Storie di musica: il Novecento e la rinascita di Babilonia

MeteoWeb

La seconda puntata della rubrica di MeteoWeb alla scoperta della storia della musica

Il fumo del porto di New York la notte che aspettava il Titanic non era nulla a confronto di quello che riempiva gli underground clandestini in cui si fumava e si beveva al ritmo di boogie blues, swing o ragtime….I suonatori di violino quella notte, non sapevano che al porto di New York non ci sarebbero mai arrivati…

Su un’altra nave invece saliva Jelly Roll Morton, uno dei padri fondatori del Jazz, per duellare a suon di colpi di ebano e avorio con uno che pare non volesse scendere dalla nave, chiedere a Tornatore per ulteriori dettagli…( La Leggenda del pianista sull’Oceano, 1998).

Alessandro Baricco nel suo saggio Novecento, un monologo teatrale che ha ispirato il film di cui sopra, ad un certo punto fa dire al narratore, Tim Tooney: “Suonavamo perché l’Oceano è grande, e fa paura, suonavamo perché la gente non sentisse passare il tempo, e si dimenticasse dov’era e chi era. Suonavamo per farli ballare, perché se balli non puoi morire, e ti senti Dio. E suonavamo il ragtime, perché è la musica su cui Dio balla, quando nessuno lo vede. Su cui Dio balla, se Dio è negro”.

Il Jazz nasce agli inizi del 900 ed è una commistione di culture musicali, dal blues alla cultura europea della musica da banda, dalla musica da chiesa al ritmo tribale africano.
Nasce principalmente per ottoni, gli altri strumenti verranno in seguito e progressivamente, per cui essendo dei fiati che possono emettere una sola nota alla volta, la caratteristica principale risulta essere la linea melodica, scandita dagli assoli degli artisti, per tanto l’improvvisazione ne era l’attrattiva principale ed al tempo stesso la novità.
Il suo ritmo sfalsato, spesso sincopato, rendeva il sound fresco e frizzante come una cedrata Tassoni, i virtuosismi degli assoli salavano il tutto….

Duke Ellington, uno dei più grandi compositori di tutta la storia del Jazz, una volta disse: “In genere, il Jazz, è il tipico uomo con cui non fareste uscire vostra figlia”… per rendere l’idea…

E per rimanere sulle citazioni, non posso non darvi un piccolo parametro su sua maestà Edward Kennedy Ellington. Un ricercatore francese specializzato in musica ed in particolare di jazz, scrisse nella sua opera intitolata: Histoire générale du jazz, “ No, “Duke” non è un nome, bensì un titolo: Duke Ellington ha saputo essere per il jazz ciò che Djagilev fu per il balletto russo”…

…. Per chi amava quella compagnia teatrale fondata nel 1909 che ispirò la Art Déco parigina del 1925…

Intanto, due anni prima che Sergej Djagilev fondava la compagnia dei balletti russi, quella volpe di J.P.Morgan metteva in giro la voce che le banche non avevano più soldi, scoppia la celeberrima crisi dei banchieri del 1907, il primo passo verso un disegno diabolico studiato in ogni minimo dettaglio, che porterà da li a sei anni ad approvare il Federal Reserve Act, ed in 50 anni infilare una dietro l’altra quelle mosse obiettivo che, con gli amici Rockefeller, Warburg e Rothschild, erano state pensate a tavolino con dovizia di particolari, che porteranno: Gli Stati Uniti ad impadronirsi del mondo….e loro!?!? a diventare gli uomini più ricchi e più potenti del mondo…ma questa!!?!
E’ un’altra storia….

Va detto per rigore di cronaca e non confondere le idee, che contestualmente e parallelamente alle origini della Cotton Belt, si sviluppa, sempre dalla cultura afroamericana delle colonie mista alle culture dei coloni, un altro tipo di sound, più precisamente il regge nel centro…e a sud ha un nome….e si chiama Samba!!!…se c’è qualche brasiliano in sala che balli cortesemente!!!

Il jazz è uno dei sound più versatili, cangianti ed in continuo movimento che la musica abbia mai sfornato, possiamo definirlo tra i generi il panta rei della musica…
Ogni decade ha il suo stile ed il suo marchio di fabbrica, la fucina del jazz sembra un working progress perpetuo e gli stili e le sperimentazioni si fondono come un meraviglioso paesaggio multicolori olandese…Prima il dixieland di New Orleans, capitanata dal carismatico satchmo occhi fuori dalle orbite Louis Armstrong, poi gli anni trenta delle big bands, poi si va soprattutto a Chicago e nel Midwest negli anni quaranta, i musicisti del sud avevano già cominciato a migrare verso nord visti i lauti compensi, nasce il bebop e nomi come Charlie Parker e Miles Davis fanno arrossire un po’ tutti quelli che del jazz ne hanno fatto una religione….poi ancora cool jazz,hot jazz, hard bop, e ancora acid, fino al free degli anni sessanta ed il sound del sassofono di John Coltrane lascia sempre un malinconico ricordo quando lo si ascolta.

Ah!!!….a proposito di bebop…pare abbia influito ed influenzato e sicuramente contribuito alla nascita della beat generation…quel movimento artistico letterario pensato da un gruppo di ragazzi ribelli nell’ appena immediato secondo dopo guerra….i loro nomi?!: Jack Kourac, Allen Gilsberg e William Bourroughs su tutti…
Amanti del jazz e della musica contemporanea i ragazzi della beat generation fecero entrare nell’immaginario collettivo degli americani degli anni 50, il neologismo hipster coniato dal mitico Harry Gibson, artista di be bop e hot jazz, negli anni 40. Kourac descrisse gli hipster come anime erranti portatrici di una speciale spiritualità, riferendosi ai borghesi bianchi anticonformisti e fuori dalle masse, che ascoltavano il jazz e si vestivano ispirandosi ai musicisti afroamericani dell’ epoca. Ma fu Norman Mailer a tracciarne esattamente i confini nel suo saggio intitolato, Il bianco Negro del 1967, dove parla degli hipster descrivendoli come esistenzialisti statunitensi, che vivevano la loro vita circondati dalla morte , annientati dalla guerra atomica o strangolati dal conformismo sociale, e che decidevano di «divorziare dalla società, vivere senza radici e intraprendere un misterioso viaggio negli eversivi imperativi dell’io» .
Per cui non confondiamo un hipster odierno con l’ultimo bottone della camicia chiuso ed un lato dei capelli rasato, con quelli veri degli anni quaranta e cinquanta, che si ribellavano veramente ai reazionari e che erano superbi amanti e grandi conoscitori del jazz.

Kourac si definiva un poeta bebop per il suo ritmo melodico che aveva nei versi…
Un movimento che in una decina di anni ha preparato il tappeto, influendo e condizionando direttamente quella che sarà la più grande rivoluzione culturale del novecento, dove la musica ha un impatto devastante nel fervore giovanile degli anni sessanta, è uno dei motori principali del 68 internazionale, se non il principale….Magari, Monterey, Woodstock e l’isola di Wight vi ricordano qualcosa?!?…Aaaah gli anni sessanta!!!?!….la Babilonia della Musica…

E proprio in quegli anni, quelli della beat generation intendo…Lui è appena un ragazzino, ma è particolarmente affascinato ed interessato dai racconti di Kourac e compagni, “on The Road” pare sia stato il suo di manifesto e non del movimento…
Aveva dieci anni quando Kourac pubblicava Sulla Strada, perché questo ragazzino era nato nel 1941 a Duluth, nel Minnesota, era di origini ebree ed all’anagrafe faceva Robert Allen Zimmerman…Ma qualcheduno, giusto qualcuno però!?!!…lo conosce meglio come Bob Dylan….Ne risentiremo parlare….

Ah la musica!!…la musica….
La musica è matematica, ma la matematica non basta a spiegare la musica. Cos’è il tempo nella musica? Una nota arriva non separata dall’altra e procede nel silenzio a creare una melodia. Ma che tempo è quello? C’è un attimo che passa continuamente per diventare passato, e c’è un attimo che contiene il passato e quindi il futuro.
Pur avendo nel suo insieme una scienza esatta, non si potrà mai spiegare esattamente come solo sette note possano essere una forma di arte espressiva così alta e completa.
Un vettore di emozioni, ricordi, piacevoli sensazioni, ma anche un padre saggio che ti consiglia o un buon amico che ti da dell’ottima compagnia…

La musica può essere tutto e per sempre.

Adesso sentiamoci una tromba, Kourac l’avrebbe fumata volentieri… ma noi l’ascoltiamo in religioso silenzio…

Lei è la morbidissima Smoke gets in your eyes  e la tromba è quella di sua maestà Miles Davis: