Nonostante gli atleti siano esposti a maggiori rischi, anche a causa dello sforzo fisico che abbassa le difese immunitarie per un intervallo di tempo che va dalle 3 alle 72 ore, sono comunque restii a vaccinarsi. Lo rivela uno studio condotto su 200 atleti italiani in partenza per i Giochi Olimpici di Rio de Janeiro. La ricerca, presentata stamattina a Roma durante un convegno organizzato dal Coni per la Giornata Nazionale delle vaccinazioni, è stata realizzata dall’Istituto di Medicina e Scienza dello Sport del Coni e dall’Istituto nazionale malattie infettive ‘Lazzaro Spallanzani’ di Roma.
“Sui 200 atleti coinvolti, di cui la metà si era già recata in Paesi tropicali, è emerso che meno del 10% aveva fatto la vaccinazione antimeningococco, meno del 7% aveva fatto quella per Febbre Gialla e meno del 5% quella per influenza“, ha osservato Giuseppe Ippolito, il direttore scientifico dello Spallanzani, sottolineando che “il modello degli sportivi sani fa sì che non si tenga in considerazione che una banale malattia infettiva può far perdere la preparazione e le gare”. Antonio Spataro, direttore dell’Istituto di Medicina e Scienza dello Sport del Coni , ha infatti spiegato che “gli atleti hanno un rischio 2 o 3 volte superiore di contrarre malattie infettive rispetto alla popolazione generale perché lo sforzo fisico abbassa le difese immunitarie per un intervallo compreso far le 3 e le 72 ore”.


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