Cambio sesso e intervento: arriva l’ok dal tribunale, prima sentenza a Bologna

Ok al cambio di sesso, da donna a uomo, con modifica del nome e dell’atto di nascita nel registro dello stato civile e allo stesso tempo autorizzazione a sottoporsi ad intervento chirurgico di riconversione. Lo ha disposto il tribunale civile di Bologna che ha trattato il caso di un trentaduenne, assistito dall’avvocato Cathy La Torre. E’ la prima sentenza di questo tipo nel capoluogo emiliano, che riconosce pertanto la rettifica anagrafica e contestualmente autorizza all’intervento.

“E’ una vittoria per il movimento trans di Bologna, citta’ dove ha sede il Mit (Movimento identita’ transessuale) e rimasta l’unica finora a non adeguarsi a questo indirizzo, seguito da 38 tribunali d’Italia”, commenta La Torre, fondatrice di Gaylex, che ha presentato una ventina di istanze simili al tribunale di Bologna. L’importanza deriva dal fatto che in precedenza si autorizzava l’intervento chirurgico, con tempi di attesa di un paio d’anni, e solo dopo i giudici disponevano anche la modifica del sesso anagrafico. La sentenza recepisce una sentenza della Cassazione del 2015, che stabilisce la non obbligatoriera’ di un intervento chirurgico per ottenere la rettificazione del sesso nei registri dello stato civile. Nel caso bolognese “si è avvalorata in termini decisivi – scrive il tribunale (giudice estensore Bruno Perla) – la divergenza tra il sesso anatomico e la psicosessualita’ percepita e vissuta”, in termini tali da determinare “un atteggiamento conflittuale e di definitivo e radicale rifiuto della propria morfologia anatomica, si’ da rendere giustificati, per la tutela della salute, per il pieno benessere psicofisico e per la realizzazione delle aspirazioni esistenziali, non solo la rettificazione anagrafica, ma anche l’adeguamento di intervento chirurgico”.

I giudici hanno dato atto della fondatezza della domanda, della “serietà e univocita'” del percorso seguito dalla persona, che tra l’altro convive con una compagna e ha un’identità maschile riconosciuta anche nei rapporti con familiari, amici e colleghi di lavoro. Si sottolinea che da tre anni è stato avviato un percorso di preparazione – seguito dai consultori Mit – per accedere all’intervento chirurgico e che contemporaneamente e’ in atto un percorso psicoterapeutico di sostegno, parallelo e integrato a quello di riattribuzione medico chirurgica, “finalizzato a elaborare le modificazioni ormonali e somatiche”.

Come nel caso al centro della pronuncia della Cassazione “l’interessata ha già raggiunto una certa armonia col proprio corpo che l’ha portata a sentirsi uomo a prescindere, al momento, da un trattamento modificativo dei propri caratteri sessuali anatomici primari”. In questo, “non ha fatto altro che assecondare le sue istintive tendenze manifestate sin dall’infanzia, quando s’identificava costantemente in ruoli prettamente maschili e aspirava a vestirsi da maschio”. E anche nel colloquio con i giudici “si è presentato come soggetto già appartenente esteriormente a sesso diverso da quello risultante dai suoi dati anagrafici” e ha mostrato “la sua già consolidata convinzione di appartenenza al genere nel quale si chiede giudizialmente la rettificazione”. La sua esperienza di vita, osserva il tribunale, nell’identificarsi in un diverso genere “ha riscontrato, col tempo, una sua armonia e il raggiungimento di un suo equilibrio psicofisico che si è consolidato negli anni, fino a giungere ad un percorso univoco e diretto al mutamento del sesso”.