Ebola, gli esperti: “La nuova epidemia è pericolosa, ma in Italia siamo pronti”

L'epidemia di Ebola in Congo preoccupa: gli esperti dell'Ospedale Spallanzani di Roma fanno chiarezza

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Oggi l’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congocompie un anno ed entra nel suo secondo anno di vita ancora incontrollata. Si sta rivelando però di difficile gestione, nonostante i controlli clinici effettuati su più di 70 milioni di persone e le oltre 160.000 dosi di vaccino somministrate alle fasce di popolazione più a rischio ed agli operatori sanitari. In un anno questa epidemia ha già colpito 2.700 persone, con 1.800 decessi”. A fare il quadro della situazione sono gli specialisti della direzione scientifica dell’Istituto nazionale per le malattie infettive (Inmi) ‘L. Spallanzani’ di Roma.

L’esperienza maturata dagli operatori dell’Inmi nelle aree nelle quali si sono verificate negli ultimi anni le epidemie di Ebola e di altre malattie come dengue, chikungunya, malaria, dimostra chiaramente come l’investimento in cooperazione internazionale in campo sanitario produca benefici concreti anche per i cittadini e i contribuenti italiani – rimarca Giuseppe Ippolito, direttore scientifico dell’Inmi Spallanzani di Roma – Ciò che abbiamo appreso in quella occasione costituisce infatti un prezioso patrimonio a disposizione della collettività oggi che Ebola torna ad affacciarsi sulla scena, per cui possiamo senz’altro dire che siamo pronti per affrontare questa emergenza nel caso in cui si dovessero verificare dei casi anche nel nostro Paese”.

“L’epidemia di Ebola del 2014-2016 – ricorda Ippolitoha visto in prima fila l’Inmi, con la partecipazione dei nostri virologi e medici alle missioni internazionali nei paesi colpiti dall’epidemia come la Sierra Leone o la Guinea, e con la gestione dei due pazienti italiani che contrassero la malattia nelle aree di contagio e che furono curate con successo nel nostro ospedale a Roma”.

La settimana scorsa l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha dichiarato lo stato di emergenza internazionale (Public-Health Emergency of International Concern – Pheic), in merito all’epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo. “La decisione dell’Oms è giunta però soltanto adesso, dopo che è stato registrato il primo caso a Goma, città di oltre un milione di abitanti con un aeroporto internazionale al confine con il Ruanda – sottolinea l’Inmi – Il paziente era un pastore che era arrivato da Butembo passando attraverso 3 posti di controllo sanitario senza che venisse fermato. La dichiarazione di Pheic facilita la condivisione di informazioni per la valutazione del rischio, permette al comitato di emergenza dell’Oms di dare agli stati membri raccomandazioni temporanee e, soprattutto, facilita a livello internazionale le attività diplomatiche, di Salute pubblica, di sicurezza e di logistica, oltre a permettere l’utilizzo di maggiori risorse finanziarie”.

“Un secondo caso – ricorda lo Spallanzani – è stato identificato a Goma il 30 luglio in un cercatore d’oro che aveva percorso 70 chilometri nel Paese, ma non è collegato in nessun modo con il primo. Si tratta della quinta volta nella sua storia che l’Oms preme il tasto rosso dell’allarme globale: era già successo nel 2009 con l’influenza aviaria, nel 2014 con la polio, nel 2013-2016 con l’epidemia di Ebola in Africa Occidentale, nel 2016 con l’epidemia di Zika. Ognuna di queste emergenze ha mostrato varie criticità nei protocolli internazionali di risposta, evidenziando la necessità di migliorare le infrastrutture, la ricerca scientifica, e le procedure di diagnosi nelle aree più a rischio”.

AFP/LaPresse

L’attuale epidemia di Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, la nazione dove il virus fu isolato per la prima volta nel 1976, ha già raggiunto per numero di persone infettate e di decessi il secondo posto tra le epidemie di Ebola. A complicare la situazione il fatto che le province maggiormente colpite, North Kivu e Ituri, da anni sono interessate da conflitti armati: è quindi probabile che il numero effettivo degli infettati e dei decessi sia superiore a quello ufficiale, proprio perché in molte aree del focolaio epidemico l’attività degli operatori sanitari è difficile e pericolosa. Christian Bréchot, presidente del Global Virus Network (Gvn), la coalizione che raggruppa i centri di eccellenza di 29 nazioni nello studio delle infezioni virali, ha spiegato che “il Global Virus Network e tutti gli scienziati che collaborano con esso appoggiano la decisione dell’OMS di dichiarare lo stato di emergenza in merito all’epidemia di Ebola in Congo”.

Secondo Ippolito, anche coordinatore per l’Italia del Gvn, “l’epidemia di Ebola del 2014-2015 ci ha fatto fare grandi passi in avanti nella conoscenza di questo virus. In base alle passate esperienze, è necessario che le attività di risposta e contrasto all’epidemia siano guidate dai risultati della ricerca scientifica, e soprattutto occorre un maggiore coinvolgimento delle istituzioni sanitarie nazionali ed internazionali, in modo da alleviare il peso che si trovano oggi a sopportare le organizzazioni non governative, lasciate troppo spesso da sole. È inoltre fondamentale investire nella formazione di una nuova generazione di specialisti in virologia ed epidemiologia clinica”.