In Marocco esiste un giudice delle acque che regola l’uso delle risorse idriche proprio dove le temperature sono più alte e l’oro blu è carente. Il suo giudizio è inappellabile: agisce in nome del bene comune, perché in una economia fragile come quella delle oasi a nulla serve il benessere proprio, se il vicino muore di sete. Non è un caso che l’idea di dedicare un giorno all’acqua parta da Marrakech e da questa 22° Conferenza Onu sul clima. L’acqua, fondamentale per la sicurezza alimentare, la salute, la produzione di energia, l’industria e la biodiversità, ha un ruolo di primo piano in questa città africana di vivere ai piedi della catena montuosa dell’Atlante.
Sono proprio quei 4 miliardi di metri cubi d’acqua sotterranei la vera ricchezza del Paese. I pozzi di capostazione, le Kettara, attraverso una rete di cunicoli ne assicura la distribuzione anche alle oasi del deserto. Marrakech, oggi indirizzo a 5 stelle per gli alberghi di lusso e le ville degli stranieri, è nato grazie a quei pozzi, persino il sito della COP22 ne ha qualcuno. L’agenda del clima, nelle mani delle due ambasciatrici di Marocco e Francia, Hakima El Haite e Laurence Tudiana, tra i suoi oltre 12 mila appuntamenti annovera anche quello sull’acqua e lo rilancia in tutto il mondo. Un recente rapporto del think thank statunitense World Resources Institute ha lanciato l’allarme: entro il 2040 il Marocco potrebbe perdere più dell’80% delle risorse idriche. Ma già dal 2020 potrebbe cominciare la sofferenza maggiore. L’Onu ha rincarato la dose: il costante aumento delle attività a forte consumo d’acqua, in rialzo del 30% nel 2030 e del 55% nel 2050 darà fondo alle riserve marocchine.


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