccia campagna di perforazioni da parte della compagnia petrolifera Petroleos Mexicanos (Pemex). Oltre 400 pozzi sono stati perforati per procedere alla pratica della fratturazione idraulica, anche conosciuta come fracking. Una pratica non convenzionale di estrazione degli idrocarburi che si è estesa negli ultimi anni in particolar modo nel Nord America, dando nuovo impulso a un settore, quello petrolifero e del gas, che all’inizio degli anni 2000 rischiava di subire un drastico calo di produzione. Si basa sull’iniezione nel sottosuolo, attraverso pozzi, di dosi massicce di liquidi ad altissima pressione. Essi rompono i depositi sedimentari in profondità, facendo liberare le minuscole particelle di idrocarburi intrappolate al loro interno. Senza questa pratica questa componente di idrocarburi resterebbe intrappolata nelle rocce, a differenza di quanto accade nei grandi giacimenti “convenzionali”, dove il petrolio e il gas sono facilmente estraibili un po’ come se si dovesse attingere acqua da una falda. Il problema di questa pratica di estrazione, oltre alla contaminazione delle falde, è che in molti luoghi in cui viene utilizzata si registra una spiccata attività sismica. Succede in molte aree del mondo.

I legami fra l’aumento delle scosse e l’avvio della pratica del fracking sono evidenti e la gente del posto punta il dito contro la Pemex. Nella zona però il tasso di analfabetismo è elevatissimo così come il tasso di povertà. Troppo facile da parte delle compagnie petrolifere, piene di esperti e tecnici preparati, smentire le preoccupazioni della gente comune con rapporti che negano il legame fra attività estrattiva e terremoti. Lo fanno anche negli USA, perché in molti casi è ancora difficile provare al 100% un rapporto fra fracking e aumento della sismicità. Non sempre questo legame c’è. Non sempre è facilmente dimostrabile (anche se importanti istituzioni come l’USGS americana iniziano ad ammettere legami). In fondo le faglie che provocano i terremoti sono spesso faglie già presenti, che il fracking può in certi casi riattivare (il cosiddetto fenomeno del triggering: innesco). La risposta di molti geologi (guarda caso spesso legati alle imprese petrolifere) è: “le faglie c’erano già, i terremoti sono naturali”. E siccome le scosse non si possono prevedere, la frittata è fatta.

Come spesso accaduto anche durante il XX secolo, quando la scienza si mette al servizio del capitale, in affari miliardari, è molto difficile capire quale sia la realtà delle cose. I dubbi della scienza (del tutto legittimi e normali), in mano alle grandi imprese diventano delle armi per smentire ogni paura, e proseguire indisturbati. Eppure la logica vorrebbe che se un dubbio c’è (in questo caso il dubbio se vi sia o no un legame fra fracking e aumento della sismicità), non può essere certo neanche il contrario. Invece le compagnie di estrazione tranquillizzano. Dicono di non preoccuparsi. Intanto però, proseguono indisturbate.

Anche se non ha niente a che vedere con l’estrazione del petrolio, in fondo accadde lo stesso negli anni precedenti alla tragedia del Vajont, quando i dubbi della scienza sulla pericolosità del Monte Toc associati all’interesse economico sulla costruzione della diga, si tradussero in tranquillizzazione della popolazione. Venne fatta pagare a duemila persone innocenti. O ancora, nei troppi casi di industrie che hanno contaminato l’ambiente e fatto ammalare e morire migliaia di persone per decenni, prima che un tribunale arrivasse a collegare le vittime all’inquinamento (come accaduto ieri nella sentenza agli ex vertici dell’Enel riguardo la centrale di Porto Tolle). Quante volte abbiamo sentito dire, dai vertici di quelle industrie, che “non è scientificamente dimostrato un legame fra tumori ed emissioni”?

Nel frattempo la maestra della scuola elementare Revoluciòn, nel paese di General Teran, spaventata dai crolli, chiede che la struttura scolastica venga chiusa. “Io sto qui, e i miei bambini anche, però la Protezione Civile mi ha detto che dovevo sospendere le classi e sgomberare. Ma il ministero dell’istruzione mi dice di continuare. Continuerò le lezioni, però non mi prendo la responsabilità. Se succede qualcosa, io ho già avvisato”, dice.

Intanto sono stati messi pali e puntelli a sostegno delle abitazioni pericolanti. Sono tante. E l’apprensione fra la gente è forte. Casi come questo sono sempre più frequenti nelle cronache locali dei paesi in cui il fracking viene praticato in maniera diffusa. Su Meteoweb si è parlato ad esempio dei terremoti in Oklahoma, dove la situazione è molto simile. Anche lì, dove le scosse sono triplicate negli ultimi anni, la preoccupazione della popolazione locale non ha nessun peso, e le petizioni e le richieste di sospensione precauzionale delle attività di fracking si scontrano contro un muro. Troppo forti gli interessi economici, troppo asservito il potere politico a quello economico, perché le trivelle si fermino.