Il caffè del venerdì. La lezione di Padre Ernesto, l’eremita in Aspromonte che usa lo smartphone

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Padre Ernesto Monteleone è uno dei duecento consacrati che ha scelto di abbandonare il mondo comune per abbracciare il silenzio: è un eremita, ha 78 anni e vive nel cuore della Calabria. E’ stato parroco per 25 anni, poi la svolta: vivere nel silenzio, lontano dalla frenesia di ‘chi crede che la vita sia solo quello che si vede’. La sua nuova casa è diventata il piccolo santuario di San Nicodemo nel Comune di Mammola, immersa in uno dei monti più complicati d’Italia, l’Aspromonte, da sempre odio et amo di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo. Un Monte “Aspro”, forse; “Bianco”, probabilmente; come suggerisce una delle etimologie più verosimili che lo vede battezzare dai greci. Furono proprio i greci a popolare queste terre ed alle sue pendici vive tutt’ora l’ultima comunità dei parlanti di lingua grecanica.

Malgrado le sue bellezze, questa parte dell’Appennino è diventata nota ai molti per via della ‘ndrangheta e delle sue  malefatte. E l’Aspromonte nonostante tutto non ha negato un rifugio neanche a loro, ai numerosi latitanti, figli sbagliati, che si sono nascosti tra le foglie dei suoi boschi. Proprio lì dove Padre Ernesto ha deciso di cercare la sua pace, in questa natura tormentata così come tormentato è l’animo umano. Da lì non nega una parola di conforto alla gente che non vuole rassegnarsi. Accoglie tutti con un sorriso, sussurrando, per non disturbare la perfezione del silenzio da tempo cercato. E racconta.

Racconta dei tanti che lo vengono a cercare e delle loro contraddizioni, talvolta divertenti. Tutti quelli che lo raggiungono dicono di apprezzare la quiete, ma poi andandosene accendono subito lo stereo dell’auto. Il silenzio sa essere un fardello pesante. E racconta di quanti tra coloro che chiedono conforto aspirano al bene pur avendo conosciuto e attuato il male. Padre Ernesto, come tutti, non giustifica le azioni crudeli che meritano una condanna dalla legge e dalla morale, ma apre la porta come un padre compassionevole che spera in una futura redenzione del figlio che ha sbagliato. Perché “se la Chiesa non è aperta al peccatore a chi porta la salvezza?”, asserisce sereno, sottolineando che “la preghiera deve abbracciare anche chi si è macchiato di questi delitti.”

La sua giornata è scandita da azioni semplici ma costanti, che iniziano all’alba e terminano al calar del sole e che non cercano sostegno nell’approvazione degli altri: “La messa la celebro tutti i giorni, anche quando sono solo”, racconta. Un eremita sì, ma moderno. Possiede uno smartphone e lo utilizza per un’ora al giorno: dalle 20 alle 21 si collega a internet, controlla la sua email e si connette col mondo. Nel paradosso di una società andata in crisi per un malfunzionamento di Whatsapp, Padre Ernesto insegna che si può essere moderni aspirando all’equilibrio, che il silenzio sa essere un buon consigliere di verità e che anche i luoghi apparentemente complicati possono celare in sé il raggio di luce della speranza.