Dal barboncino di Pertini a Dudù, quando il cane è “potente”

MeteoWeb

Dove vai se il cane non ce l’hai? Il ritorno di Dudù ad Arcore dopo lo ‘sfratto’ di qualche mese da Villa San Martino per garantire una tranquilla convalescenza (e niente infezioni) a Silvio Berlusconi post-operazione al cuore, ha riportato di nuovo al centro della politica gli amici a quattro zampe. Certamente, il cagnolino più famoso e ‘social’ d’Italia resta proprio il barboncino maltese voluto dalla compagna del presidente di Forza Italia, Francesca Pascale. Ci sono più foto sue sui social network di un leader. E la dinasty canina targata Cav non si ferma qui. L’ultimo arrivato nella residenza milanese dell’ex premier è ‘Rambo’, e prima di lui Harley, una bianca golden retriever regalo dell’ex ministro Michela Vittoria Brambilla.

La storia insegna che sin dai tempi dello sbarco a Marsala dei mille gli animali hanno svolto un ruolo almeno da ‘co-protagonisti’ nella vita dei potenti italiani: da Giuseppe Garibaldi a Sandro Pertini. L’Eroe dei due Mondi fondò nel 1871 la Società protettrice degli animali (quella che oggi è l’Enpa) dopo aver saputo dei primi esperimenti scientifici sugli animali. Amante dei cani (ne aveva quattro), ma soprattutto di cavalli, nel 1876, in esilio a Caprera, Garibaldi fece costruire una tomba in memoria del fidato compagno d’avventura, il cavallo Marsala con tanto di epitaffio. Anche Camillo Benso conte di Cavour, che possedeva una delle più belle tenute agricole del Piemonte, si impegnò per tutelare la salute degli animali. Il presidente della Repubblica Pertini aveva un debole per il suo barboncino Trick, fatto seppellire al cimitero Casa Rosa per animali domestici di Roma. Caduti nel dimenticatoio, forse più per una questione di privacy, il cane è tornato di moda tra i ‘potenti’ e volutamente esibito ai media grazie ai leader politici della Seconda Repubblica. Sul fronte del centrosinistra non mancano esempi di amore per i gatti: Walter Veltroni è sempre stato un appassionato dei felini, in particolare della sua Clio. Anche Cesare Damiano, attuale presidente della commissione Lavoro a Montecitorio ha un debole per i gatti, tant’è che si diverte soprattutto a dipingerli. Per il resto, quasi tutti, al di là dello schieramento politico, preferiscono i cani. Dalla ‘Nina’ di Piero Fassino (arruolata come testimonial elettorale alle ultime comunali di Torino) ai labrador Libera e Orione del fondatore della Lega, Umberto Bossi. Ma la vera sorpresa è stata il professor Mario Monti, quando negli studi delle ‘Invasioni barbariche’ di Daria Bignardi gli misero in braccio un cucciolo trovatello di nome Trozzi, da lui ribattezzato prima Empatia e poi “Empy per gli amici”. Anche Empy per un breve periodo ebbe una sua vita ‘social’. Rispetto ai leader stranieri, di solito in Italia gli animali vengono tenuti nascosti. I nostri politici, Berlusconi a parte, non hanno mai amato mostrarsi molto in tv con la famiglia e i propri animali domestici anche se quasi tutti ne posseggono uno. Per i presidenti Usa, invece, il ‘first dog‘ ha sempre rappresentato un vero e proprio mezzo di comunicazione di grande effetto. Da Feller, il cocker spaniel di Harry Truman, a Fala, lo Scottish terrier di Franklyn Delano Roosevelt, a Yuki, il cane cantante di Lyndon Johnson, da Millie, lo Spring Spanier di George Bush Senior, a Bo, il rarissimo cane d’acqua portoghese ricevuto in regalo da Barack Obama. “Se vuoi un amico a Washington fatti un cane“, sentenziò non a caso Harry Truman, alla Casa Bianca nell’immediato secondo dopoguerra. La palma d’oro va a Theodore Roosvelt che aveva otto cani e due gatti. Pure Jimmy Carter e John Kennedy avevano un felino. Ma Socks (in inglese ‘calzini’), il gatto di Bill Clinton, è stato il primo a diventare il ‘reginetto’ della White House. Spesso il cane è ‘potente’, una sorta di arma diplomatica. E’ il caso di Koni, il cagnone di Vladimir Putin che il presidente russo, raccontano le cronache, fece entrare nel bel mezzo di un incontro bilaterale con Angela Merkel. C’è una foto che ritrae la cancelliera tedesca con lo sguardo preoccupato all’ingresso dell’ospite inatteso. Anche in Inghilterra i sudditi vanno matti per i compagni a quattro zampe di sua Maestà. Tant’è che è scattata una protesta popolare quando la moglie di Tony Blair, Cherie, voleva sfrattare il gatto Humphrey, un radagio bianco con striature nere, considerato lo ‘stanatopi’ ufficiale di Downing Street, voluto da Margaret Thatcher e coccolato da John Major.