La Storia della Musica: le Origini ed i derivati

MeteoWeb

Un viaggio dalle origini della Musica per iniziare un percorso alla scoperta della sua affascinante storia

Tutto ebbe inizio quando l’uomo cominciò a capire che si poteva intrattenere e mantenere un ritmo attraverso degli strumenti, per accompagnare un canto più simile ad un sordo lamento che altro….

E’ stato dimostrato, sulla base di studi antropologici e legati alla teoria evoluzionistica che una delle prime forme di aggregazione sociale dell’uomo, prima Erectus e poi di Neanderthal, era legata al canto, e questo è stato riscontrato in molte altre specie mammifere e non, in particolare in quella degli uccelli.

Per cui possiamo affermare che la musica è insita in ognuno di noi, che la musica è vita.

Pare che il reperto di strumento musicale più antico mai trovato risalga a 40.000 anni fa ed era un grezzo antenato del flauto che conosciamo oggi, ma praticamente tutti gli strumenti musicali oggi conosciuti, al netto degli strumenti elettrofoni, vengono citati nella Bibbia ed erano conosciuti già da migliaia di anni.

L’organo a canne venne inventato nel terzo secolo a.C. ad Alessandria d’Egitto e per la sua completezza di suono(già poteva riprodurre quasi tutte le note del pianoforte odierno) fu in un certo senso il capostipite di quella che sarebbe divenuta la musica classica, espressa principalmente da una orchestra che comprende tutti i tipi di strumenti musicali: Aerofoni, Cordofoni, Membranofoni, Idiofoni.

storia della musicaIl pianoforte dopo la sua invenzione, avvenuta intorno al 1680(le prime bozze ed i primi tentavi, partendo dall’ avo organo), e nel secolo successivo perfezionato ed ultimato(reso come lo conosciamo oggi), prese immediatamente il sopravvento su qualsiasi altro strumento, divenendo lo strumento principe e per eccellenza nella musica classica, dal quale si cominciava, come fosse la prima matrice fondamentale, ogni tipo di opera classica per una ragione molto semplice, ovvero è l’unico strumento che riproduce tutte le 56 note convenzionali e le relative 32 alterazioni(mezzo tono: bemolle o diesis), per un totale di 88 toni.

Grazie al fervore della Prussia di allora, lo strumento venne migliorato e perfezionato attraverso i pareri di Bach e poi di Mozart e di tutti coloro che facevano parte di quel movimento artistico che diede vita alle più grandi opere classiche di sempre che ancora oggi rimangono benchmark assoluto.

La musica alle porte della rivoluzione Francese era solo di tipo classico per l’uomo occidentale (rispetto ad una completezza assoluta del suono e della struttura del timbro musicale, senza per cui considerare la musica di intrattenimento di corte tipica dei menestrelli con strumenti cordofoni) e non conosceva, ne prevedeva un’ulteriore tipologia, forma o espressione. Ben diversa era la situazione nel mondo tribale, ancora legato alla musica come una forma di misticismo o rituale, che affondava le proprie radici nella ritmica a percussione fino a far divenire il suono ed il conseguente ritmo psichedelico in virtù della ridondanza e della ripetizione della struttura musicale.

Per dare vita a quello che oggi definiamo musica moderna, bisogna fare incontrare queste due storie, queste due tradizioni e modi di pensare la musica, ma non è sufficiente, rimarrebbe come un ordigno senza detonatore. Serve un qualcosa che si materializzi e funga da deterrente per far esplodere una delle più grandi rivoluzioni del ventesimo secolo.

Bisogna partire dalla fine del diciottesimo secolo per capire bene cosa successe prima dei Beatles, dei Rolling Stones, di Rey Charles e Louis Armstrong, bisogna individuare il contesto storico, ma soprattutto socio-politico che creò la polveriera del “grande sound”…..

La location sono gli Stati Uniti d’America, ed in particolar modo gli stati del sud, siamo a cavallo del diciannovesimo secolo e la seconda rivoluzione industriale trova la sua massima espressione nei mercati sterminati del “nuovo mondo economico”, dalle zone industriali delle grandi fabbriche britanniche si giunge oltre oceano, dove da non molto non si vive più sotto l’ordinamento di Giorgio IV re d’Inghilterra, e dove il fermento del denaro incontra un sodalizio inscindibile dal concetto di produzione massiva di stampo capitalistico.

Il denaro scorre a fiumi, gli investimenti sono eccezionali per allora, le macchine a vapore intasano con il loro volume ed il loro lamento le fabbriche del nord, mentre a sud dove i campi sterminati sono fertili e floridi servono negri, tanti negri….

Sono circa due secoli che la tratta degli schiavi è di uso comune dopo il primo Imperialismo del 600, ma è solo con l’avvento della grande crescita economica e produttiva a seguito dell’indipendenza che trova la sua maggiore espressione negli Stati Uniti d’America.

I negri vengono considerati e trattati come bestie da macello, fino a quando sono utili possono valere qualcosa come animali da lavoro, una volta constata la loro inutilità, vengono “eliminati” in varie forme, senza escluderne l’uccisione, ma escludendo sempre l’idea di trattarli come persone.

La cosa durò troppo tempo e la gente di colore cominciava ad essere stufa di accettare quel tipo di esistenza, percepivano nella loro semplicità ed ingenuità che c’era un conto in sospeso con il destino, che quello che stavano vivendo non era il modo di vivere ”normale” e che la crudeltà e la cattiveria dei padroni era qualcosa che non si sarebbe potuto sopportare per sempre.

Cominciarono le prime ribellioni di piccoli nuclei intransigenti verso quello che stava accadendo, lottare in nome dei fratelli ed in nome di Dio, in nome della libertà e della verità, per dare una goccia di splendore di dignità alla loro esistenza ed un futuro diverso alle loro generazioni….

Non si poteva lottare praticamente, fisicamente, non erano molti i momenti in cui gli schiavi non avevano le catene, e nessuno possedeva strumenti da poter far diventare armi. Si doveva trovare un modo diverso per lottare, per ribellarsi a tanta ingiustizia e  così tanta fredda crudeltà….

Così un modo si trovò, e che modo!!?!!

Ritengo la ribellione degli schiavi sotto forma di canto che, incarnava, espelleva e redimeva la disperazione di una quotidianità devastata e compromessa fin da principio, la maggiore e più grande espressione di lotta e protesta che la storia ci abbia mai raccontato.                                                                                                                                                                         Lottare contro qualcosa e qualcuno senza l’uso della forza e della violenza, anzi, solo subendola a fronte di questa nuova forma di protesta, ribellandosi per fare rumore e dare fastidio ai guardiani delle piantagioni ed i loro Signori, senza poter mai attaccare fisicamente  o scardinare praticamente la loro condizione, è qualcosa che va aldilà della mera presa di coscienza e del tentativo di cambiare le cose. Serve una dignità ed una forza che non sono mai state comuni nella storia in una situazione similare. Cantare per protestare, per redimere la disperazione ed il dolore, per un senso di appartenenza e comunione, che arriva fino a rischiare la morte per solo qualche minuto di libertà…Solo il Mahatma Gandhi un secolo più tardi fece qualcosa di accostabile.

Si teneva il ritmo di quattro quarti ripetuto due volte e ridondalo in loop, il più delle volte con le catene o con il solo battito delle mani, le voci andavano su varie estensioni per coprire i contralti e tenere i bassi, si cantava di dolore e si invocava l’aiuto di Dio al quale si chiedeva come mai ci fosse tanta ingiustizia e tanta disuguaglianza, ma soprattutto perché aveva scelto di fare vivere a generazioni intere un’esistenza non esistente….

Le prime espressioni erano grezze e semplici nella struttura, ma con il passare del tempo si trovo sempre maggiore confidenza in termini di creatività espressiva e differenziazione della struttura musicale. Si passò a ritmi multipli, suonati in dodici, sedici o ventiquattro tempi. Correvano gli anni cinquanta circa del diciannovesimo secolo, e dalla Louisiana al Mississippi, la cosiddetta Cotton Belt, si sentiva parlare, ma soprattutto cantare di Spiritual and Blues….

IL Blues è l’unico genere musicale inventato dall’uomo(negro) che non nasce dall’intelletto, non è un genere intellettuale ed intellegibile, ma è viscerale, viene dal mood, dall’intestino, dallo stomaco….Il mood che divenne groove!!!

Con la fine del secolo ed i primi tentativi di emancipazione negra, questa nuova forma di canto e di concepire la musica fu affiancata dai primi strumenti rudimentali, prima un elastico solo e poi si passo a quello che venne definito cigar box, che prevedeva anche due, tre e quattro corde.                                                                                  Questo permise di dare una struttura relativamente complessa, anche se non troppo, ma certamente articolata, anche alla parte strumentale musicale, oltre che alla parte vocale già precedentemente sviluppata. E’ in questo momento che tecnicamente il blues(inteso specificatamente quando vi è stato l’ingresso dell’accompagnamento da strumento musicale) impazza e spopola negli underground del sud degli Stati Uniti divenendo una vera e propria rivoluzione che era ormai largamente uscita dai campi di cotone. Si improntava la struttura musicale sulla scala pentatonica minore di do(Do, Mib, Fa, Sol, Sib, Do) e su quella che venne ribattezzata per sempre scala del blues (Do, Mib, Fa, Solb, Sol, Sib, Do) sempre in Do. Nascono le prime “scuole di pensiero” di interpretazione di Blues e Gospel, si parla degli underground di New Orleans e della Mississippi delta Blues School, ma soprattutto si parla di un ragazzo…un ragazzo che aveva un talento particolare, molto particolare, suonava la chitarra a sei corde meglio di chiunque altro e non si era mai ancora sentito un sound del genere. Un ragazzo che aveva tutte le caratteristiche per diventare una personalità musicale dai contorni quasi grotteschi e rimanere per sempre nella storia della musica come una figura leggendaria, al limite tra la realtà e la finzione di una storia strana e torbida, raccontata per mettere anche un pizzico di paura. La leggenda narra che quel ragazzo vendette la sua anima al diavolo per avere in cambio un dono, un talento, saper suonare la chitarra meglio di chiunque altro aveva fatto allora. Quel ragazzo morì nel 1938 in circostanze mai accertate e sospette a Greenwood, una cittadina del Mississippi, aveva ventisette anni ed il suo nome era Robert Leroy Johnson. Fu il primo grande bluesman della storia della musica e fu colui che diede vita al leggendario club J27, nel quale, una quarantina di anni più tardi, si “associarono” personalità di spicco di caratura storica ed internazionale non solo sul palco, quali : Jim Morrison, Jimi Hendrix, Janis Joplin e Brian Jones…

Questa è Sweet Home Chicago….e la voce e la chitarra sono di Mr. Robert Johnson……

To be continued (La Musica degli anni venti)