Da Kyoto a Parigi: cosa è cambiato in diciotto anni di Cop?

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Prima il Protocollo di Kyoto, poi la fallimentare Conferenza di Copenhagen infine la tanto attesa Conferenza di Parigi: cosa è cambiato in diciotto anni?

La Conferenza del Clima di Parigi continua a destare l’interesse di tutti gli abitanti del Pianeta. Forse perché i cambiamenti climatici seppur limitatamente iniziano ad essere percepiti. Ghiacciai che si sciolgono, siccità crescente, innalzamento del livello del mare, specie in via di estinzione e habitat naturali che via via si riducono destinati a scomparire. La paura inizia a crescere ed è necessario che proprio i nostri governi prendano delle decisioni importanti per la nostra salute ed esistenza. Prima di raccontare e commentare gli obiettivi che la Cop21 si è proposta di raggiungere anche dopo la sua conclusione; è necessario fare un passo indietro ripercorrendo due dei più importanti eventi che hanno riguardato questa tematica, per comprendere quanto è stato fatto e cosa è cambiato da allora. Ci riferiamo al: Protocollo di Kyoto e alla Conferenza di Copenaghen. Il Protocollo fu redatto l’11 dicembre 1997 da più di 180 Paesi, in occasione della COP3, il trattato entrò in vigore il 16 febbraio 2005, dopo la ratifica della Russia ( era necessaria la ratifica di 55 paesi, che producessero il 55% delle emissioni inquinanti) e con l’accordo di Doha è stato possibile estendere il Protocollo fino al 2020, con un aumento degli obbiettivi di taglio delle emissioni serra. Il protocollo imponeva una riduzione delle emissioni del 5% rispetto alle emissioni del 1990, entro il 2012 soprattutto diminuire le emissioni di CO2 per impedire l’allargamento del buco dell’ozono.

??????????L’inefficienza del Protocollo, per quanto fondamentale fu il suo aspetto vincolante, è data dal fatto che gli Stati Uniti, responsabili del 36,2% delle emissioni totali di CO2, nonostante Bill Clinton decise di aderire al Protocollo su pressione di Al Gore, con George W. Bush non fu mai ratificato. Non solo, Stati come l’India e la Cina tra i primi produttori di emissioni di CO2, pur avendo ratificato il Protocollo non erano tenuti a ridurre le emissioni di CO2, in quanto non considerati principali responsabili dei cambiamenti climatici, tesi confermata anche dall’ultimo rapporto Oxfam. Il protocollo mise in evidenza le problematiche relative ai cambiamenti climatici, con l’obbiettivo di sensibilizzare i cittadini di tutto il mondo. E’ la prima volta nella storia del mondo, che si elaborano misure vincolanti per la riduzione dei gas ad effetto serra. La prima fase del Protocollo di Kyoto ebbe inizio nel 2008 e terminò nel 2012, da qui la Cop15 di Copenaghen avrebbe dovuto “coprire” il periodo successivo, cosa che come vedremo, portò a deludenti risultanti. La volontà di non aderire da parte degli Stati Uniti o di non adottare le misure da India e Cina fu ed è un danno per l’esistenza stessa del Pianeta, dato che da questi Stati dipende il più alto livello di emissioni al mondo. Nonostante questi stessi Stati continuano ad affermare il loro più alto impegno a ridurre le emissioni, poco fu fatto a Copenaghen, dove fu ritenuto eccessivo il limite posto dall’Unione Europea e poco continua ad essere fatto; visto che la Cina attualmente ha registrato il più alto livello di inquinamento della storia e l’India è contraria alla volontà, manifestata da diversi politici alla COP21, di eliminare l’uso del carbon fossile.

cop13_15_6_400Il protocollo di Kyoto non ebbe quindi il successo sperato, soprattutto perché dava la possibilità ai paesi in via di Sviluppo, di poter non adottare le misure vincolanti. Ecco perché il no dall’India, che ritiene i Paesi occidentali i principali responsabili dell’inquinamento e a cui è stata data la possibilità di poter arricchirsi grazie al carbon fossile. Ovviamente i limiti fissati dal Protocollo non sono stati pienamente rispettati ed era impossibile da fare considerato il fatto che, gli Stati Uniti si ritirarono nel 2001 perché i limiti erano troppo dannosi per la loro economia e fu necessario aspettare l’entrata della Russia per attuarlo. E’ vero che da Tokyo ebbe inizio un processo di attenzione nei confronti dell’ambiente, ma poteva essere fatto di più e può essere fatto di più anche dopo Copenaghen. Diversi climatologi, infatti, ritennero il Protocollo solo uno strumento per risolvere alcune scalfitture della superficie. Già da Tokyo, fu fissato un piano di intervento che potesse consentire ai Paesi industrializzati di aiutare i Paesi in via di sviluppo, attraverso progetti per la riduzione delle emissioni di gas-serra. Anche Copenaghen fu un totale fallimento. Nonostante, l’evento avesse per la prima volta raccolto 193 Capi di Stato e di Governo, mai fino ad allora, non furono raggiunti gli obbiettivi prefissati. Prima di tutto, infatti, i leader mondiali avrebbero dovuto realizzare la “Roadmap di Bali”, cioè un accordo sui cambiamenti climatici che potesse essere valido dal 2012, anno in cui sarebbe terminato il primo periodo di impegni del Protocollo di Kyoto.

Conferenza_Copenhagen_2009Il fallimento maggiore fu quindi quello di elaborare un accordo non vincolante, nonostante il segretario generale delle Nazioni Unite, Ban Ki-Moon lo definì un successo “non previsto”. L’accordo di Copenaghen fu un’unione di intenti da parte di 5 Stati, che vide il disaccordo dei Paesi Latino-Americani, delle Isole del Pacifico e di alcuni Stati africani, tutti soggetti esposti a rischi maggiori rispetto ad altri. Ancora forte è il ricordo delle parole dei leader dei paesi citati, che videro in queste decisioni “un tradimento ed una condanna a morte”. L’accordo eliminò del tutto la richiesta di tagliare del 50% le emissioni entro il 2050, come bypassò la richiesta europea di tagliare le emissioni del 20% entro il 2020, aumentare del 20% l’energia derivante da fonti rinnovabili ed eliminare del 20% il consumo di energia. La proposta europea vide l’opposizione di Stati Uniti, Cina e Brasile. Il fatto, che l’accordo non fosse vincolante non portò all’istituzione di una commissione di controllo delle “promosse” fatte. Allora come oggi, però i Paesi volevano contenere l’aumento della temperatura intorno ai 2°C. Nonostante, anche allora, si ritenevano responsabili dei cambiamenti climatici le emissioni di gas serra prodotte dall’attività umana; non furono adottate misure vincolanti di riduzione di queste. Ora come allora, fu richiesto l’istituzione di un Fondo verde per il clima e di un meccanismo tecnologico, che potesse promuovere lo sviluppo e il trasferimento di tecnologie. Furono i Paesi in via di Sviluppo a richiedere il rafforzamento del Protocollo di Kyoto, che si dimostrarono inclini ad accettare qualsiasi tipo di mitigazione degli effetti dei cambiamenti climatici purché con il sostegno dei Paesi industrializzati.

LaPresse/Reuters
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Per lenire il malcontento di allora fu assicurato l’impegno di tutti di rendere vincolante l’accordo di Copenaghen. L’intesa non fu però mai operativa e servì solo a scatenare l’ira delle organizzazioni ambientaliste, che videro nell’accordo solo un modo per non prendersi le dovute responsabilità e dando adito all’ipotesi che, le conseguenze disastrose dei cambiamenti climatici fossero solo ed esclusivamente dei Paesi in Via di Sviluppo e non dei Paesi più ricchi, che continuano a produrre emissioni di Co2 superiori a quelle prodotte da tutta la popolazione mondiale più povera, che rimane unica vittima di cataclismi, alluvioni e siccità. Dall’analisi finora elaborata è importante capire che, non si sta combattendo contro l’effetto serra naturale, essenziale per la vita, ma contro l’effetto serra prodotto dalle attività umane, tra queste: la combustione di carbon fossile e il disboscamento delle foreste tropicali, che hanno portato ad un aumento anomalo della temperatura atmosferica, causa principale dei cambiamenti climatici. Infine, gli ultimi passi sono stati compiuti nella Conferenza del clima di Parigi. La Cop21 ha riunito i delegati di 195 Paesi, che solo tre giorni fa hanno firmato un accordo in cui si sono impegnati nuovamente a ridurre ancora le emissioni di gas serra in tutto il mondo. L’accordo storico, ha previsto l’obiettivo di contenere l’aumento della temperatura mondiale al di sotto dei 2°C, di istituire un meccanismo di controllo e di revisione ogni cinque anni, di creare un fondo per lo sviluppo di tecnologie in grado di produrre energie rinnovabile e la possibilità di creare una stretta collaborazione tra i Paesi per favorire il raggiungimento di questi obiettivi oltre l’istituzione di un fondo che preveda il versamento di 100 miliardi l’anno, che possa aiutare i Paesi più poveri a raggiungere tali obiettivi.

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Solo alcune di queste disposizioni sono vincolanti, mentre per il resto è prevista una adesione volontaria. Nonostante l’impegno sia storico e importante, sono tanti i dubbi e le incertezze che emergono, soprattutto perché non è stato previsto nessun meccanismo di sanzione per coloro che non rispetteranno gli impegni permettendo a paesi come Cina e India di non rispettare pienamente gli impegni previsti.  L’accordo sarà aperto alla firma dal 22 aprile 2016 all’aprile 2017. Questo sta facendo discutere tanti, soprattutto diversi esperti. Infatti, molti ritengono l’accordo “difficile” da seguire e contradditorio. Si richiede di aiutare, con fondi di 100 milioni di dollari Paesi in cui ancora si parla di malnutrizione, fame e in cui mancano risorse idriche e cure sanitarie. Paesi e popolazioni, che non riterrebbero primari i problemi climatici, per quanto importanti. Inoltre, l’accordo di Parigi sarà uno degli accordi più costosi della storia che influenzerà notevolmente il PIL mondiale. Non solo, insospettisce la “facilità” con cui è stato raggiunto l’accordo, soprattutto l’unanimità di questo. Si perché tutte le Conferenze sono state allungate di qualche giorno, ma la facilità con cui i leader mondiali abbiano raggiunto l’unanimità, l’impossibilità di poter assistere alle riunioni segrete in luoghi segreti; insospettisce i più abili giornalisti. Attendiamo, l’apertura della firma prima di qualsiasi giudizio.