La correlazione tra alcune forme di infezioni e il rischio di infarto al miocardio non è una novità assoluta “Sono almeno 30 anni che insieme a colleghi americani abbiamo cominciato a esplorare questo fattore e lo abbiamo fatto con la pubblicazione di una serie di articoli pubblicati sulla rivista European Heart Journal”. Lo ha spiegato all’AGI Francesco Romeo, titolare della cattedra di Cardiologia dell’Universita’ di Roma Tor Vergata. Oggi, in un comunicato stampa altri ricercatori romani, stavolta dell’Universita’ La Sapienza avevano reso noto la scoperta che alcune infezioni in particolare quelle causate da un batterio che si trova nell’intestino umano, l’Escherichia coli, avrebbero potuto facilitare l’insorgenza del miocardio.
“Nel corso degli anni – spiega Romeo – insieme a Jawahar L Mehta, dell’Universita’ dell’Arkansas, abbiamo verificato il ruolo di diversi agenti patogeni – tra questi per prima la Clamidia negli anni ’80 – nello sviluppo delle placche ateriosclerotiche” quelle, la cui insorgenza restringe i lumi delle arterie e porta all’infarto”. “Bisogna pero’ essere molto chiari. In nessuno dei nostri lavori abbiamo riscontrato che le infezioni sono direttamente collegate all’infarto. Quello che abbiamo pero’ osservato è che – aggiunge il cardiologo – le infezioni hanno come esito quello di destabilizzare e dunque di rendere più instabili le placche aterosclerotiche e dunque in generale tutto il processo”. Il rapporto tra infezione e infarto è indiretto. Non basta una infezione per avere anche un infarto, ma “le infezioni ne favoriscono le condizioni perché possa manifestarsi” ha concluso.


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