L’Epatite A colpisce a Milano, segnalazioni e paura: i chiarimenti dell’Ats

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L’epatite A continua a colpire a Milano. In questi giorni sono arrivate nuove segnalazioni di casi, di cui uno la scorsa settimana in una scuola primaria della metropoli, la Thouar-Gonzaga di via Brunacci, dove la situazione è stata gestita con l’Ats Città metropolitana ed è stata inviata ai genitori di alcuni piccoli alunni una comunicazione per la profilassi. Fra le persone finite nella rete del virus nel capoluogo meneghino anche un nome noto: la giornalista Francesca Barra che riferisce via Instagram di essere ricoverata in ospedale con il figlio proprio per epatite A e aggiunge che anche la figlia è risultata positiva al virus.

Vi racconto la mia esperienza perché io e i bambini non eravamo vaccinati”, spiega Barra. “E questo è stato – per me – un errore. Non voglio convincere nessuno a vaccinarsi, non impongo il mio pensiero, ma vi consiglio di informarvi, visto che i casi sono in aumento, presso il vostro medico di fiducia. Di non sottovalutare i sintomi”. Barra – che ha ricevuto diversi commenti ai suoi post, fra cui quelli critici di alcuni antivax – ricorda anche il noto problema della carenza di vaccini per questo tipo di epatite e chiede se non sia il caso che “il ministero della Salute dirami norme, comportamenti per la prevenzione, anche nelle scuole, a noi genitori”.

E per questo indirizza anche una lettera aperta (pubblicata sul suo profilo Facebook) al ministro Beatrice Lorenzin. In realtà l’Ats di Milano precisa all’AdnKronos Salute che in città i casi “sono diminuiti negli ultimi mesi”, dopo un periodo in cui si era registrato un forte incremento. In totale da gennaio a novembre 2017 sono stati notificati 346 casi, di cui 329 fra persone di sesso maschile.

“L’epidemia che c’è stata nel corso dell’anno – conferma l’Agenzia per la tutela della Salute – ha riguardato gli uomini adulti ed è legata a specifici comportamenti”. Il picco di segnalazioni è stato a marzo (72 casi), ma anche nei mesi a seguire i numeri si sono mantenuti alti: 56 casi ad aprile, 57 a maggio, 44 a giugno. Per poi calare negli ultimi mesi: 14 casi rispettivamente a settembre e ottobre e 8 a novembre. Quanto ai bambini, l’Ats sostiene che “nel corso dell’anno i casi sono rimasti sostanzialmente stabili. Parliamo di 1 o al massimo 2-3 casi per mese nella fascia 0-14, senza variazioni degne di nota”.

L’impennata delle infezioni da epatite A in Italia è stata osservata dalla seconda metà del 2016 e confermata anche da un rapporto dell’Istituto superiore di sanità, secondo cui “nel periodo agosto 2016-luglio 2017 sono stati notificati 2.666 casi, con un incremento di quasi 14 volte” rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente (191 casi di epatite A notificati al Seieva-Sistema epidemiologico integrato dell’epatite virale acuta negli stessi mesi del 2016).

L’Aifa, sempre questa estate, aveva spiegato di essere impegnata a fronteggiare la carenza di vaccini contro l’epatite A (solo nel 2017 ha rilasciato diverse autorizzazioni all’importazione dall’estero). Anche il ministero della Salute aveva avuto modo di elencare una serie di iniziative messe in campo e aveva pubblicato una nota ufficiale in cui venivano confermate “le indicazioni sulla prevenzione e immunoprofilassi, in relazione all’epidemia di epatite A”.

Ancora oggi diversi centri vaccinali – secondo quanto segnalano alcuni cittadini – hanno difficoltà a rispondere alle richieste di immunizzazione. A luglio a Milano era l’Asst Fatebenefratelli Sacco che informava che nei centri vaccinali della città non era garantita la vaccinazione con il vaccino singolo. Come osservato anche in Europa, spiega l’Iss online, “il dato caratteristico dell’attuale focolaio epidemico è la percentuale di casi di sesso maschile (oltre l’85%) e l’alta percentuale di Msm-uomini che fanno sesso con gli uomini (63,1% degli uomini). L’età media è di 36 anni. Il picco epidemico è stato fra marzo e maggio 2017. Il virus dell’epatite A si diffonde principalmente attraverso la materia fecale.

Alcune delle modalità di contagio – spiega per esempio l’istituto clinico Humanitas sul suo sito – possono essere la manipolazione di cibo da parte di persone infettate, che non si siano lavate con cura le mani dopo essere andate in bagno; la contaminazione dell’acqua da bere per mezzo di quantità, anche minime, di virus; l’ingestione di frutti di mare o pesce contaminato dallo scarico delle fognature; il contatto sessuale, o comunque situazioni di promiscuità con persone infette (anche asintomatiche).