Dal tetto del mondo, il Nepal, e nelle coste africane della Sierra Leone e’ emergenza, con centinaia di vittime, per le copiose piogge delle ultime 48 ore. Ma se i danni alluvionali sono evidenti, nelle risaie nepalesi cosi’ come nelle strade urbane di Freetown, difficile al momento ricondurre le due devastanti alluvioni nel novero degli eventi climatici estremi.
”Bisogna valutare in quanto tempo e con quale intensita’ e’ caduta la pioggia nei due Paesi – avverte Gianmaria Sannino, climatologo dell’Enea – per capire quanto i fenomeni in corso siano distanti dalla media delle piogge monsoniche attese a luglio e agosto”. Per quando riguarda il devastante bilancio dei danni, ”l‘effetto del monsone e’ estremamente localizzato perche’ dipende dall’orografia del terreno, e quando impatta in territori fragili gli effetti sono piu’ devastanti”.
Noi siamo abituati a pensare a quattro stagioni, mentre nelle aree colpite sia ha solo il periodo del monsone secco, quando la circolazione dell’aria va dall’interno al mare, e il periodo del monsone umido, quello in corso in Nepal, con l’umidita’ che dal mare si spinge nelle aree piu’ interne. In Nepal, ha osservato Sannino,”sta piovendo in un periodo in cui erano attese copiose piogge. Certo e’ che dopo le devastazioni del terremoto bisogna vedere quanto il Paese asiatico abbia potuto mettere in sicurezza il proprio territorio. Mentre per quanto riguarda la capitale della Sierra Leone, anche con dati scarsi, va piuttosto valutata l’erosione del suolo in aree fragili, l’urbanizzazione non controllate in aree densamente popolate’‘.
In prospettiva i cambiamenti climatici sembrano preservare l’area himalayana: ‘‘i nostri modelli ci dicono che a lungo termine, nel 2100 circa, il monsone asiatico dovrebbe attenuarsi e spostarsi in avanti di due settimane. Ma le proiezioni sul futuro climatico del Nepal, cosi’ come dell’Africa, dipendono da quanto oggi sapremo contenere le emissioni di Co2” conclude il climatologo dell’Enea.


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