Terremoto: i satelliti indicano le aree più a rischio

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satelliti possono fornire informazioni preziose che permetteranno sia di studiare la deformazione del suolo provocata da un Terremoto, ma soprattutto di capire come il rilascio di energia da parte della faglia rotta può influire sulle faglie vicine. “Non è possibile in alcun modo dire quanto tempo ci vorrà prima che si verifichi un futuro Terremoto”, sottolinea il sismologo Stefano Salvi, dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). “E’ comunque un’informazione utile – ha aggiunto – per pianificare gli interventi di messa in sicurezza degli edifici nelle zone considerate più a rischio”.

I sismologi attendono in particolare i dati dei satelliti Cosmo SkyMed, dell’Agenzia Spaziale Italiana (Asi), dei Sentinel 1 dell’Agenzia Spaziale Europea (Esa) e del satellite giapponese Alos 2 (Advanced Land Observing Satellite-2). Si tratta di satelliti radar che riescono a catturare immagini in qualsiasi condizione meteorologica (anche di notte o attraverso le nuvole). Sono infatti già arrivate le prime immagini, ma non sono sufficientemente chiare per calcolare in modo affidabile i valori dello spostamento del suolo. Per ogni satellite vengono infatti utilizzate due immagini radar, rilevate prima e dopo il Terremoto; a questo punto  si misura la distanza del satellite dalla superficie, anche in questo caso prima e dopo il sisma e successivamente i valori rilevati vengono analizzati attraverso modelli matematici. “Questo – sottolinea ancora Salvi – permette di ricostruire la geometria della faglia, ossia di capire se si inclina a Est o a Ovest e di quanto, e dove si trova esattamente”.

I modelli elaborati con l’aiuto delle immagini dei satelliti permettono anche di ricostruire lo spostamento dei due lembi di crosta terrestre lungo la rottura del piano di faglia. Queste informazioni vengono poi elaborate all’interno di altri modelli al fine di comprendere quanto dello sforzo tettonico rilasciato dalla faglia principale si accumuli nelle faglie adiacenti. Ogni Terremoto rilascia infatti l’energia accumulata nel corso di anni e parte di questa va a caricare gradualmente le faglie più vicine, aggiungendo uno sforzo ulteriore a quello che hanno già accumulato. Questo processo si chiama “trasferimento di sforzo” ed è alla base di possibili rotture di altre faglie, ma “non è possibile in alcun modo – ha concluso Salvi – stabilire quanto tempo ci vorrà: se un anno, un mese o cento anni”.