Nobel per la medicina, ematologi: “Scoperta affascinante, ma auspicio applicazioni concrete”

Una "scoperta frutto della ricerca di base, come spesso è capitato negli ultimi anni: un meccanismo noto, ma che non sapevamo come funzionasse precisamente"

Una “scoperta frutto della ricerca di base, come spesso è capitato negli ultimi anni: un meccanismo noto, ma che non sapevamo come funzionasse precisamente. E’ un esempio affascinante di come dal laboratorio si potrà giungere all’applicazione clinica di una scoperta, anche se per ora è qualcosa di lontano”.

A commentare l’assegnazione del premio Nobel per la Medicina agli scienziati William G. Kaelin Jr, Sir Peter J. Ratcliffe e Gregg L. Semenza per le loro scoperte su come le cellule percepiscono e si adattano alla disponibilità di ossigeno, è Emanuele Angelucci, vice presidente della Società italiana di ematologia (Sie) e direttore di Ematologia e Programma Trapianti dell’Irccs Ospedale Policlinico San Martino di Genova, oggi a margine del Congresso della società scientifica in corso a Roma.

Ci sono stati molti premi Nobel per la Medicina che non hanno mai avuto applicazione clinica – sottolinea Angelucci all’AdnKronos Salute – Speriamo che in questo caso tutto ciò avvenga perché un conto è scoprire un meccanismo, un conto è trovare una terapia che l’uomo possa tollerare. E’ un processo che richiede molte risorse, anche economiche, e la consapevolezza che la scienza funziona così: si possono investire molti soldi ed energie in progetti che non daranno mai un risultato concreto”.

Secondo Sergio Siragusa, vice presidente della Sie, professore ordinario di Ematologia e direttore dell’Uo di Ematologia del Policlinico di Palermo, “è una scoperta fondamentale anche dal punto di vista dell’ematologia: le cellule si adattano alla disponibilità di ossigeno in un certo modo, ad esempio quando ci troviamo in alta quota, e ci sono situazioni in cui sono le cellule stesse che, modificando la loro attività metabolica e abbassando la quantità di ossigeno, si proteggono da minacce esterne. Nel caso di una cellula tumorale, però, questo può renderla resistente ai farmaci”. “Capire questi meccanismi – conclude – significa poter agire sulla regolazione della quantità di sangue e sulle cellule tumorali resistenti. Un doppio aspetto che rende questo lavoro affascinante”.