Ricerca: un umanoide in ogni casa, parla il papà del robot italiano iCub

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In casa, al lavoro, in ospedale, negli aeroporti. Molto presto, forse ben prima di quello che immaginavano scrittori e registi visionari, i robot faranno parte della nostra vita. Ci aiuteranno come mai prima diventando indispensabili. Interagiremo con loro perché sapranno ‘capirci’. Intelligenze artificiali dal volto umano. Non più freddi robot, quindi, ma umanoidi. E’ lo scenario ipotizzato da Giorgio Metta direttore del team iCub dell’Istituto italiano di tecnologia (Iit) di Genova. La sfida dello scienziato è di “portare un robot in ogni casa. L’umanoide personale. Faccio ricerca su queste macchine da 20 anni – spiega in un’intervista video pubblicata sul sito AdnKronos – e vorrei vederle utilizzate da tutti, e magari imparare qualcosa dal modo in cui le persone le usano”. Divulgare a un pubblico di non esperti come sarà il nostro futuro insieme ai robot è la sfida di BrainCircleItalia, associazione no profit nata sotto l’egida del premio Nobel Rita Levi Montalcini, che ha promosso una serie di incontri a Roma sul tema ‘La scienza e noi’. Lo scienziato, già docente di robotica al Mit di Boston, è stato protagonista dell’evento ‘Se gli umanoidi assomigliano troppo agli umani’. Metta è il ‘papà’ di iCub, robot dal viso e dimensioni molto simili a quelle di un bimbo di 5 anni, progettato per apprendere da un punto di vista cognitivo, comportamentale e linguistico attraverso l’interazione sociale e l’esperienza individuale. iCub è in grado di osservare l’ambiente che lo circonda, toccare e prendere le cose, scrivere il proprio nome, può ballare e restare in equilibrio su una gamba sola. “Ci sono due motivi per cui i robot che vengono realizzati oggi assomigliano a noi – osserva Metta – Il primo è che queste macchine dovranno muoversi nel nostro mondo e se hanno la nostra forma possono riutilizzare tutto quello che trovano attorno: dall’interruttore per la luce all’utensile più comune, come un piatto o un bicchiere. Non devo cambiare il mondo per adattarlo alla robotica, un concetto diverso a quello delle macchine che lavorano in una fabbrica. L’altro motivo riguarda più l’interazione uomo-robot. Si interagisce meglio con un forma si muove come un essere umano. Per questo oggi si costruiscono macchine con una interfaccia naturale”. Secondo Metta, presto “arriveremo ad un mondo pieno di umanoidi. Potreste non credermi, ma lo diceva Bill Gates nel 2008 – ricorda – Immaginava una robotica domestica e personalizzata: una macchina in ogni casa. E non parlava dell’aspirapolvere che esiste già, ma di una macchina che ci aiuta in casa tutti i giorni che fa compagnia agli anziani o controlla i bambini e sorveglia la casa”. Quando i robot si diffonderanno ovunque, la comunità scientifica e le organizzazioni governative dovranno porsi alcune questioni etiche: la sicurezza degli umani e il rischio che così tanti robot riducano le possibilità lavorative della popolazione. “Bisognerà arrivare a una regolamentazione dei robot – avverte Viviana Kasam, presidente di BrainCircleItalia – Secondo gli scienziati che lavorano in questo settore, la possibilità che le macchine si ribellino agli umani è uno scenario molto lontano. Credo che, come sempre, quando la tecnologia si sviluppa prepotentemente si possono trovano delle soluzione. E’ già accaduto con il codice della strada quando sono arrivate le automobili”. La robotica è entrata prepotentemente anche nel campo medico. “Esistono diversi filoni della robotica – sottolinea Metta – Quella chirurgica è una derivazione del campo in cui operiamo noi. Dobbiamo immaginare un robot che assiste il medico e non lo sostituisce. Lo aiuta a interfacciarsi con tutta la strumentazione dell’ospedale, a controllare le cartelle cliniche o portare le medicine ai pazienti. Poi c’è il filone della robotica per la riabilitazione dei pazienti, o gli esoscheletri che possono aiutare a far tornare a camminare”. Ma la ricerca innovativa per andare avanti ha bisogno di finanziamenti. E in Italia la situazioni non è delle più favorevoli. “Il grandissimo problema oggi è che la ricerca italiana ha pochi soldi a disposizione – osserva Kasam – Abbiamo grandissimi scienziati e ‘cervelli’ meravigliosi. I nostri laureati vengono chiamati all’estero dove sono strapagati e quando rimangono qui lo fanno con grandi sacrifici. In questi eventi come ‘La scienza e noi’ – conclude – abbiamo invitato i massimi scienziati italiani, veri eroi che hanno scelto di rimanere in Italia e lavorano facendo tanti sacrifici”.