Nobel per la Medicina, Mantovani: “Il premio all’immunoterapia riconosce l’avverarsi di un sogno”

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Il Premio Nobel per la Medicina 2018 “riconosce l’inizio dell’avverarsi di un sogno della ricerca vecchio 100 anni: sfruttare contro il cancro le naturali armi di difesa del nostro organismo” per realizzare “cure dal di dentro”. Il corpo che, aiutato dalla scienza, prova a guarire se stesso. Alberto Mantovani, direttore scientifico dell’Irccs Humanitas di Rozzano (Milano) e docente di Humanitas University, cervello italiano fra i più citati nel mondo, commenta così all’AdnKronos Salute la vittoria dell’americano James P. Allison e del giapponese Tasuku Honjo per i loro studi sull’immunoterapia. Un settore che vede lo stesso Mantovani da sempre in prima linea.

“Siamo molto contenti per questo riconoscimento meritatissimo – dichiara – al settore e ai due premiati” che Mantovani conosce entrambi. “Soprattutto Allison che sicuramente sentirò”, ma anche Honjo “che ho incontrato solo poche settimane fa a un congresso ad Amsterdam”. Allison, precisa l’esperto, “ha scoperto che la proteina CTLA-4 – individuata in Francia, a Marsiglia, da Pierre Goldstein – rappresentava un freno immunitario rimuovendo il quale era possibile ottenere un effetto anticancro”. Honjo invece “ha identificato un altro freno, PD-1, scoprendo successivamente che toglierlo produceva una risposta antitumorale”.

Due goal che si inseriscono nel filone della ricerca immunologica di base focalizzata sui linfociti T, ma che si sono già tradotti in “grandi benefici clinici per i malati”. Gli anticorpi che eliminano i due freni immunitari ‘da Nobel’, infatti, “vengono già impiegati nel trattamento di una grande quantità di tumori umani. Si fa quasi più fatica a elencare le neoplasie contro cui non nascondono potenziali”, sorride Mantovani, citando in particolare il caso del “melanoma avanzato: in passato non c’erano speranze di guarigione, mentre con questi approcci le chance sono salite al 20% ed è probabile che arriveremo al 40%”.

Il Nobel a Allison e Honjo, ribadisce lo scienziato di Humanitas, “certifica che l’immunoterapia è realmente una delle nuove e più promettenti frontiere nella lotta contro il cancro“. La prova, osserva, sta proprio nel percorso di ricerca traslazionale che “in 15-20 anni” ha permesso di passare dal banco di laboratorio al letto del malato.

Il campo di indagine premiato oggi a Stoccolma è un terreno molto battuto, e con successo, anche dall’Italia. “La ricerca tricolore ha dato grandi contributi all’immunoterapia specialmente sul fronte dell’immunità innata”, sottolinea lo specialista, ricordando “il lavoro del genovese Lorenzo Moretta sulle cellule NK o quello del nostro gruppo sui macrofagi”. Perché dunque un Nobel per la Medicina italiano si fa così attendere? La riflessione di Mantovani descrive “un Paese che ha dato e dà grandi contributi, ma che investe in modo del tutto insufficiente in ricerca scientifica in generale e in ricerca scientifica di base in particolare. Lo dicono i dati: in Italia produciamo ancora tanti cervelli in grado di competere a livello internazionale – constata il ricercatore – ma non riusciamo ad attirare e trattenere cervelli italiani e stranieri”. Uno squilibrio fra ‘export’ e ‘import’ di competenze che purtroppo, al momento, “non è da Paese avanzato”.