Seveso, 40 anni fa il primo disastro ambientale in Italia: sul luogo dell’esplosione oggi c’è un bosco [GALLERY]

  • disastro seveso 1976
    L'ICMESA pima del disastro del 1976
  • L'entrata del parco di Seveso (luglio 2014)
  • Il Bosco delle Querce (Seveso)
  • Il Bosco delle Querce (Seveso)
  • Il Bosco delle Querce (Seveso)
  • Il Bosco delle Querce (Seveso)
  • Pannelli nel Bosco delle Querce (Seveso)
  • Il Bosco delle Querce (Seveso)
  • Il Bosco delle Querce (Seveso)
  • Il Bosco delle Querce (Seveso)
  • via Icmesa, a Seveso
  • L'area contaminata nel luglio 1976 - Seveso
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Il 10 luglio 1976, Seveso, un Comune di quasi 23.000 abitanti situato circa 30 km a nord di Milano, divenne tristemente famoso in tutto il mondo per l’incidente alla fabbrica ICMESA, primo incidente industriale a provocare gravi danni alla popolazione civile in una nazione industrializzata. Viene ricordato infatti come uno dei peggiori disastri ambientali della storia; purtroppo ne sarebbero seguiti altri in tutto il mondo, frutto avvelenato dell’industrializzazione.

Alle 12.37 di quella giornata di luglio un reattore dello stabilimento destinato alla produzione di triclorofenolo, esplose producendo una nube tossica che si mosse verso sud spinta dai venti. Una delle sostanze chimiche presenti in questa nube era la TCDD, il tipo di diossina più tossico, capace di causare tumori, gravi malformazioni ai feti, gravi danni alla pelle.
La nube tossica contaminò una vasta area: le zone con il tasso di contaminazione maggiore furono Seveso e Meda (la fabbrica esplosa si trovava proprio al confine fra i due Comuni), e fu qui che venne individuata la cosiddetta “zona rossa”. I danni alla salute degli abitanti di Seveso furono enormi, anche se non tutti di facile individuazione. Inoltre i danni sono stati molto duraturi e sono andati avanti nel corso dei decenni.

A distanza di 40 anni dal disastro, l’area di maggior contaminazione non è neanche lontanamente riconoscibile, trasformata in un bellissimo parco pieno di alberi e prati. Proprio in occasione dei 40 anni dall’incidente, nel parco si svolgerà una tre giorni di eventi ed iniziative per la memoria.

Dopo il 1976 infatti, tutte le abitazioni situate nella zona di maggior contaminazione sono state rase al suolo, ed il terreno in una superficie di decine di ettari è stato asportato per 46 centimetri in profondità, rimpiazzato con terreno proveniente da aree non inquinate. Anche lo stabilimento dell’ICMESA non c’è più, ed oggi l’unico indizio che ne ricorda l’antica collocazione è un cartello: “via Icmesa”, al confine fra il comune di Meda e quello di Seveso.

Nell’area della fabbrica oggi c’è una zona di campi sportivi, mentre sulla vasta estensione dove la contaminazione era più alta è stato creato il Bosco delle Querce. L’entrata principale si trova in via Redipuglia, a Seveso. Chi vi entra oggi rimane subito stupito dalla bellezza del posto. Niente a che vedere con un’area industriale. Se non fosse per alcuni pannelli che sono stati messi dal Comune di Seveso, che ricordano la storia del disastro, si potrebbe passeggiare nel parco senza rendersi conto di trovarsi in quella che un tempo fu una delle aree più contaminate del mondo, e nel luogo finito su tutti i libri di storia (anche all’estero), perché diventato l’esempio degli effetti negativi dell’industrializzazione.

Il parco è stato realizzato a partire dal 1984, anche sulla spinta dei movimenti popolari nati a Seveso i quali chiedevano una riqualificazione dell’area. In particolare, ricorda uno dei pannelli situati nel parco, fu sostenuta dal prof. Gian Antonio Lanzani, biochimico sevesino.

L’estensione è di 43 ettari, e sono presenti molti alberi fra cui moltissime querce. Dei vialetti permettono di addentrasi nell’ampio parco, dove ci sono anche prati, panchine, zone a siepe. “Oggi il bosco”- c’è scritto su uno dei pannelli- è il luogo simbolico della lotta contro quell’inquinamento, rappresenta la fatica per recuperare un ambiente seriamente compromesso e l’impegno per non perdere la memoria dell’incidente”.

All’interno del parco si trova anche “la vasca”: oggi una gradevole collinetta, che in realtà nasconde al suo interno 200.000 metri cubi di materiale contaminato. All’interno della “vasca” si trovano i resti delle abitazioni demolite, gli oggetti personali che gli abitanti non poterono più recuperare perché contaminati, gli animali morti o abbattuti in seguito all’incidente (una stima parla di 80.000). La maggior parte del contenuto è costituito dalla enorme massa di terreno asportato da quello che oggi è territorio del parco. La vasca è altamente sigillata, con una struttura formata da 4 barriere successive e sistemi di controllo che garantiscono la sicurezza.