Respirare in campagna non è come farlo in città. Inquinamento, cambiamenti climatici e selezioni genetiche possono aumentare l’allergenicità dei pollini e quindi anche la sensibilità agli stessi di chi vive in ambiente urbano. Tuttavia, per questa capacità di registrare gli stress ambientali, i pollini allergenici possono essere utilizzati come indicatori ambientali di rischio per la salute respiratoria. Insomma, studiare i pollini ‘di città’ potrebbe prevenire i sintomi delle allergie.
La ricerca, attualmente in corso all’Istituto superiore di sanità, sarà presentata al Biodiversity barcamp ‘Società, Natura e Biodiversità’ il 7 maggio a Nocera Umbra, dalla ricercatrice Claudia Afferni del Centro nazionale ricerca e valutazione preclinica e clinica dei farmaci dell’Iss e già responsabile di precedenti studi sull’argomento.
La determinazione del Potenziale allergenico dei pollini (Pap), spiegano dall’Iss su ‘AllIss’, potrebbe aiutare a individuare nuove soglie di inquinanti, rilevanti soprattutto per la popolazione pediatrica predisposta geneticamente, come ad esempio i bambini atopici o gli anziani, che rischiano di sviluppare una pollinosi o un aggravamento dei sintomi respiratori. Gli attuali valori soglia per Pm10, Pm2,5 o CO2, validi per la prevenzione di patologie cardiache e dell’asma, potrebbero infatti risultare troppo alti per la prevenzione della sensibilizzazione allergica.
“L’obiettivo del tavolo di lavoro che si terrà durante il barcamp – dice Afferni – è quello di presentare una simulazione di come il Pap, adeguatamente misurato nei pollini di piante allergeniche naturalmente esposte a vari inquinanti atmosferici negli ambienti urbani, possa costituire un indicatore di effetto utile nella gestione del verde urbano finalizzata alla prevenzione del rischio per la salute da inquinamento atmosferico”.


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