Rosatom rilancia sulla medicina nucleare: ecco il progetto Argus

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Il colosso dell’atomo russo Rosatom rilancia sulla medicina nucleare con un progetto che riscuote interesse anche a ovest. Il progetto, chiamato Argus, “potrebbe avere un forte impatto non solo in Russia”, come spiega un esperto sentito da askanews. Innanzitutto esistono isotopi radioattivi da cui dipende la salute di molte persone ed in particolare la produzione di uno di questi rischia di scomparire. Si tratta del molibdeno-99, il cui decadimento produce un isotopo radioattivo chiamato tecnezio-99, componente chiave della medicina nucleare.

Nello specifico quando la diagnostica usa le radiazioni per raccogliere informazioni sugli organi interni del corpo umano, in genere per individuare eventuali malattie. Per la diffusione dei metodi di diagnostica sulla base del Mo-99 è necessario risolvere i complessi problemi di logistica, perché l’emivita di questo radionuclide è di sole 66 ore.

Quindi, è consigliabile avere reattori-produttori di molibdeno-99 accanto alle cliniche, ma attualmente i principali volumi di molibdeno sono prodotti in reattori di ricerca. Esistono pochi esemplari di questi reattori di ricerca nel mondo, e sembra che per sostituirli quando non sono più capaci di produrre, sia necessario costruirne di nuovi.

Rosatom ha avviato un progetto per la costruzione di un complesso su base di reattore omogeneo acquoso per la produzione di molibdeno-99. La nuova soluzione, secondo i suoi sviluppatori, ha un alto grado di sicurezza e consente di acquisire Mo-99 ad un costo minore e di diminuire sostanzialmente il volume dei rifiuti radioattivi. Il progetto è definito “molto utile” da Luigi Mansi, vice presidente della Associazione Italiana di Medicina Nucleare ed Imaging Molecolare (AIMN).

“In questo momento c’è un grandissimo interesse – dice – per la messa in commercio di nuovi radionuclidi e radio farmaci, sia a scopo diagnostico che terapeutico. I vantaggi maggiori potrebbero venire dalla produzione di sistemi generatori o di radioisotopi a semivita sufficientemente lunga per permetterne una spedizione e quindi un’utilizzazione in sedi distanti anche diverse ore dal sito di origine”. Quasi l’80% delle procedure diagnostiche con l’applicazione di tecnologie nucleari dipende dalla fornitura di Mo-99. Oggi è prodotto principalmente da grandi reattori, ma a causa della difficoltà di produzione e del prezzo relativamente elevato, l’Mo-99 è disponibile soltanto in pochi paesi.

Anche in Italia – precisa Mansi – il Tc-99m continua a rappresentare almeno l’80% della radioattività utilizzata. Ciononostante, non c’è produzione autonoma di Mo-99 ed i generatori di Tc-99m vengono importati dall’estero, sia da paesi europei che extra-europei. Nel recente passato abbiamo vissuto una crisi di acquisizione legata non solo all’obsolescenza dei reattori, che ha determinato numerosi fermo-macchina, ma anche dalla applicazione di leggi più restrittive nel trasporto di materiali radioattivi, specialmente in nord America. Ciò ha stimolato l’attivazione di nuove modalità di produzione, a più alto costo”.

Tuttavia non è prevista in Italia la creazione di siti di produzione di Mo-99, essendo considerata sufficiente la quota acquisibile dall’estero. E anche alla luce di ciò, secondo il professor Mansi “questa produzione potrebbe avere un forte impatto non solo in Russia, ma in tutti i paesi del mondo, sia in quelli dove già esistono programmi avanzati, che in quelli dove la medicina nucleare è ancora in fase di crescita”.