In arrivo diagnosi di celiaci per almeno 600.000 italiani: come garantire la qualità della dieta?

Alla luce degli ultimi dati pubblicati in occasione della Settimana della Celiachia, è necessario fare il punto su un modello dietetico che verrà adottato in futuro da sempre più italiani

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Quello del gluten freeè un mondo al quale si affacciano oggi sempre più consumatori. Lo suggeriscono i dati recentemente diffusi anche in occasione della Settimana della Celiachia: seppure a un ritmo minore rispetto allo scorso anno, le diagnosi di celiachia stanno aumentando e oggi sono quasi 207.000 gli italianiche devono fare a meno del glutine per poter vivere in salute, donne per circa due terzi (1). I numeri sono destinati ad aumentare se si considera che, secondo le stime, i celiaci oggi diagnosticati sono solo il 30% di quelli attesi: continuano infatti a sfuggire alle diagnosi i cosiddetti “pazienti nascosti”, quelli con sintomi non direttamente riconducibili alla celiachia (2).

Se le opere di sensibilizzazione porteranno i loro frutti e il processo diagnostico diventerà più accurato e tempestivo, il futuro sarà gluten freeper almeno 600.000 italiani, ai quali si aggiungono coloro che il glutine lo escludono senza un’indicazione medica o per motivazioni di salute diverse dalla celiachia (si pensi alla Sindrome dell’Intestino Irritabile, un disturbo che coinvolge oggi il 7% della popolazione italiana e per il quale anche il glutine può rappresentare un problema, in base alla sensibilità individuale (3)).

Come in tutti i casi di diete di esclusione, sono diverse le criticità nutrizionali che possono interessare chi adotta questo modello dietetico senza gli opportuni accorgimenti. Una review pubblicata a inizio 2019 ha posto l’attenzione soprattutto sullepossibili carenze di ferro, calcio, selenio, zinco, magnesio, vitamina D, vitamina B12, folati, vitamina C, fibre e sul possibile eccesso di grassi e zuccheri, mentrei dati erano controversi per le proteine (4).

Dell’apporto energetico giornaliero di un soggetto celiaco, si stima che i prodotti specificamente formulati per celiacicoprano circa il 35%, costituendo quindi la maggior parte dei carboidrati che il soggetto celiaco assume ogni giorno(55% dell’apporto energetico totale, come per il resto della popolazione) (1). Sebbene rimanga prioritario seguire un’alimentazione varia ed equilibrata nel suo complesso, la qualità nutrizionale di questi prodotti riveste senza dubbio un’importanza fondamentale.

Nonostante i costanti impegni del comparto alimentare e i progressivi miglioramenti dei prodotti, i risultati di studi recenti sui prodotti gluten freepresenti nel mercato italiano lasciano intravedere ancora margini di miglioramento sul lato del contenuto proteico, di grassi e di sale (4), mentre sono stati fatti passi avanti soprattutto sul tenore in fibre che, per la categoria del pane ad esempio, risulterebbe oggi più alto nei prodotti senza glutine rispetto ai tradizionali(5), tanto che l’88% dei prodotti in commercio riporterebbe il claim “fonte di fibre”(6).

Cosa si può migliorare? In generale riso e mais, materie prime tipicamente impiegate nella preparazione dei prodotti per celiaci, sono poveri in proteine, fibre e folati (4). Come ricorda la Dott.ssa Leda Roncoroni, biologa nutrizionista e membro del comitato scientifico Dr. Schär Institute, “la chiave di volta èla maggioreinclusione di cereali alternativi, i cosiddetti cereali minori e pseudocereali, come ad esempio grano saraceno, miglio, avena, amaranto, sorgo, quinoa, ecc., materie prime che contribuiscono amigliorare il profilo nutrizionale dei prodotti gluten free, sia in termini di fibre che di micronutrienti,limitando invece l’uso di amidi di patate o farine raffinate, oggispesso al primo posto della lista ingredienti nei prodotti gluten free eresponsabili di un elevato indice glicemico”.

Dr. Schär, ad esempio, che si sta occupando della questione già da tempo, accanto all’inclusione di questi ingredienti in svariati prodotti a marchio, nell’ambito del prestigioso progetto europeo Re-CerealRevitalizing minor and pseudocereals”sta studiando a fondo e caratterizzando varietà di avena, miglio e grano saraceno con l’intento di migliorare i profili nutrizionali della propria gamma di prodotti, non solo del pane, e offrire una qualità sempre maggiore al consumatore finale.

Come sottolinea il Prof. Luca Piretta, medico chirurgo specialista in Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva e in Scienza della Nutrizione Umana, da anni parte del comitato scientifico Dr. Schär Institute, “il consumo di cereali minori e pseudocereali dovrebbe essere incentivato nei soggetti celiaci, sia per aumentare la varietà della dieta che la palatabilità.La sensibilizzazione– continua Piretta – dovrebbe partire proprio dalla classe medica, che può contribuire a diffondere la conoscenza di questi cereali, spesso dimenticati e trascurati in favore di una monotonia alimentare, promuovendo l’aspetto più importante: la variabilità della dieta”.